fbpx

Palazzo Abatellis Palermo

4 Ottobre 2019

“Non esiste il passato, tutto è simultaneo nella nostra cultura; esiste solo il presente, nella rappresentazione che ci facciamo del passato, e nell’intuizione del futuro”, affermava Gio Ponti nel 19571. È una teoria che sembra avere ispirato uno dei più mirabili interventi architettonici del suo illustre collega e coetaneo, Carlo Scarpa, nell’allestimento museale di Palazzo Abatellis a Palermo, sede della Galleria Regionale della Sicilia. Il museo, aperto nel 1954, mantiene ancora oggi tutta la sua carica innovativa, capolavoro riconosciuto della museografia internazionale del XX secolo. Per Palazzo Abatellis è valida la definizione di Italo Calvino a proposito dei “classici” della letteratura perché, come quei libri, anche questo museo non ha “mai finito quel che ha da dire”2.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Si tratta di un felice episodio di committenza pubblica d’avanguardia che continua ad affascinare visitatori e studiosi per la sua capacità di creare relazioni sempre nuove tra il contenitore architettonico – un palazzo in stile gotico catalano progettato da Matteo Carnilivari nel 1490 – i capolavori d’arte esposti, le epoche passate in cui la struttura e le opere sono state realizzate, e la loro attuale fruizione da parte di un pubblico contemporaneo. Lo spazio del museo creato da Scarpa è un dispositivo attraverso il quale si crea un dialogo tra momenti storici differenti, nel confronto tra opere e visitatori. Secondo Scarpa, “per ottenere qualcosa bisogna inventare dei rapporti”3, e Palazzo Abatellis è uno scrigno di corrispondenze, come un testo poetico. Non a caso, il museo è diventato l’oggetto di una narrazione contemporanea, un libro d’artista dal titolo Palazzo Abatellis Palermo, di Cloe Piccoli e Stefano Graziani, pubblicato da Humboldt Books, che racconta non solo le intuizioni degli autori, ma anche quelle di artisti, architetti, curatori, studiosi e storici dell’arte che, a vario titolo, si sono confrontati con questo luogo unico. La pubblicazione è il risultato di un progetto d’arte partecipativo, The Hidden City, realizzato un anno fa come evento collaterale della Biennale Europea di Arte Contemporanea, Manifesta 12, in occasione di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e il Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, la Scuola Politecnica dell’Università di Palermo, il Conservatorio Vincenzo Bellini e l’Accademia di Belle Arti di Palermo.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

L’idea del curatore, Cloe Piccoli, era di lavorare all’interno di un palazzo antico con un artista contemporaneo, Stefano Graziani, che usa la fotografia come strumento di narrazione, catalogazione e reinterpretazione, e che indaga con le sue immagini i sistemi di archiviazione e conservazione dei musei. Il libro è stato concepito come un sistema narrativo, fa emergere elementi nascosti e mette in risalto i diversi aspetti dell’identità di un luogo, in un’epoca che tende ad appiattire tutto e annullare le differenze. È una ricerca che s’inserisce nel filone dell’Institutional Critique, con “l’obiettivo di testare i limiti e potenzialità di questo museo”, scrive Cloe Piccoli4. Il volume è l’esito di una ricerca che ha portato all’interno di Palazzo Abatellis trenta studenti selezionati in tutta Italia attraverso un bando e trenta professionisti della cultura internazionale per un confronto sulla visione contemporanea del museo, osservato da vari punti di vista. Una guida sui generis che svela, dall’angolo visuale odierno, uno dei tanti preziosi siti nascosti di Palermo, metafora di una città segreta (come recita il titolo del progetto), ancora da scoprire nella sua complessità. Un diario a più voci che colpisce prima di tutto per le immagini di Stefano Graziani, che colmano una lacuna perché non esiste un’ampia iconografia sul museo, luogo non facile da fotografare. Graziani ha realizzato i suoi scatti un lunedì mattina dello scorso settembre, nel 2018, alle prime luci dell’alba, a museo chiuso, con la direttrice Evelina De Castro che ha condiviso e coordinato tutto il processo. Il fotografo ha chiesto di fare un giro a luci spente insieme a tutti i partecipanti: spegnere la luce è un gesto semplice e radicale che ci avvicina al punto di vista di Carlo Scarpa, il quale aveva concepito l’allestimento con l’illuminazione naturale e “studiava la luce nei suoi progetti anche in base ai movimenti degli astri, della luna e del sole”, precisa Piccoli5.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Le immagini di Graziani si soffermano su dettagli architettonici del palazzo, sia quelli che sono sotto i nostri occhi ma non notiamo, sia quelli che normalmente non si vedono: il contesto viario di via Alloro, cuore del quartiere arabo della Kalsa vicino al mare, i particolari dei materiali scelti da Scarpa per il display, le rifiniture delle opere, i tagli di luce e ombra sulle colonne o provenienti dalle aperture di porte e finestre, il cortile decorato da trifore con esili colonnine, che fa da pausa tra un piano e l’altro del museo. E ancora: la testa di paggio rinascimentale scolpita da Antonello Gagini che volge la nuca alla finestra e alla luce che ne proviene, mentre il suo profilo delicato si staglia sul pannello a muro in legno scuro. A seguire: il maestoso affresco con il Trionfo della Morte inserito da Scarpa ampliando la parete della cappella annessa al palazzo, le rastrelliere concepite da Scarpa per il magazzino, il laboratorio di restauro interno al museo, l’archivio dei disegni dell’architetto veneziano, prerogativa del suo modus operandi: “posso vedere le cose solo se le disegno”6.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

È interessante la riflessione di Graziani sull’ambiguità di questo allestimento, nella sua intervista con Cloe Piccoli. Le invenzioni di Scarpa suscitano diverse domande al fotografo, come nella sala dell’Annunciata di Antonello da Messina: “Perché l’esagono dietro al gonfalone, perché il passe-partout che inquadra Antonello, o ancora perché la forma della parete di legno che rimpicciolisce la sala? Ci chiediamo perché le pale sono incernierate al muro, o perché nell’ingresso ci sono dei piedistalli che mostrano alcuni oggetti isolati. Sono domande che possiamo lasciare senza una risposta precisa, mi piace pensare che queste composizioni siano state prodotte da una stratificazione e da una densità di pensieri. Pensieri che sono in grado a loro volta di generare ulteriori domande e di proporre nuove interpretazioni. Questa intensità, che resiste e continua a emanare energia, è la realizzazione di una grandissima ambizione”7. Molti studiosi si sono confrontati sulle risposte a queste domande, come l’architetto Santo Giunta, autore di un altro stimolante saggio8 sul lavoro di Scarpa all’Abatellis. Il saggio di Piccoli e Graziani continua con un contributo di Philippe Duboÿ, architetto e storico dell’arte, assistente, esperto e amico di Carlo Scarpa, che presenta una serie di testimonianze dirette dei protagonisti dell’intervento degli anni Cinquanta: dagli scritti dell’architetto veneziano alle citazioni di Giorgio Vigni, sovrintendente alle Gallerie e Opere d’Arte della Sicilia. Dichiarazioni che permettono al lettore di farsi una propria idea – leggendo le fonti – del contesto in cui è nato l’allestimento del museo, inteso esso stesso come “opera d’arte” che reca “l’impronta del suo organizzatore”, come dichiara Willem Sandberg9, direttore dello Stedelijk Museum di Amsterdam, che si è confrontato su queste tematiche direttamente con Scarpa.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Il tono del volume cambia registro con i testi di tre artisti contemporanei: Massimo Bartolini, Simon Starling e Luca Trevisani, che propongono il loro sguardo personale e laterale, ognuno secondo la propria sensibilità. Bartolini ha il punto di vista dello scultore che coltiva una passione per il busto funerario in marmo di Eleonora d’Aragona di Francesco Laurana, coevo al palazzo, e per il suo geniale posizionamento realizzato da Scarpa, che sembra offrire la dama su un vassoio d’ebano all’altezza del visitatore: “Ho sempre provato un forte impulso a mettere un braccio intorno al collo di Eleonora, addirittura (e non ricordo se l’ho fatto davvero) a darle un bacio. Era lì all’altezza giusta e mi potevo avvicinare”10. L’artista inglese Simon Starling si avvicina al museo per le sue ricerche su Caravaggio, e grazie alla collaborazione con Evelina De Castro scopre l’esistenza nei depositi di una copia coeva della Decollazione di San Giovanni Battista del Merisi, il cui originale si trova a Malta, che diventa il punto di partenza di una sua nuova installazione realizzata per Manifesta 12. Luca Trevisani è l’artista che ha vissuto più a lungo a Palermo ed è tornato a visitare il museo, “meta obbligata di innumerevoli pellegrinaggi architettonici” per trovare un “oasi di silenzio e pace nel mezzo di quella esuberante giungla” che è il capoluogo siciliano. Trevisani definisce Palazzo Abatellis uno “squisito poema combinatorio”, una “giostra meravigliosa la cui regia delicata ci racconta cose che nessun critico è mai giunto a dire: quanto l’arte sia fatta di oggetti e finzioni, e quanto queste realtà immaginate siano mutevoli e in divenire, lontane da ogni fissità o desiderio autoriale che tenga”11.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Le pagine del libro continuano con le testimonianze degli addetti ai lavori invitati a partecipare agli incontri aperti al pubblico tenuti davanti al grande affresco del Trionfo della Morte, in una delle sale più affascinanti del museo. Tra gli altri: architetti (da Kersten Geers a Simona Malvezzi, Angelo Lunati, Emanuel Christ, Tim Power), storici e studiosi come Margherita Guccione (che ha studiato i disegni dell’archivio di Scarpa al Maxxi), Guido Beltramini, Maria Vittoria Capitanucci e fotografi come Giovanna Silva, che è anche l’editore del volume. Un racconto che apre nuove prospettive sul modo in cui ci si può rapportare a una istituzione museale, coniugando la sua unicità con la sensibilità attuale. Un approccio metodologico simile a quello messo in atto dal team di Manifesta 12 nei confronti della città di Palermo, innescando un processo di ridefinizione attraverso la cultura contemporanea.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Humboldt Books, 2019.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Foto: © Stefano Graziani, 2018.

Note

1 Gio Ponti, Amate l’architettura. L’architettura è un cristallo, Società editrice Vitali e Ghianda, Genova, 1957, qui nella ristampa del 2015 pubblicata da Rizzoli, Milano, p. 93.

2 Italo Calvino, Perché leggere i classici, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1991, p. 13.

3 Carlo Scarpa, “Arredare”, lectio magistralis tenuta il 18 marzo del 1964 alla IUAV di Venezia, in Francesco Dal Co, Giuseppe Mazzariol, Carlo Scarpa. Opera completa, Mondadori Electa, Milano, 2001, p. 282.

4 Cloe Piccoli, Stefano Graziani, Palazzo Abatellis Palermo, Humboldt Books, Milano, 2019, p. 17.

5 Ivi, p. 23.

6 Edoardo Gellner, Franco Mancuso, Carlo Scarpa e Edoardo Gellner. La chiesa di Corte di Cadore, Mondadori Electa, Milano, 2000, p. 38.

7 Cloe Piccoli, Stefano Graziani, op. cit., p. 22.

8 Santo Giunta, Carlo Scarpa. Una [curiosa] lama di luce, un gonfalone d’oro, le mani e un viso di donna. Riflessioni sul processo progettuale per l’allestimento di Palazzo Abatellis, 1953-1954, Marsilio, Venezia, 2016.

9 Cloe Piccoli, Stefano Graziani, op. cit., p. 41.

10 Ivi, p. 34.

11 Ivi, p. 59.


Valentina Bruschi

Storica dell’arte, giornalista e curatrice, si è trasferita da Roma a Palermo nel 2005. Negli anni più recenti, al lavoro di scrittura e agli impegni curatoriali ha affiancato la sua passione per la storia e il territorio fondando un’azienda agricola dove produce olio d’oliva biologico, convinta che “l’agricoltura è cultura”, come diceva l’artista Joseph Beuys, secondo il quale la difesa della natura è un’azione antropologica.


Lascia un commento