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Carlo Mollino
Casa Garelli, Champoluc

30 Maggio 2019

Carlo Mollino aveva già cinquantotto anni quando il suo amico geometra Felice Garelli gli propose un’impresa singolare: smontare la baita Taleuc che aveva a Champoluc, un rascard in legno del 1664, adibito a deposito e fienile nella valdostana Val d’Ayas, e spostarla sul versante opposto, dietro la chiesa di Sant’Anna, per farne una casa di villeggiatura. L’impresa è al centro di un recente studio1, Carlo Mollino. L’arte di costruire in montagna. Casa Garelli, Champoluc, pubblicato da Electa, di due esperti mollinisti come Laura Milan, ricercatrice, e Sergio Pace, ordinario al Politecnico di Torino e curatore fra l’altro di Carlo Mollino architetto, 1905-1973, sempre di Electa (2006). Figlio d’arte – il padre adorato e autocratico era il famoso Eugenio, ingegnere in proprio e fortunato speculatore, vogherese di origine, titolare di un avviatissimo studio di ingegneria con cui aveva costruito interi quartieri di Torino –, Mollino era un tecnico solidissimo della progettazione: insegnava Composizione architettonica al Politecnico di Torino e sapeva coniugare il massimo rigore alla creatività più fervida. Era un genio eclettico, oltreché solitario. Appassionato di montagna, alpinista, sciatore, patito di fuoripista e di ferrate in alta quota, era stato un teorico del discesismo, al quale dedicò un trattato unico nel suo genere2. Ed era anche un fotografo originale, esperto di aerodinamica e volo acrobatico. Conoscitore e amante delle donne, e soprattutto del corpo delle donne – ai suoi occhi, la quintessenza della bellezza – si divertiva a mascherarle e fotografarle nelle pose più inconsuete: di schiena, di lato, da dietro, a piedi nudi, di petto, con l’inguine incastonato nello schienale di una sedia, il volto candido da scolaretta o tormentato da virago lussuriosa, fissandole in migliaia di polaroid che rappresentano un repertorio infinito di grazia femminile3.

Copertina. Particolare con il rivestimento lapideo e il boléro in pietra, il legno originale del rascard secentesco e il legno nuovo dell'intervento di Mollino. Foto: © Marcello Mariana.

Copertina. Particolare con il rivestimento lapideo e il boléro in pietra, il legno originale del rascard secentesco e il legno nuovo dell’intervento di Mollino. Foto: © Marcello Mariana.

Decenni prima del suo coinvolgimento nel progetto di Casa Garelli, nel 1940, Mollino aveva già dato prova del suo talento firmando la nuova sede della Società Ippica Torinese, all’angolo tra corso Massimo d’Azeglio e corso Dante: un edificio sospeso nel tempo e nello spazio, un monumento architettonico del XX secolo che risolveva l’impasse del razionalismo funzionalista con soluzioni prodigiose, ma che nel 1960 venne dissennatamente demolito per fare spazio alle celebrazioni dell’Unità d’Italia. Con Aldo Morbelli aveva progettato gli interni dell’Auditorium della Rai (1952), e insieme a Mario Federico Roggero il condominio in viale Conte Crotti ad Aosta (1951-1953). Quanto all’architettura alpina, nel dopoguerra aveva già realizzato la Slittovia del Lago Nero a Salice D’Ulzio (1946-47), restaurata all’inizio degli anni Duemila da Giovanni Brino e Giorgio Raineri, “l’opera più tridimensionale dell’architettura moderna italiana”, dirà lo storico Kidder Smith4, dove la struttura di un aereo da turismo convive con la forma di un galeone fantasma. E aveva già costruito la Casa del Sole a Cervinia (1947-55), accompagnata dalla stazione di arrivo della funivia del Fürggen (1950-53), da lui disegnata ma in seguito profondamente alterata senza il suo consenso dall’ingegner Dino Lora Totino. Negli anni 1952-54 firma anche altri due progetti residenziali in montagna: Casa K2 per l’imprenditore Luigi Cattaneo, sull’altopiano di Agra, e Casa Capriata, sopra Gressoney-Saint-Jean, completata postuma nel 2014. E ancora, con gli arredi per Casa Miller e per le abitazioni dei suoi amici (Minola, Devalle, Orengo), oltreché per la sala da ballo di Attilio Lutrario (1960), Mollino aveva reinventato l’architettura d’interni, creando tavoli, sedie, letti, chaise-longue, poltrone, armadietti, secrétaires. I suoi mobili, spesso pezzi unici o prodotti in serie limitate, diventati col tempo preziosi oggetti da collezione, sono sculture in movimento, effetto di suggestioni biomorfe: sedie-locusta, poltrone-gazzelle, lampade-farfalla. Particolari anatomici come la gabbia toracica di un airone, i femori di un daino, i rami delle corna di un cervo o le vertebre di una balena, ispiravano le gambe di un tavolo, lo schienale di una poltrona o la linea di una scrivania.

Fronte nord. Foto: © Marcello Mariana.

Fronte nord. Foto: © Marcello Mariana.

Dopo tante esperienze, la sfida proposta dall’amico Garelli, geometra, costruttore e produttore di materiali cementizi che aveva acquistato il rascard di Champoluc nell’estate 1962 per 850.000 lire, rappresenta per Mollino un’occasione per rinsaldare un rapporto e per sperimentare: “Non ho affatto dimenticato quanto ti ho promesso: è un lavoro che sento e che faccio volentieri, oltre al mio impegno di amicizia. Credo presto di poterti dare tutto insieme: questi lavoretti occorre prenderli di punta”5. In effetti, era un’opera di discreta complessità. Mollino riproduce il vecchio basamento in pietra che regge un volume superiore in legno, a uno sbalzo di circa due metri su due lati opposti. Particolarità storico-architettonica, i due corpi di fabbrica sono separati da un interstizio, uno spazio vuoto, dove trovano posto dieci funghi in granito grigio, alti 50 cm (boléri in patois valdostano), formati da uno tsapé, un cappello, e da un pi, cioè da un piede, poggiato sul basamento in pietra grazie al cemento gettato dentro a una trave cava che a sua volta poggia sulla testa del muro. Il tetto a due falde con manto di lastre in ardesia completa il tutto a cinque metri e mezzo di altezza. Il rascard, costruzione tipica di alcune valli valdostane, serviva a conservare il grano e i cereali. Per evitare la risalita di topi e dell’umidità dalla nuda terra al granaio soprastante, poggiava non già sulla nuda pietra, bensì su quei pilastrini in granito, a forma di fungo, i quali, persa la loro funzione originaria, vengono mantenuti da Mollino come elemento costruttivo e stilistico: un gesto quasi apotropaico, forse ironico o semplicemente evocativo dell’antica fatica dei contadini di quelle valli austere. Intanto, lungo l’intero perimetro dei pilastrini, Mollino fa scorrere una finestrella continua in legno, reinterpretando in chiave alpina una finestra a nastro che deve molto, secondo gli autori, alle aperture del soggiorno della Haus am Horn, il prototipo abitativo voluto da Walter Gropius per l’esposizione del Bauhaus del 19236. Così, tra il 1963 e 1965, Mollino si appropria di una reliquia dell’architettura popolare valdostana e la reinventa a modo suo, conciliando passato e presente, tradizione e innovazione. Come un bricoleur, smonta la baita Garelli e la rimonta dall’altro lato della valle, aggiungendo un nuovo basamento, con una scala di accesso in pietra, un portone per il passaggio delle macchine, un altro per i pedoni, e una serie di finestrine alte e strette, con davanzale in pietra e inferriate metalliche a sezione quadrata. All’inizio, pensava a una costruzione in cemento armato, ma poi finisce per utilizzare la pietra naturale. Per la scala esterna ricorre a grosse travi di larice, e si inventa una struttura a trampolino costituita da una trave in cemento con tredici pedate in legno che poggiano su due nastri metallici continui sagomati, mentre la ringhiera, in tubolare di metallo bianco, è ancorata alla trave in quattro punti. Il risultato è futuribile: somiglia “alla scaletta di una strana astronave per l’imbarco di passeggeri pronti a decollare per un viaggio nel tempo”, scrivono Laura Milan e Sergio Pace7.

Scorcio del balcone a nord. Foto: © Marcello Mariana.

Scorcio del balcone a nord. Foto: © Marcello Mariana.

All’interno, la griglia definita dai boléri detta la traccia dei muri, quasi tutti portanti, e la disposizione dei vari spazi. Qui il genio di Mollino, che ha il compito di trasformare un granaio del Seicento in una casa da vacanze nel Novecento, secolo del turismo di massa, è prodigioso. Sviluppa lo spazio su tre piani, organizzati intorno a un nucleo centrale di servizio, che ospita la scala – in pietra nel basamento e in legno al piano superiore –, i corridoi e un cavedio dove passano parte degli impianti e la canna fumaria. È la spina dorsale di tutta la baita, inedita rispetto al rascard preesistente. Al piano terra, Mollino sistema una stufa Thun che alimenta un impianto di riscaldamento ad aria, e costituisce un elemento di arredo molto chic col suo rivestimento di formelle a rilievo in terracotta verde che dal cavedio del pianoterra viene riproposto anche ai piani superiori, interrompendo la copertura in legno delle pareti. Sempre al pianterreno, dispone una piccola autorimessa, uno spazio destinato al personale domestico, e la cosiddetta tampa, come lui stesso la indica nei suoi disegni, e cioè un luogo di ritrovo informale per la famiglia e i suoi ospiti. Salendo al primo piano, oltre l’ingresso e un bagnetto, troviamo una cucina, una stanza da pranzo e un soggiorno, affacciato sul paese e sul massiccio del Monte Rosa, mentre al secondo piano c’è la zona notte, con quattro stanze da letto e due bagni. La ricostruzione della baita Garelli è insomma un tour de force che testimonia un’attenzione maniacale per i dettagli. Mollino disegna per esempio i battenti di porta e portone al pianterreno: li fa in legno, con elementi in lega di alluminio, fissati a loro volta con chiodi in ferro battuto. E il ferro battuto ritorna per le maniglie interne ed esterne. Infine, anche a Champoluc, come già a Cervinia per la Casa del Sole, Mollino progetta tutti gli arredi in legno: letti a castello, comodini a mensole, sedie. Agli autori di questo studio va il merito di aver individuato con precisione, grazie al lavoro in archivio, non solo i materiali di costruzione, come il larice, la pietra di Luserna e Malanaggio, ma tutte le maestranze e le ditte che hanno contribuito a realizzare il progetto di Mollino, come il falegname Luigi Tesio o la ditta Silvio Costa che fornisce in rivestimento in Tapiflex della cucina.

Particolare della soluzione angolare a blockbau. Foto: © Marcello Mariana.

Particolare della soluzione angolare a blockbau. Foto: © Marcello Mariana.

Al termine del cantiere, Felice Garelli restò così soddisfatto da chiedere a Mollino un intervento per la tomba di famiglia a San Genuario, nel vercellese. “Ti accludo la foto del ‘rascard’ e sono in attesa di conoscere il giorno in cui ti sarebbe possibile fare un salto lassù per vedere l’opera finita. Noi siamo tutti soddisfatti, ma un tuo giudizio ci farebbe più contenti”, gli scrisse il 27 luglio 19698. Poi, alla fine del 1971, si rivolse di nuovo all’amico architetto per due garage attigui alla baita: “Per una costruzione del genere non occorre disturbare un Mollino, ma dopo tanto riflettere temo di fare una stonatura per cui preferisco un tuo progettino, me lo fai?”9. Nel giugno 1972, Mollino gli consegnerà un lucido col disegno di un progetto dettagliato in pianta quadrata per due auto, che però non sarà mai realizzato. Sono anni di superlavoro per lui, è alle prese col progetto della Camera di Commercio, un prisma di vetro sospeso, e con la ricostruzione del Teatro Regio di Torino, per il quale ha pensato alla forma del busto di una donna, con l’interno tutto arrotondato, come un uovo. Creatore originalissimo, Mollino osservava scrupolosamente le leggi della disciplina architettonica e le ridefiniva con audacia e massima libertà espressiva. Aveva metodo, cultura e immaginazione, innovava conservando e conservava innovando. Lo dimostra la storia del rascard Garelli, una reliquia riportata in vita, affidata a una nuova missione: come un mago, Mollino è riuscito a ricomporre, anche se solo per frammenti, passato e presente. Per chi si dà l’obiettivo di conciliare la sperimentazione con il rispetto per l’architettura arcaica, la sua lezione resta ancora un modello.

Veduta da nord-est. Foto: © Marcello Mariana.

Veduta da nord-est. Foto: © Marcello Mariana.

Fronte est. Foto: © Marcello Mariana.

Fronte est. Foto: © Marcello Mariana.

Fronte sud con la scala esterna di accesso. Foto: © Marcello Mariana.

Fronte sud con la scala esterna di accesso. Foto: © Marcello Mariana.

Particolare dei balconi a ovest. Foto: © Marcello Mariana.

Particolare dei balconi a ovest. Foto: © Marcello Mariana.

Particolari della scala esterna con struttura a trampolino costituita da una trave di cemento armato a sezione variabile, tredici pedate in legno appoggiate su due nastri metallici continui e ringhiera in tubolare metallico bianco. Foto: © Marcello Mariana.

Particolari della scala esterna con struttura a trampolino costituita da una trave di cemento armato a sezione variabile, tredici pedate in legno appoggiate su due nastri metallici continui e ringhiera in tubolare metallico bianco. Foto: © Marcello Mariana.

La sala da pranzo con le sedie disegnate da Mollino su modello di quelle per la Casa del Sole di Cervinia. Foto: © Marcello Mariana.

La sala da pranzo con le sedie disegnate da Mollino su modello di quelle per la Casa del Sole di Cervinia. Foto: © Marcello Mariana.

Particolari della scala esterna. Foto: © Marcello Mariana.

Particolari della scala esterna. Foto: © Marcello Mariana.

Particolari della scala esterna. Foto: © Marcello Mariana.

Particolari della scala esterna. Foto: © Marcello Mariana.

Particolare del "fungo" boléro di granito alto 50 centimetri. Foto: © Marcello Mariana.

Particolare del “fungo” boléro di granito alto 50 centimetri. Foto: © Marcello Mariana.

Particolari della finestratura a nastro che percorre il perimetro del basamento. Foto: © Marcello Mariana.

Particolari della finestratura a nastro che percorre il perimetro del basamento. Foto: © Marcello Mariana.

Ingresso principale al primo piano dal corridoio di distribuzione interno. Foto: © Marcello Mariana.

Ingresso principale al primo piano dal corridoio di distribuzione interno. Foto: © Marcello Mariana.

Particolare dell'interno con la decorazione a formelle di terracotta e il telefono originale. Foto: © Marcello Mariana.

Particolare dell’interno con la decorazione a formelle di terracotta e il telefono originale. Foto: © Marcello Mariana.

La scala lignea al primo piano che conduce alle camere da letto al piano superiore. Foto: © Marcello Mariana.

La scala lignea al primo piano che conduce alle camere da letto al piano superiore. Foto: © Marcello Mariana.

Corridoio di distribuzione al secondo piano. Foto: © Marcello Mariana.

Corridoio di distribuzione al secondo piano. Foto: © Marcello Mariana.

Scorcio di camera da letto con gli arredi su disegno di Mollino. Foto: © Marcello Mariana.

Scorcio di camera da letto con gli arredi su disegno di Mollino. Foto: © Marcello Mariana.

Scorcio di camera da letto con gli arredi su disegno di Mollino. Foto: © Marcello Mariana.

Scorcio di camera da letto con gli arredi su disegno di Mollino. Foto: © Marcello Mariana.

Stufa Thun rivestita in ceramica al piano terreno e la scala in pietra che conduce al primo piano. Foto: © Marcello Mariana.

Stufa Thun rivestita in ceramica al piano terreno e la scala in pietra che conduce al primo piano. Foto: © Marcello Mariana.

Stufa Thun rivestita in ceramica al piano terreno e la scala in pietra che conduce al primo piano. Foto: © Marcello Mariana.

Stufa Thun rivestita in ceramica al piano terreno e la scala in pietra che conduce al primo piano. Foto: © Marcello Mariana.

Il soggiorno al piano terreno prende luce dalle finestre a nastro che lasciano intravedere i "funghi". Foto: © Marcello Mariana.

Il soggiorno al piano terreno prende luce dalle finestre a nastro che lasciano intravedere i “funghi”. Foto: © Marcello Mariana.

Note

1 Laura Milan, Sergio Pace, Carlo Mollino. L’arte di costruire in montagna. Casa Garelli, Champoluc, Mondadori Electa, Milano, 2018.

2 Carlo Mollino, Introduzione al discesismo, Casa Editrice Mediterranea, Roma, 1950, disponibile in edizione anastatica con saggi di Mario Cotelli e Massimiliano Savorra, Mondadori Electa, Milano, 2009.

3 Cfr. Fulvio Ferrari, Napoleone Ferrari, a cura di, Carlo Mollino. A occhio nudo: L’opera fotografica 1934-1973, Alinari, Firenze, 2009; Fulvio Ferrari, Napoleone Ferrari, a cura di, Polaroids by Carlo Mollino, Damiani Editore, Bologna, 2014; Francesco Zanot, a cura di, Carlo Mollino: Photographs 1934-1973, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano, 2018, catalogo della mostra L’occhio magico di Carlo Mollino: Fotografie 1934-1973, CAMERA Centro Italiano per la Fotografia, Torino, 18 gennaio – 13 maggio 2018.

4 G.E. Kidder Smith, The New Architecture of Europe: an illustrated guidebook and appraisal, World Publishing Company, Cleveland, Ohio, 1961, p. 180; ed. it. G.E. Kidder Smith, Guida all’architettura moderna in Europa, Comunità Edizioni, Milano, 1964.

5 Lettera di Carlo Mollino a Felice Garelli, 20 novembre 1964, archivio privato della famiglia Crovella Garelli, in Laura Milan, Sergio Pace, op.cit., p. 6.

6 Laura Milan, Sergio Pace, op.cit., p. 12.

7 Ivi, p. 11.

8 Ivi, p. 28.

9 Ibidem.


Marina Valensise

Ha diretto l’Istituto italiano di cultura a Parigi, scritto diversi saggi (l’ultimo: La cultura è come la marmellata, Marsilio) e fondato un’agenzia di consulenza per promuovere la cultura con le imprese. Collabora con Il FoglioIl Messaggero e Klat.


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