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Jeffrey Inaba
Back to the future #29

13 Settembre 2013

A grande richiesta, abbiamo deciso di pubblicare sul sito le lunghe e straordinarie interviste apparse sul magazine cartaceo dal 2009 al 2011. Quaranta trascinanti conversazioni con i protagonisti dell’arte contemporanea, del design e dell’architettura. Una volta alla settimana, un appuntamento da non perdere. Un regalo. Oggi tocca a Jeffrey Inaba.

Klat #02, primavera 2010.

È sempre in viaggio. Da una parte all’altra degli Stati Uniti. A 46 anni, Jeffrey Inaba, artista e pianificatore urbano di fama internazionale, scandisce la sua vita fra Los Angeles, dove ha fondato lo studio Inaba, specializzato in sviluppo strategico, architettura e progettazione urbanistica, e New York, dove dirige il C-Lab, il laboratorio di ricerca visiva della Columbia University. «Qui, ci occupiamo di studiare i modelli di sviluppo delle città in relazione al sistema geopolitico e all’economia globale», dice riferendosi al C-Lab. Popolato da studenti provenienti da tutte le parti del mondo, il C-Lab è molto più di un think tank universitario. «Insieme ai miei studenti, cerchiamo di capire in che direzione stiamo andando, che cosa ci riserva il futuro e che cosa bisognerebbe fare per migliorare un po’ lo stato del pianeta». E così, accanto all’attività di consulenza per multinazionali come Coca-Cola, Samsung o Nissan, Inaba collabora attivamente, in qualità di features editor, a Volume, un «libro di esercizi utopici»  – come ama definirlo – realizzato in collaborazione con Archis, C-Lab e AMO, lo spin-off di OMA, lo studio di Rem Koolhaas.

Volume ha una forma molto libera. Lavori molto sulle associazioni mentali e sull’eloquenza delle immagini. Sembra quasi un flusso di coscienza visivo. Mi ha colpito molto che, un paio di anni fa, abbiate dedicato un numero monografico al tema dell’agitazione (Volume issue #10, marzo 2007). Nella tua prefazione, si legge che la scarsità di agitazione dovrebbe metterci in agitazione, farci preoccupare. Perché?

“Agitazione” è un termine molto ricco di significati. Perlomeno per la mia generazione e quella precedente. Per me sintetizza una visione del mondo attiva, libera, non allineata al pensiero dominante. Abbiamo deciso di produrre un numero sull’agitazione come antidoto alla cultura del consenso. Credo che in questo momento storico, esista una tendenza diffusa a cancellare le differenze culturali per far prevalere forme insipide di compromesso. Penso che sia fondamentale ritrovare l’energia per produrre pensieri obliqui, trasversali. Con questo numero, volevamo suggerire che non è più il tempo di essere eccessivamente educati, ma di badare alla sostanza dei rapporti. Ricominciare a scontrarci, aprire nuove forme di dibattito. L’agitazione può diventare un modus operandi per produrre idee fresche.

Ma com’è la situazione negli Stati Uniti ora? Credi che questa amministrazione possa favorire un rilancio del dibattito culturale?

In realtà, credo che non sia giusto aspettare che i cambiamenti arrivino dall’alto. Penso piuttosto che sia necessario riuscire ad animare il dibattito culturale attraverso un lavoro capillare e trasversale. Volume si pone proprio questo obiettivo: interpretare il flusso delle informazioni provenienti dalla realtà circostante e offrire nuove occasioni di discussione. Di scontro, anche. Essere degli agitatori culturali ci piace. In questo momento, sentiamo la necessità di lanciare nuove sfide, utilizzando tutti i canali di comunicazione a nostra disposizione.

Come combini il tuo lavoro di architetto con quello di agitatore culturale?

Credo che costruire un bel palazzo non serva a molto se non conosciamo il territorio in cui lo inseriamo. Prendiamo le periferie. In questo caso, l’osservazione può aiutarci a capirne le dinamiche profonde e a decodificare bisogni apparentemente invisibili. L’architettura arriva dopo. È la fase finale di un rigoroso processo di analisi.
Per capire meglio il contesto in cui mi muovo, sono abituato a utilizzare diversi strumenti: l’arte, ma anche la scrittura, il video, la fotografia, i progetti multimediali. Sono mezzi di produzione di senso, essenziali per capire a fondo la realtà. In questa ottica, la produzione artistica diventa un’occasione di agitazione culturale.

Tutta la tua ricerca è costellata da un approccio elastico e multidisciplinare. Puoi raccontarmi qualcosa di più sul tuo metodo di lavoro?

Per molto tempo, lo studio delle aree suburbane americane è stato uno dei miei principali campi di studio. Il tema è vasto e le implicazioni sociali sono molto articolate. Per analizzarlo in tutta la sua complessità, ho scelto di utilizzare diversi canali, dalla scrittura di testi alla produzione di installazioni, all’organizzazione di eventi, dibattiti, conferenze. Da solo, l’approccio teorico non basta. Così, qualche anno fa, insieme all’architetto Peter Zellner, abbiamo fondato Valdes, un’organizzazione non-profit che si occupa di studiare le condizioni di vita nelle aree periferiche e proporre nuove soluzioni progettuali. Per entrambi, è chiaro che la buona progettazione arriva solo dopo una fase di studio e di analisi del tessuto sociale. La nostra ambizione è quella di incidere sull’immaginario collettivo, facilitando la creazione di pratiche abitative inedite. L’anno scorso, ho proseguito i miei studi sulla periferia, ma, in quel caso, ho scelto di presentarli sotto forma di installazione. Sono partito da un elemento molto preciso: la spazzatura. Mi sembrava un’angolazione interessante per studiare lo stile di vita degli abitanti. Mettere le mani sul materiale di scarto di una collettività può essere entusiasmante. È come lavorare con il proprio lato oscuro. Nessuno di noi ci tiene particolarmente a metterlo in mostra…

Jeffrey Inaba, Trash, 2008. Walker Art Center, Minneapolis

Jeffrey Inaba, Trash, 2008. Walker Art Center, Minneapolis.

Ma sembra un serbatoio interessante, perlomeno per psicanalisti e architetti…

Infatti. Abbiamo scavato all’interno di questo materiale e abbiamo cercato di definire una sorta di grammatica della spazzatura. Abbiamo studiato i comportamenti individuali, il packaging dei rifiuti. Ci siamo chiesti se i bidoni sono un esempio di design funzionale e se le infrastrutture sono adeguate ai bisogni. Alla fine, abbiamo sintetizzato i risultati della nostra indagine in Trash, un’installazione commissionata dal Walker Art Center di Minneapolis per la mostra Worlds Away: New Suburban Landscapes. Abbiamo messo in luce delle relazioni interessanti, come quella fra sensibilità ambientale, consumo, spreco e gestione delle risorse da parte delle istituzioni. Per farlo, abbiamo creato tre contenitori per la spazzatura “modificati” e corredati da un’infografica a forma di mandala ipercolorato. Abbiamo sfruttato la ciclicità del mandala per evidenziare le analogie con il cerchio delle 4 R: riduci, riutilizza, ricicla, recupera. Del resto, la pratica del riciclaggio non è una forma di continua metamorfosi?

Nel tuo lavoro utilizzi spesso l’infografica. Come mai? Puoi farmi qualche altro esempio?

L’infografica è uno strumento molto efficace per tradurre dati complessi in modo chiaro e immediato. Ti faccio un esempio. Per l’inaugurazione del New Museum di New York, siamo stati invitati a proporre un’opera da installare lungo un corridoio del museo e noi abbiamo scelto di lavorare sul tema della generosità. Volevamo scoprire che cosa anima una persona, un’istituzione o una comunità a compiere un gesto altruistico, quali sono le molle che spingono qualcuno a donare parte del proprio denaro o del proprio tempo libero. Abbiamo analizzato i comportamenti filantropici di centinaia di organizzazioni: dalle donazioni a scopo fiscale delle multinazionali a quelle dei gruppi politici, religiosi, paramilitari. Ci interessava fare luce sulla relazione fra chi dona e chi riceve. In particolare, in ambito culturale. Abbiamo raccolto una quantità incredibile di nozioni, grafici, cifre, li abbiamo organizzati sotto forma di infografica per facilitarne l’accesso, ed è nata Donor Hall, un’installazione-manifesto per capire il passaggio dall’economia di mercato all’economia del dono.

Con la crisi finanziaria globale, questo passaggio sta diventando di grande attualità…

In effetti, il tema ci è sembrato aderire alla perfezione al momento che stiamo vivendo. Per questo motivo, abbiamo deciso di continuare ad approfondirlo. Abbiamo raccolto i nostri contributi in un saggio appena uscito per l’editore Lars Müller. Si intitola World of Giving e prende in esame il passaggio dalla ricerca del benessere individuale alle nuove forme di generosità collettiva: dagli atti di volontariato locale alle megadonazioni delle grandi aziende, passando attraverso la free economy della rete, basata sul concetto di condivisione e libera circolazione del sapere. C’è una vera e propria rivoluzione in atto e questo libro tenta di fotografarne le potenzialità.

Nel tuo percorso professionale, sei partito spesso dall’analisi di fenomeni sociali complessi: oltre alla generosità, hai approfondito temi come l’ambizione, la vitalità, il suicidio, l’invidia. Per farlo, ti sei servito di generi non propriamente accademici, come la fantascienza, i fumetti, ma anche la sceneggiatura, il collage. Credi che sia questo il futuro della ricerca?

In quanto teorici, penso che abbiamo la responsabilità di forzare i limiti. Spingerci oltre il linguaggio convenzionale dell’accademia è un modo per trovare punti di vista freschi e inediti. Del resto, siamo circondati da estetiche sorprendentemente varie che spesso, però, finiscono per essere interpretate con un linguaggio molto limitato. All’interno di Volume, per esempio, abbiamo dato vita a una sezione speciale. Si chiama Alibi ed è costruita come un reportage in luoghi marginali, secondari. Fuori da qualsiasi rotta turistica. L’idea è di produrre un’indagine urbanistica sotto forma di guida di viaggio. Tutti noi viaggiamo molto, ma abbiamo sempre meno tempo per esplorare il mondo. Le compagnie aeree low cost hanno trasformato la nostra agenda, polverizzando l’idea di viaggio e trasformandola in brevi soggiorni di due, tre giorni. Troppo poco per conoscere realmente un posto. Stessa cosa quando viaggiamo per lavoro. Risucchiati da riunioni, cene e meeting aziendali non abbiamo tempo da dedicare all’esplorazione della città. Il titolo Alibi si riferisce a una scusa da raccontare al proprio capo o a se stessi per ritagliarsi un po’ di tempo e andare a scoprire la città. È un invito a essere aperti, flessibili e curiosi, soprattutto nei luoghi meno battuti, quelli che un tour operator non prenderebbe mai in considerazione.

Jeffrey Inaba, The Waiting Room, 2008. Enel Contemporanea, Roma

Jeffrey Inaba, The Waiting Room, 2008. Enel Contemporanea, Roma.

In effetti, mi ha colpito molto il tour che avete dedicato, qualche anno fa, al Kazakistan…

Non ci sono molte ragioni per visitare il Kazakistan. Anche per i viaggiatori più avventurosi. Le attrattive sono scarse, le poche destinazioni turistiche possono essere visitate in meno di un giorno. A differenza delle regioni vicine, il Kazakistan è stato occupato soprattutto da popolazioni di origine nomade. L’urbanizzazione risale al diciannovesimo secolo. Inoltre, anche se i paesaggi intorno alla città di Almaty sono incredibilmente belli durante la primavera, le temperature possono raggiungere i +40 gradi in estate e i -40 in inverno. Tutte queste ragioni, sono state sufficienti per attirare la nostra attenzione. E così, abbiamo iniziato a farci delle domande: per esempio, come fa la popolazione a vivere in condizioni così estreme? Il risultato è un reportage fotografico sulle costruzioni di matrice sovietica, ma anche sugli stili di vita, le condizioni geopolitiche, il ruolo del petrolio nella regione. Astana, la capitale, assomiglia a Dubai. Il suo skyline è dominato da edifici-monoliti che danno vita a una retorica del potere di grande impatto. A differenza di Dubai, però, gli edifici sono stati progettati per fondersi in un insieme omogeneo, anziché competere per ottenere l’attenzione individuale.

In realtà, tutto il tuo lavoro è costellato dalla presenza di ambienti estremi: si passa dalle steppe kazake alle favelas brasiliane, fino all’ecosistema desertico della regione del Golfo…

Credo che gli spazi estremi siano oggetti di studio molto stimolanti. Possiamo imparare molto dall’osservazione di un deserto o di una steppa asiatica. Per quanto riguarda il deserto, in particolare, collaboriamo con la fondazione Archis e con lo studio AMO alla realizzazione di Al Manakh, una piattaforma di ricerca multidisciplinare sulle pratiche abitative negli Emirati Arabi. Monitoriamo costantemente la relazione fra ambiente naturale e habitat artificiale. Il sito internet www.almanakh.org, fa parte del network che stiamo sviluppando con il C-Lab. Nel 2007, abbiamo realizzato il primo volume dedicato all’analisi della pianificazione urbanistica di città come Abu Dhabi, Doha, Dubai, Kuwait City. Ora, invece, ci stiamo occupando di un altro aspetto, quello legato ai flussi turistici. Come si spostano i turisti in queste zone? Che tipo di accoglienza ricevono? Come interagiscono con le forme dell’abitare locale? Come si orientano all’interno di questi paradisi artificiali? L’Istituto per l’Architettura Olandese ha promosso una serie di dibattiti dal titolo Debate on Tour. Insieme ad altri colleghi, stiamo cercando di delineare la relazione fra i viaggiatori e lo spazio vissuto, viaggiato, immaginato. Siamo partiti da Venezia, città-icona della rappresentazione turistica.

Nella tua ricerca, gli ambienti vivono in totale simbiosi con gli individui che li attraversano. Sembra quasi che tu sia un sociologo piuttosto che un architetto…

A noi interessa misurare il grado di benessere o di malessere di una comunità, studiarne le ripercussioni sul tessuto sociale, valutare quali meccanismi si scatenano quando un individuo si trova in una favela, in un quartiere satellite, in un attico a Central Park o in un ospedale.

A questo proposito, come è stato lavorare all’interno del Policlinico Umberto I di Roma?

Quando Francesco Bonami mi ha invitato alla seconda edizione di Enel Contemporanea, ho pensato che intervenire all’interno di un ospedale sarebbe stata una sfida stimolante, perché sarei stato esposto a una serie di dinamiche complesse. In ospedale, tutti aspettano qualcosa. Il risultato di un esame, un’operazione, un parente, un amico, la fine di un turno. Di solito, l’attesa è dominata da uno stato di ansia. Per questo, abbiamo pensato di realizzare The Waiting Room, una sala d’aspetto. L’obiettivo era quello di creare un luogo capace di alleggerire la sensazione di angoscia generalizzata attraverso la distrazione e lo svago. Credo che l’architettura possa intervenire in modo determinante sull’immaginario collettivo, alleggerendo tensioni e pressioni sociali. Con queste premesse, possiamo muoverci con successo tanto in una struttura ospedaliera quanto in un’area colpita dalla crisi economica. In America, la recessione sta ridefinendo gli scenari, trasformando aree ad alta densità abitativa in quartieri fantasma. Oggi stiamo vivendo una nuova estetica della sparizione. È un processo irreversibile? Possiamo cambiare lo stato delle cose? Gli interrogativi sono molti. Di sicuro, dovremmo ripensare le forme dell’abitare. Creare nuove aree verdi, infrastrutture, mobilità sostenibile è il primo passo. Ma l’architettura può dare una mano a un livello molto più sottile, anticipando le richieste dei cittadini.

Jeffrey Inaba, Donor Hall, 2007. New Museum, New York

Jeffrey Inaba, Donor Hall, 2007. New Museum, New York

Come?

Di recente, per esempio, abbiamo presentato un progetto per il trasporto pubblico per un’area del North Carolina. Si tratta di una regione con i tratti tipici della periferia americana: edifici radi, bassa densità abitativa, ampie strade fantasma pensate per spostamenti in automobile. Abbiamo studiato l’area e ci siamo chiesti come avremmo potuto introdurre una rete di treni leggeri in un ambiente dominato da vialoni per Suv. Abbiamo messo a punto un sistema circolare, capace di collegare il centro con la periferia. Abbiamo gettato le premesse per un cambiamento, ora si tratta di aspettare che la collettività dia inizio al processo virtuoso.

Un’amica greca mi ha raccontato che, durante le Olimpiadi del 2004, la nuova metropolitana di Atene era frequentata solo dai turisti. Gli ateniesi preferivano continuare a usare la macchina o il taxi, anche se la città era ipercongestionata dal traffico. Le istituzioni speravano in un cambiamento molto più rapido. In realtà, per molto tempo anche dopo la chiusura dei Giochi, la metropolitana è stata utilizzata perlopiù da studenti e turisti.

La riuscita di questi processi richiede lunghi tempi di attesa, perché agiscono a livello profondo, toccando l’educazione, le abitudini, gli stili di vita di una collettività. Negli Stati Uniti, la nuova consapevolezza ecologica sta coinvolgendo soprattutto i giovani, ma sta producendo cambiamenti molto veloci su ampie fasce della popolazione. New York, per esempio, sta facendo un ottimo lavoro. A Manhattan, i nuovi percorsi ciclabili che stanno nascendo a fianco alle principali arterie del traffico rappresentano molto più di un intervento urbanistico. Inseriti in quel contesto, funzionano come attivatori di buone abitudini.

Certo, in questo modo, anche l’automobilista più agguerrito può vedere di fronte a sé un’alternativa…

Sì, e se funziona a Manhattan, è un modello che può essere esportato in qualunque metropoli del mondo.

Il tuo ottimismo va di pari passo con la tua idea di “big thinking”. Almeno così sembra, ascoltando ciò che dici ai tuoi studenti…

Una volta, ad Harvard, ho proposto un’esercitazione a partire da un fatto reale. Negli anni Novanta, l’università ha acquistato del terreno edificabile, ma il comitato dei residenti ha ostacolato a lungo il progetto di ampliamento. Così, ho chiesto ai miei studenti come avrebbero risolto la questione. Per l’ateneo era fondamentale superare l’ostacolo, perché la presenza di infrastrutture avanzate è il primo passo per essere concorrenziali sul mercato universitario. La conclusione è stata: dovremmo deviare il corso del fiume. In quel modo, avremmo potuto ottenere una superficie edificabile compatta, capace di riunire gli studenti in un unico campus. Il costo dell’operazione? Un miliardo di dollari, ma la cifra sarebbe stata ammortizzata negli anni, considerando che il progetto Moses avrebbe garantito spazio sufficiente per costruire per altri 130 anni. Il MIT ha fatto un’operazione simile negli anni Venti, e ora non ha problemi edilizi.

Alla fine, però, la proposta è rimasta sulla carta. La metodologia, invece, è stata utilizzata per altri progetti ambiziosi, come quello che hai realizzato per l’area di Saemangeum in Corea del Sud.

Sì, infatti. Saemangeum è un’area molto controversa. In questo caso, ci siamo trovati di fronte a un habitat delicato che condiziona pesantemente la progettazione urbanistica della zona. Si tratta di un’area paludosa che, per molto tempo, ha limitato le scelte dell’amministrazione, dando vita a una situazione di inattività forzata. Noi abbiamo proposto di incrementare l’area edificabile, per raggiungere una superficie di trentamila ettari. Abbiamo suggerito di intervenire sul terreno paludoso, bonificarlo e spingere l’area edificabile verso l’acqua, creando edifici multitasking, come fattorie a energia solare circondate da campi galleggianti. Si poteva sfruttare il potenziale dell’acqua per creare energia e per irrigare, grazie a un sistema di filtraggio e di purificazione a ciclo continuo. In tutti i casi, l’idea del progetto Fill in the Lake è di non sconvolgere l’habitat naturale, ma di sfruttarne le potenzialità.

A questo proposito, ho letto alcune tue considerazioni sulla progettazione sostenibile. Puoi chiarire che cosa intendi quando parli di «cattivo feng shui»?

In questo momento, stiamo vivendo il rischio di estremizzare alcune retoriche legate al tema della sostenibilità. Sembra che basti definire un progetto sostenibile per ottenere una speciale immunità. Per tirarsi fuori da qualsiasi forma di critica. Ultimamente, stiamo abusando del termine. In realtà, ci sono molti casi di cattive pratiche ambientali. In Cina, per esempio, sta emergendo una tendenza pericolosa: quella di progettare città orizzontali, in tutto simili alle periferie americane. Con gli stessi problemi in termini di gestione del traffico e degli spostamenti fra centro e periferia. In questo caso, però, le case monofamiliari sono in perfetto stile eco-friendly. Quando parlo di cattivo feng-shui, mi riferisco proprio a questo.

Quando hai deciso che saresti diventato un architetto?

In realtà, è una questione un po’ complicata. Credo di averlo deciso da bambino. Anche se all’epoca non sapevo che tipo di architetto sarei diventato. Dopo la scuola di specializzazione in architettura ad Harvard e per i primi anni di attività, ho avuto la fortuna di essere coinvolto in progetti di altissimo livello, come Project on the City, di cui sono stato co-direttore insieme a Rem Koolhaas. Abbiamo messo a punto linee di ricerca sperimentali, studiando l’impatto delle tecnologie sulla città contemporanea. Posso dire che so quello che voglio da sempre, ma i modi per raggiungere i miei obiettivi professionali si sono chiariti solo negli ultimi anni. Una volta ho sentito una parrucchiera che diceva: «se la testa non avesse le orecchie, tagliare i capelli sarebbe molto più facile». La stessa cosa accade nella progettazione: se non ci fossero gli ostacoli, tutto filerebbe liscio come l’olio. Ecco, con l’esperienza ho capito che tipo di architetto voglio essere. Uno che studia gli ostacoli e cerca di trasformarli in nuove risorse, in opportunità.

Volume magazine, issue #20, 2009

Volume magazine, issue #20, 2009

Jeffrey Inaba, The Waiting Room, 2008. Enel Contemporanea, Roma

Jeffrey Inaba, The Waiting Room, 2008. Enel Contemporanea, Roma

Jeffrey Inaba, Pool Noodle Rooftop, 2009. X-Initiative, New York

Jeffrey Inaba, Pool Noodle Rooftop, 2009. X-Initiative, New York.

Jeffrey Inaba, Fill in the Lake, 2008. Rendering: C-Lab

Jeffrey Inaba, Fill in the Lake, 2008. Rendering: C-Lab.



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