Chiara Barzini
Una vita selvatica

15 Maggio 2020

Si può scrivere seguendo un indice o lo si può fare uscendo di tanto in tanto dal racconto, per portare sulla pagina cose prese chissà dove. Un po’ come quando si esce fuori da sé stessi, dalle situazioni, dai luoghi più cari. Chiara Barzini, scrittrice, è del secondo tipo. Anche l’intervista è stata un uscire e rientrare da e nella conversazione: da Facetime a una videochiamata su WhatsApp, alla sola voce. La connessione saltava, una serie di buche dove infilarsi per riprendere fiato fra un “Mi senti?” e un “Sì, ti sento”. Ogni scrittore ha un centro dove si raccoglie tutta la sua energia narrativa e il centro di Barzini è nei luoghi. Luoghi da cui uscire e in cui rientrare, che si confondono e danno luce ai personaggi: dalla casa in campagna dove sta passando la quarantena ai luoghi più lontani, da quelli dell’infanzia o solo immaginati a quelli della scrittura e della perdita di sé. Un giro che parte dall’Umbria, passa da Alicudi, Topanga Canyon, Santa Cruz, Roma, e arriva fino a Los Angeles, dove è ambientato il suo libro Terremoto (uscito alla fine del 2017 per Mondadori e dal 19 maggio disponibile in versione paperback), che sarà adattato per il cinema dal regista premio Oscar Robert Zemeckis.

C’è chi non riesce più a stare in casa e chi ci rimarrebbe fino a settembre. Tu come stai vivendo questo periodo?

Qui c’è stata la neve, una tempesta di vento, abbiamo perso il segnale del telefono e quello di internet; sono stata attaccata da un branco di cani pastore mentre camminavo e mi sono dovuta nascondere su un albero; passeggiando all’alba, ho visto tre caprioli, una volpe e un arcobaleno. Accedere a tutto questo è stato come essere ammessi nel privé più spettacolare di tutti. Persino i cacciatori della zona vanno in giro con gli occhi pieni di stupore.

Continui a scrivere?

Penso che la maggior parte delle cose che scrivo in questo periodo sia solo un escamotage per rimanere, come tutti, sana di mente. Ma in questa atmosfera “ferma”, incredibilmente, riesco a focalizzarmi su progetti più profondi che richiedono tempo e cura, e che non hanno nessun tipo di risultato immediato o garantito. Sto cercando di vivere questa situazione eccezionale come un’opportunità per lavorare a un romanzo in maniera continuativa. Seguo pochissimo le notizie e cerco di leggere autori che scrivevano quando attorno a loro regnava questo stesso ordine naturale.

Topanga Canyon, contea di Los Angeles, California, 2020.

Un ordine naturale in cui sembri essere a tuo agio.

Sono felice di poter vivere questo momento, un po’ come una mamma è felice perché il figlio sta facendo un lunghissimo pisolino e pensa “Che bello, poi sarà di buonumore e andrà tutto meglio”. La sensazione è che stiamo scoprendo quanto ci piaccia di più e quanto ci appartenga di più come specie questo nuovo mondo. Riuscire ad ascoltare i propri pensieri è un vero lusso. 

Nessuna controindicazione?

Certo, ora che viviamo in campagna quando c’è tramontana scoppiano liti, ci diciamo cose terribili, poi ce le rimangiamo con il bel tempo. Non è che essere circondati dalla natura significhi necessariamente vivere in un idillio, ma sicuramente c’è una dose di onestà e un arrivare all’osso delle questioni che ci eravamo dimenticati. 

Visto che siamo ai domiciliari, parliamo un po’ dei tuoi luoghi. Sul tuo profilo Instagram ci sono molte foto di posti, in campagna, al mare, monasteri surreali. Nelle cose che scrivi i luoghi mi sembrano centrali, modificano i personaggi, li influenzano.

Hai centrato l’ossessione. Per me è importantissimo avere dei luoghi a cui sono affezionata, che sono andati a modificare il mio modo di percepire il mondo. Luoghi naturali, ma anche il contrario. Città caotiche, quel senso di oppressione che poi ho riconosciuto come qualcosa di familiare. Specialmente in America, avendo vissuto in posti che non erano affatto glam.

Dove?

A Los Angeles vivevo nella San Fernando Valley. In un quartiere con grandi boulevard alla Magnolia, residenziale e commerciale: shopping center, lavamacchine, lavasciuga, fast food. Per me è stato assurdo, tornandoci dopo anni, rendermi conto che mi era mancato. Passavo davanti a un fast food, mi arrivava una zaffata di olio fritto e mi si apriva il cuore.

Sei nostalgica?

Anche. Ci sono delle ossessioni sulle quali ritorno spesso. Per esempio, fare ricerca sulla parte geologica, storica, di alcuni luoghi.

Topanga Canyon, contea di Los Angeles, California, 2020.

Ricerca in che senso?

Ti faccio un esempio. Los Angeles, che sarà di nuovo al centro del mio prossimo libro, ha subito tantissime trasformazioni da quando sono arrivati i primi coloni spagnoli, e continua a cambiare. A me interessa conoscere i rapporti e i conflitti che si sono stabiliti tra gli europei, i nativi americani e la loro terra, i loro luoghi, la natura selvaggia. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, il grizzly californiano – una sottospecie dell’orso grizzly – è stato protagonista di una caccia spietata che alla lunga ne ha determinato l’estinzione. Poi è diventato il simbolo della bandiera della California. Ho letto racconti meravigliosi sulla morte dell’ultimo grizzly californiano, avvenuta nel 1922.

Roma e Los Angeles, le tue città, sono un po’ dei posti selvaggi, non troppo civilizzati, caotici, cruenti. Come le tue campagne. Luoghi selvatici, bambineschi, dove vige uno stato di pre-legge. Quasi un eden.

È bellissima questa cosa. Non so bene da dove venga questo attaccamento. Sono cresciuta in una situazione campestre, se vedo un abbeveratoio per gli animali in mezzo a un campo mi sento a casa. Quando sei bambino, il rapporto con la natura è amplificato. In ogni città dove ho vissuto sono sempre andata alla ricerca di quel lato lì, che per me è salvifico. A Roma vivevo in campagna, fuori città, in un granaio. A Los Angeles stavo a Topanga Canyon, che poi è diventato un luogo della salvezza. Quando ero all’università sono andata a Santa Cruz, vivevo in un bosco con le sequoie altissime, c’erano avanzi di fricchettoni che abitavano in cabine di legno. 

In Italia, oltre a Roma? Ho visto fra le tue foto un’isola piena di bambini che sembrava l’isola che non c’è.

In Italia c’è la Sicilia, Alicudi in particolare, dove andavo da piccola e cerco di tornare quando posso, ma è difficile perché non ci sono le strade, ci sono tantissimi scalini e i bambini provano a convincermi a portarli sulle spalle. Ho conosciuto Alicudi da piccola grazie a mio zio che aveva sistemato un rudere lì. La sera ci leggeva le fiabe in terrazza e tutto sembrava possibile, anche le storie delle isolane che alla fine dell’Ottocento prendevano la segale cornuta che aveva un effetto psichedelico e dicevano di volare. Ma quello è un luogo che ha una psichedelia intrinseca, anche senza l’aiuto di segale cornuta. Le persone che ho incontrato lì fanno parte di me e sono diventate come una sorta di famiglia, affetti profondissimi che vanno avanti anche se non ci si vede per anni. Sicuramente, è il luogo dove ho vissuto le emozioni più forti e nitide della mia vita.

In viaggio con Luca Infascelli, Wyoming, 2010.

A proposito di posti selvatici, ho letto che a Los Angeles sulle Hills ci sono dei puma liberi.

Sì!

Di animali che tornano nelle città ne abbiamo visti molti in questi giorni. Delfini a Venezia, lepri a Milano.

Quando tutto questo finirà gli animali andranno via, via i delfini, via le lepri. È un peccato. 

Ti piace che la natura prenda il sopravvento?

Rimango sempre sbalordita quando la natura s’insinua prepotentemente tra le fessure dell’asfalto, quando i fichi irrompono dalle pareti di tufo, quando la sciara riesce a scavare il suo percorso scendendo dalla montagna. Mi piace vedere i rampicanti che si attorcigliano sui rami morti degli alberi di Natale che lasciamo in terrazza e creano alberi nuovi fatti di edera.

Arrendersi alla natura.

È questa la cosa che ho amato di più della Sicilia e della California: il fatto di dover sempre fare i conti con una natura indomita. Arrendersi a lei è come arrendersi al famoso higher power di cui parlano tutti i programmi in 12 step che ti aiutano a uscire dalle dipendenze. L’ordine naturale delle cose, quello che cerca Virginia Woolf, è esattamente quello che stiamo vivendo in questo momento, mi genera grandissimo sollievo. È una potenza, come la fede, qualcosa di più grande di noi da rispettare con umiltà. Dobbiamo metterci al suo servizio: senza competizione, senza ansia da prestazione.

Ci voleva una pausa dallo stile di vita frenetico che avevamo prima?

Non ho ancora capito come si sia arrivati ad avere così tante aspettative su noi stessi. C’è una poesia di Mariangela Gualtieri che riflette su questo: “Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti ch’era troppo furioso il nostro fare. Stare dentro le cose. Tutti fuori di noi. Agitare ogni ora – farla fruttare”. La natura ha una forza straordinaria. Pensiamo ai vulcani, in Italia siamo fortunati ad avere accesso a formazioni geologiche così potenti. Non ce ne rendiamo neanche conto, ma siamo benedetti da città intere sparpagliate ai piedi di montagne esplosive, con migliaia di persone che vanno avanti così. Credo che sia anche grazie a questa atavica convivenza con la natura che siamo in grado di gestire questo momento con così tanto rispetto.

Ti capita spesso di essere in sintonia con i luoghi che abiti?

Mi capita. Non quanto vorrei, per colpa dello stile di vita. In città non molto, ma mi basta poco per ritrovarla: un raggio di luce che passa attraverso i rami e cade a terra, l’odore dei boschi la mattina presto, anche in un parco cittadino. Cerco di tornare nei luoghi che possono generare quella roba lì.

In viaggio con Luca Infascelli, Arizona, 2010.

Quella roba lì ti spinge a scrivere?

Scrivo delle storie che mi appassionano. Sicuramente, quando sono in uno stato di pace, in cui sento di potermi fidare dei miei pensieri, riesco ad avere la giusta energia per mettermi a scrivere.

Dentro casa come stai?

Sempre un po’ irrequieta. Soprattutto se fuori è bel tempo. Mi sento sempre in colpa con i bambini, vorrei fare cose più avventurose con loro. La mia infanzia e quella di mio fratello è stata un’avventura, nostro padre ci ha fatto questo grande regalo quando eravamo piccoli, e io vorrei farlo a loro. Poi ci sono i momenti in cui scrivo e sono concentrata, con la parete bianca, il bicchiere di tisana fredda a portata di mano e i miei capelli, che a volte mi strappo senza rendermene conto e attorciglio all’angolo della scrivania. In quei momenti la casa diventa un monastero con qualche tasca di nevrosi. 

Una casa spoglia. Ti immaginavo in una casa piena di piante.

Ho un pollice nero clamoroso. Barbara Alberti, che è la mia vicina di quartiere, mi presta uno studiolo dove andare a scrivere. Suo marito Amedeo ha un incredibile pollice verde, parla alle piante, ci chiacchiera. Ha coltivato una foresta di bambù. Sono stata da loro mesi e ho sempre cercato di capire come ci riesca: tocca una pianta e diventa verde, rigogliosa.

Che rapporto hai con la magia? Los Angeles è in pieno boom spirituale: Goop di Gwyneth Paltrow, latte di luna, tarocchi.

Abbiamo vissuto una vera e propria commercializzazione della spiritualità negli ultimi anni. Se non hai provato almeno cinque volte l’ayahuasca, se non hai fatto sesso tantrico o non ti sei fatta leggere i tarocchi dal guru delle star non hai capito niente della vita. Goop ne è l’emblema. È vendere qualcosa a cui dovresti arrivare con il tuo istinto, per conto tuo.

Con fatica, anche. Non comprando leggings con i pianeti per fare yoga.

Ora però, allo stesso tempo, la spiritualità new age fa parte della cultura pop e mainstream. È comunque qualcosa che viene dal desiderio di staccare, di stare meglio. 

Cosa ti piace in una casa? Oggetti che ami, amuleti?

I libri. C’è un corridoio di libri che mi porto dietro nei vari traslochi.

Chiara Barzini a casa della scrittrice Lauren Mechling durante il tour di presentazione di Things That Happened Before the Earthquake, Brooklyn, New York City, 2017.

Come tratti i libri? Li sottolinei, fai le orecchie alle pagine o sono immacolati?

Sottolineo, metto orecchie, scrivo nei margini. Mi piace tornare indietro e rileggere le note.

Il più sottolineato?

Un’antologia che si chiama Writing Los Angeles, curata da David L. Ulin, che raccoglie gli scritti più belli e strani su Los Angeles, dalla fine dell’Ottocento al Duemila.

Altri oggetti?

Un altare vicino al letto con santini e tantissime madonne di ogni genere e grandezza. Tanti amuleti, porta fortuna trovati per strada, vecchi anelli di famiglia della mia bisnonna, rosari di un certo colore che mi fanno stare tranquilla. Miniature. Candele, palo santo.

Ci sono dei posti che ti fanno paura?

No, ci sono dei luoghi in cui non mi piace stare. Situazioni affollate dove si è tutti distratti e non circola energia. Mi deprime stare con gli altri senza comunicare, senza darci qualcosa. Quando mi trovo in quelle situazioni mi capita di alienarmi. Molti mi criticano per questo, mi dicono “Dove stai con la testa? Ti astrai”.

Vedo la tua immagine su WhatsApp mentre parliamo, di te con tuo figlio in braccio. Sembra un dipinto di Madonna con bambino. Anche qui hai lo sguardo assente.

Ci sono e non ci sono. È una lotta. A volte non ho i piedi per terra, perdo tempo, perdo il filo delle cose. 

Quando ti astrai a cosa pensi?

Sono sempre degli scatti, delle sensazioni, non è mai un film intero, sono immagini ferme. Mio figlio è simile a me, ha sette anni e anche lui fa così. Mi manda ai matti.

Peccato essermi persa dal vivo Chiara che fluttua nell’iperuranio. C’è un’autrice o un autore che ti ha ispirata nel pensare e nello scrivere i luoghi?

Sicuramente Virginia Woolf, che aveva un rapporto molto intenso con la natura. Joan Didion, che ha scritto saggi sui percorsi dell’acqua, su terremoti, tempeste, incendi e venti. E Christopher Isherwood, un vero romantico, nonostante il suo stile inglese ironico e distaccato, che scrisse del deserto della Death Valley nel suo diario: “A desert is a great empty picture frame, and we can’t resist using it for a portrait of our private disaster” (Il deserto è una perfetta cornice vuota e non possiamo resistere all’idea di utilizzarla per farne un ritratto del nostro dramma privato). Inquadrare le emozioni dentro un contesto selvatico le nobilita e forse ci fa avere un po’ meno paura.

Chiara Barzini con la figlia Anita e l’amica Julia Meyer, Topanga Canyon, contea di Los Angeles, California, 2017.

Chiara Barzini al centro con amici, Topanga Canyon, contea di Los Angeles, California, 2017.

Chiara Barzini con l’amica Kate Schatz, scrittrice e attivista politica, Santa Cruz, California, 2017.

Chiara Barzini in viaggio, Utah, 2010.

Grand Canyon, Arizona, 2010.

Topanga Canyon, contea di Los Angeles, California, 2020.

Oche di notte, Campagnano di Roma, 2013.

Topanga Canyon, contea di Los Angeles, California, 2020.

I figli Sebastiano e Anita durante la quarantena a Castiglione in Teverina, Viterbo, 2020.

La statua della Grande Madre, La Scarzuola, Montegabbione, 2020.


Valeria Montebello

Vive a Roma, dove ha studiato Filosofia. Giornalista, scrive per Rivista Studiol’Officielil FoglioKlat e altro. Lavora come trend hunter in un’agenzia pubblicitaria. Il suo passatempo preferito è fare binge watching. Dotata di sarcasmo.


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