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Maarten Baas
Back to the future #16

17 maggio 2013

A grande richiesta, abbiamo deciso di pubblicare sul sito le lunghe e straordinarie interviste apparse sul magazine cartaceo dal 2009 al 2011. Quaranta trascinanti conversazioni con i protagonisti dell’arte contemporanea, del design e dell’architettura. Una volta alla settimana, un appuntamento da non perdere. Un regalo. Oggi tocca a Maarten Baas.

Klat #03, estate 2010.

Nel 2004, a New York, la galleria di Murray Moss presentava con una personale la ricerca di Maarten Baas, un giovane designer olandese. Nato nel 1978 ad Arnsberg, in Germania, Baas si era laureato due anni prima all’Eindhoven Design Academy con la medesima idea dalla quale erano nati i pezzi scelti da Moss. Intitolata Where There’s Smoke…, la rassegna proponeva mobili della serie Smoke, ottenuti attraverso un processo di carbonizzazione di arredi antichi. La procedura è semplice: prima si manda in fumo il mobile con un getto di fuoco, poi si ripassa sulle forme rivestendole di una resina epossidica. Il procedimento appare irriverente e insieme giocoso: Baas distrugge per conoscere, riservando al mondo degli oggetti un’attenzione primitiva, infantile. Bruciare un pezzo significa riflettere sulla percezione di una bellezza arcaico-contemporanea, che sopravvive alla catastrofe: una nuova idea di temporalità delle cose e il lavoro del designer come performer. Il valore aggiunto della mostra newyorchese consisteva nel fatto che Baas aveva mandato in fumo non solo oggetti “anonimi”, ma anche venticinque icone del design: dalla sedia Calvet di Antoni Gaudí alla libreria Carlton di Ettore Sottsass, dalla seduta LCW di Charles e Ray Eames alla Favela Chair dei fratelli Campana. Smoke segna d’altronde l’inizio della carriera di Baas e in un certo senso determina anche il carattere delle sue incursioni, attraverso il design, nel mondo dell’arte, del cinema, della musica, dello sport. Insieme al suo socio Bas den Herder, Baas lavora dal 2005 in una fattoria studio nella campagna di ‘s-Hertogenbosch, a sud di Utrecht. Da qui sono usciti per esempio i Clay Furniture (sedie e complementi d’arredo ottenuti dalla combinazione di un numero di elementi in metallo poi rivestiti manualmente di argilla colorata, prodotti dalla Established & Sons) o The Chankley Bore, i mobili con antenne realizzati in serie limitata e presentati a Londra nel 2008 nello stand di Established & Sons, alla fiera d’arte Frieze. Del 2009 è infine il progetto Real Time, una riflessione sul tempo fatta attraverso il linguaggio del video. Baas ha realizzato dei grandi orologi che sostituiscono le ore, il loro scorrere, con l’immagine di azioni che le rappresentano: come il volto sbiadito di uomo che disegna le lancette o l’azione di chi, spostando cumuli di spazzatura, sposta la linea dei minuti e delle ore; o infine l’accendersi e lo spegnersi delle sezioni di cui è fatto un numero digitale, che a seconda del rapporto tra pieni e vuoti determina l’ora esatta. Real Time è stato anche il punto di partenza della presentazione di Baas al Salone del Mobile di Milano del 2010, dove il progetto è diventato un’applicazione Apple, scaricabile per 0,99 dollari (0,75 euro). Baas ha invertito le regole del gioco, restituendo alla produzione di massa un prodotto nato come pezzo unico. E lo ha fatto affittando e vivendo per una settimana in un appartamento, appendendo alla porta un iPhone che trasmette Real Time e sistemando nella vetrina di una galleria d’arte, vicina all’appartamento e in affaccio sulla strada, il suo cocoon Shell (una scultura-libreria proteiforme fatta di acciaio, legno e rame per le finiture, con la quale è stato nominato Designer of the Year 2009 da Design Miami). Il trucco c’è, si vede e non è questo il problema. Il continuo sovvertimento delle regole, il tono scanzonato, impegnato a ripetere che tutto viene così come viene perché in fondo chissenefrega, sono tutti elementi discutibili del suo lavoro, che tuttavia rimane uno strumento per ragionare sul mondo in cui viviamo. Contadino sapiente, Baas guarda alla società dei consumi come a uno Schrebergarten: un pezzo di mondo in cui ci metti quel che vuoi, dai nanetti di Biancaneve alla lattuga.

Maarten Baas, Analog Digital Clock (iPhone application), 2010.

Maarten Baas, Analog Digital Clock (iPhone application), 2010. Foto e courtesy: Studio Maarten Baas.

Che ne dici di parlare di design?

Le uniche volte in cui parlo di design è nelle interviste. Credo che parlarne troppo, mettendosi alla ricerca di significati nascosti, non faccia per me. Il design a mio parere dovrebbe essere come la musica: o è buona o non lo è. Si può parlare di musica, ma non è parlandone che se ne coglie l’essenza. Penso che il design ti debba semplicemente far scattare qualcosa dentro. È per questo che a volte sono un po’ restio a parlarne, come se la gente non capisse niente e ci fosse qualcosa da spiegare. Ho scelto di presentare Real Time in un appartamento non tanto per parlare di design, ma perché quello che mi serviva a Milano era un posto normale dove stare, non un albergo asettico e modaiolo. Quello che mi piaceva dell’idea dell’appartamento era avere uno spazio che non c’entrasse nulla con il mondo del design, da lasciare esattamente così com’era. Quando mi trovo a Milano penso sempre sia più importante avere un posto dove potersi sedere a bere qualcosa piuttosto che esporre i propri lavori. Quest’anno in particolare non volevo esporre una nuova collezione, ho preferito sviluppare progetti che avevo già presentato. È un peccato che i designer siano regolarmente spinti a creare qualcosa di nuovo anno dopo anno. Trovo sia un meccanismo che abbassa la qualità: non si ha il tempo di migliorare i propri progetti perché si devono continuamente elaborare nuove idee. Io ho voluto lavorare e sviluppare ciò che avevo già in casa piuttosto che dedicarmi a un nuovo progetto. Così ho creato un’altra Smoke Chair per Moooi, e per Skitsch ho realizzato un oggetto che avevo progettato quando ero studente (Knuckle, il portacandele di varie misure, nda). A Milano, nell’appartamento che ho preso in affitto, ho presentato Real Time come applicazione per iPhone. Volevo già farlo l’anno scorso, ma non è stato possibile perché si è rivelato un lavoro piuttosto complicato. Quest’anno ci sono riuscito. E questo è l’unico prodotto che ho presentato al Salone del Mobile: un appartamento in affitto con un iPhone sulla porta d’ingresso.

Real Time, un’applicazione per l’iPhone. Come funziona? Basta scaricare il video a 0,99 dollari?

Sì e hai il video dell’orologio digitale. La soluzione dell’iPhone è quella che mi piace di più e che mi sembra più adatta: l’orologio ha quel tipico layout che calza a pennello sullo schermo dell’iPhone. Mentre ci lavoravo, pensavo di applicare il progetto a un quadrante ancora più piccolo, ma era difficile da trovare o farsene fare uno apposta. L’iPhone è sempre stato il supporto ideale per Real Time, questo è il motivo per cui alla fine l’ho trasformato in un’applicazione.

Real Time mette in discussione il concetto di tempo. Da dove nasce questo progetto?

Ho sempre lavorato molto intuitivamente e non mi sono mai messo a pensare a quale tipo di oggetto – di orologio, in questo caso – avrei dovuto realizzare. Di solito mi guardo attorno, vado alla ricerca di cose che potrebbero essere interessanti da sviluppare e i progetti scaturiscono in modo inconscio. In Real Time ci sono più livelli. Mi piacciono, per esempio, gli spazzini che spazzano all’infinito, senza sosta. È difficile dire da dove abbia origine il mio lavoro, il mio è un metodo molto poco convenzionale. Nessuno mi ha mai chiesto di progettare un orologio, ma se qualcuno me lo chiedesse, svilupperei qualcosa di completamente diverso. Non mi interessa avere dei limiti in ciò che faccio, cerco di restare aperto a tutte le possibilità: è così è nata l’idea di un orologio da guardare come un video. È stato come per Grandfather Clock: volevo realizzare un orologio con un uomo dentro e passo dopo passo sono arrivato al progetto finale con dentro un uomo, per davvero.

Sei stato studente alla Design Academy di Eindhoven, una delle scuole di design più all’avanguardia al mondo, a quell’epoca diretta da Li Edelkoort. Perché hai scelto di diventare un designer? Raccontami qualcosa del tuo background e di come sei entrato nel mondo del design.

Ho deciso di frequentare la Design Academy a quindici o sedici anni. Sapevo di voler fare qualcosa di creativo, come fotografia o video, ma quando ho scoperto il mestiere del designer mi sono detto: «Ehi, questo potrebbe essere il lavoro che fa per me!». Quelli all’Academy sono stati anni duri per me.

Quanto dura la Design Academy?

In teoria quattro anni, ma io ne ho impiegati sei perché sono stato bocciato molte volte. Ero un pessimo studente. Ho anche frequentato il Politecnico di Milano per parecchi mesi. È stata dura. Scelsi di andare al Politecnico per rinfrescarmi le idee: ero troppo immerso nel mio lavoro e a Milano ho avuto l’occasione di guardarmi attorno e aprire la testa. Quando sono tornato a Eindhoven ho iniziato la serie Smoke, il progetto con cui mi sono laureato e che mi ha fatto conoscere.

Maarten Baas, Analog Digital Clock (poster), 2010.

Maarten Baas, Analog Digital Clock (poster), 2010. Courtesy: Studio Maarten Baas.

Quando eri a Milano hai conosciuto qualcuno che ti ha particolarmente influenzato o che ti piace ricordare come un maestro?

Non in quel periodo. Più tardi ho conosciuto Fabio Novembre e siamo diventati amici. Quello che mi colpì all’epoca fu il diverso approccio al design. Un approccio antitetico rispetto a quello della Design Academy.

Perché antitetico?

Il metodo di insegnamento è completamente diverso. Alla Design Academy ci sono dieci studenti intorno a un tavolo e tutto è molto informale. C’è un professore che mostra dei lavori e armeggia con attrezzi e materiali. A Milano ci sono classi di trenta studenti e chi sta in cattedra è molto concentrato su teorie e discorsi.

Dal 2002 esponi in fiere e gallerie di design. In che misura questa attività influenza il modo di presentare il tuo lavoro?

Mi stimola a ignorare le regole. Aprire le porte di un appartamento privato come ho fatto quest’anno è qualcosa che nessun altro designer ha mai fatto prima, a quanto ne so. Le fiere e il Salone del Mobile di Milano sono per me una sorta di parco giochi. Penso che ormai la gente conosca il mio lavoro e le mie presentazioni degli anni precedenti. Questo mi consente di sviluppare progetti da mostrare anche a un pubblico ristretto. Nelle passate edizioni, all’inizio della mia carriera, avevo un approccio più “standard”, mostravo i miei lavori in modo più tradizionale: spazi white cube con mobili e oggetti esposti come su un palco o in una vetrina di un negozio. Voglio dire: avrei potuto fare qualcosa di analogo a quanto fatto negli anni precedenti, ma tutti si sarebbero domandati: «Che cosa gli è preso?!». Ora che la gente conosce il mio lavoro e sa che mi piace stravolgere le convenzioni, mi diverto a giocare con questi elementi cercando di allargare i confini del design. Allargare i confini del design significa esporre me stesso e i miei lavori al giudizio di chi dice che non sono un designer, che mi comporto come un artista e assumo queste posizioni per vedere fino a dove mi posso spingere. Il punto per me non è disegnare una sedia che sia funzionale o un orologio che misuri il tempo. Il mio approccio agli oggetti che hanno una funzione è improntato alla massima libertà, così da consentire al mio lavoro di essere il più aperto possibile.

Hai accennato alla serie Smoke e vorrei che dicessi qualcosa di più sulla visione del futuro che esprimi attraverso il tuo design. La serie Smoke, che ha dato il via alla tua carriera, consiste nel dar fuoco a icone del design progettate da maestri come i fratelli Campana, Rietveld, Eames e Gaudí. Con Smoke sei entrato a far parte della storia alla quale appartengono questi grandi nomi, trasformando oggetti di industrial design in pezzi in edizione limitata: puoi dirci qualcosa di più su questo progetto?

La tua è una chiave di lettura interessante. È stato come per l’orologio. Il mio lavoro non scaturisce mai da un rapporto con lavori altrui o da una prospettiva storica. Non vedo la storia come un punto di partenza e faccio sempre ciò che sento sia giusto fare in quel momento. Ma per certi aspetti è vero che la storia si insinua inconsciamente nel mio lavoro. Quando dopo la laurea nel 2002 cominciai a lavorare, il tema del mobile bruciato fu una scelta automatica per me. Semplicemente, pensavo che fosse il momento giusto per sviluppare quest’idea. Non ho mai pensato a Smoke in una prospettiva storica o come un modo per creare uno spazio libero per andare avanti. La cosa buffa però è che dopo qualche anno ho creato la serie di mobili Clay, che, se messa in rapporto a Smoke, può essere letta come una strada nuova, fresca, giovane e un po’ naif. In un certo senso Clay è germogliata dalla terra bruciata resa più fertile dal fuoco. Non è mai stato un processo consapevole, ma mi piace l’effetto che ne scaturisce. Mi piace il fatto che se ci si guarda indietro si vede una linea, una sorta di sequenzialità.

Maarten Baas, Where there’s smoke - Children Chair Vintage, 2002.

Maarten Baas, Where there’s smoke – Children Chair Vintage, 2002. Foto: Maarten van Houten. Courtesy: Studio Maarten Baas e Moss Gallery, New York.

Il futuro che evochi con il tuo design è più vicino al mondo dei Flintstones che a scenari fantascientifici: più distopia che utopia. Mi riferisco alle serie Clay o Hey, chair…: quanta ironia c’è nel tuo modo di vedere un oggetto di uso quotidiano?

Alla fine tutti i miei progetti sono una sorta di estensione di me stesso. C’è tanto divertimento e ironia nel mio lavoro e mi è impossibile non prenderlo un po’ in giro. È stato così anche quest’anno con l’iPhone nell’appartamento.

Tu ti diverti a giocare sul confine tra il mondo dell’arte – che implica il concetto di unicità – e il mondo del design. Non hai mai prodotto qualcosa in serie…

Sì, in effetti. A parte l’applicazione per l’iPhone, s’intende!

Hai ragione. Il Real Time per l’iPhone è il tuo primo vero prodotto di massa…

Un prodotto di massa, esattamente: è proprio questo che mi piace. Anche qui c’è tanta ironia, perché le persone dicono: «Il tuo lavoro è inaccessibile, è solo per le élite». E io in tutta risposta creo un prodotto da 0,99 dollari. Mi diverte incasinare le cose e creare oggetti che non siano in linea con ciò che ci si aspetterebbe da me. Già mi immagino alcuni collezionisti dire: «Cavoli, pensavo che Real Time fosse un’opera d’arte e adesso si può scaricare sull’iPhone». Mi piace prendermi gioco anche di loro! Sì, l’ironia è certamente una componente importante del mio lavoro.

Negli ultimi tempi stiamo assistendo a una sorta di ritorno al passato, alla ricerca di nuovi processi artigianali che diano valore alla produzione moderna. Come inquadri questa tendenza nel tuo lavoro? Ciò che trovo affascinante e al contempo controverso nel tuoi progetti è il modo radicale in cui incorpori la pratica del ready-made senza alcuna limitazione, e come ne fai sfoggio senza sensi di colpa. Mi sembra, ma forse mi spingo troppo in là, che tu faccia ironicamente riferimento agli aspetti politici della pratica di Marcel Duchamp o in generale alla cultura dadaista.

Ho sempre progettato nel modo e con i materiali che sentivo più adatti. La scelta di tecniche e materiali è dettata dalla volontà di fare un buon lavoro. Per i mobili della serie Clay, per esempio, ciò che mi importava era realizzarli a mano. Poiché sono veramente fatti di argilla, non avrebbe avuto alcun senso creare uno stampo e fare venti copie della stessa sedia: sono mobili da fare a mano, uno alla volta. Ma non ho mai intenzionalmente pensato di realizzare un prodotto di fascia alta o bassa. Le edizioni limitate non sono il mio obiettivo, anche se ne ho firmate molte. Il punto è che voglio realizzare oggetti che siano il più possibile belli. Questo è il motivo per cui poi diventano oggetti costosi e in edizione limitata. Tuttavia, quello che mi piace del mio ultimo prodotto, il Real Time per l’iPhone, è che è un prodotto di massa che possiede la stessa qualità che avrebbe se fosse in edizione limitata. Il motivo per cui di solito non opto per la produzione in serie è che non voglio fare concessioni sul prodotto: io voglio che sia esattamente come dovrebbe essere. Se poi lo si riesce a realizzare proprio come dovrebbe essere, e in più in milioni di copie, mi va bene comunque. Fare un prodotto in serie o meno, per me non è mai stata una questione di principio. Dipende sempre da quello che mi interessa fare di volta in volta.

Maarten Baas, Where there’s smoke - Thonet, 2002.

Maarten Baas, Where there’s smoke – Thonet, 2002. Foto: Maarten van Houten. Courtesy: Studio Maarten Baas e Moss Gallery, New York.

Il tuo studio, che hai avviato nel 2005 assieme a Bas den Herder, è cresciuto in parallelo ai tuoi progetti. Oggi è uno studio modello fabbrica con tanti dipendenti o è un ufficio più ridotto che si occupa di elaborare idee che poi altri realizzano? Com’è organizzato il tuo lavoro?

Il lavoro varia di continuo e dipende dal progetto, visto che lavoriamo principalmente con freelance. Ma di base siamo circa in dieci.

Fai tu i disegni?

Sì, a volte faccio degli schizzi per spiegare la forma degli oggetti, ma fungono per lo più da punto di partenza che poi lo studio sviluppa. Seguo tutte le fasi del progetto e i vari problemi che si incontrano, ma non eseguo mai il disegno finale. Di base è così che lavoriamo. Seguiamo il progetto passo dopo passo e correggiamo il tiro man mano che si va avanti.

Dopo la serie Smoke, hai stretto rapporti con delle importanti gallerie di design come Murray Moss e Established & Sons. Con loro hai avuto l’opportunità di sviluppare la tua ricerca con la libertà di solito concessa a un artista: ti hanno organizzato mostre, prodotto edizioni limitate dei tuoi lavori, pubblicato libri e rappresentato in fiere e store museali. Di recente hai anche iniziato una collaborazione con la galleria Contrasts di Shanghai. In che misura questi rapporti hanno cambiato il tuo modo di lavorare?

Ho iniziato a lavorare con Moss a New York nel 2004, con una mostra personale della serie Smoke. La Moss Gallery, che mi ha sempre aiutato e sostenuto, è la galleria più importante con cui ho lavorato. Con Contrasts, invece, si è trattato di un’importante collaborazione. Pearl Lam, la fondatrice di Contrasts, mi ha invitato a realizzare degli oggetti usando tecniche tradizionali con la collaborazione di produttori cinesi. L’idea era di far evolvere le loro tecniche applicandole a progetti firmati da giovani designer occidentali. Io ho scelto di lavorare con il legno e di realizzare una sedia con l’aiuto di artisti e artigiani locali. Ho sfidato gli intagliatori di Shanghai a realizzare opere fuori dal comune fondendo design occidentale e tecniche tradizionali cinesi. È così che sono nati Chinese Objects Object (in legno di canfora) e Plastic Chair in Wood (in olmo).

Maarten Baas, Where there’s smoke - Favela, 2002.

Maarten Baas, Where there’s smoke – Favela, 2002. Foto: Maarten van Houten. Courtesy: Studio Maarten Baas e Moss Gallery, New York.

Il carattere non interpretativo del tuo lavoro, che non si fa confinare in un angolo e mantiene sempre la massima apertura, è un altro aspetto del tuo approccio “performativo” al design. Magari non sarai d’accordo, ma io credo che sia un tratto fondamentale, che trasforma la tua ricerca in qualcosa che gioca (pericolosamente) lungo il labile confine tra arte e design. Sei vicino ad artisti che senti importanti per la tua vita? Dico vita perché ritengo che la tua sensibilità sia vicina a quella di chi pratica le arti visive e, in fondo, il fare artistico riguarda arte e vita insieme.

Sì, in un certo senso… Nel mio studio ci sono un paio di artisti olandesi. Quando si pensa a un artista ci si immagina qualcuno che fa quadri, sculture o installazioni, ma credo che anche chi lavora come idraulico possa essere considerato un artista per il modo in cui vive la sua vita. Uno dei miei migliori amici ha un approccio alla vita che definirei artistico, ma non ha mai creato un’opera. Vive in montagna e gestisce un rifugio sulle piste da sci. Persone come lui non sono artisti nel senso tradizionale del termine, ma esercitano comunque una grande influenza sulla mia vita e sul mio design. Quindi, non parlerei di un’influenza di veri e propri artisti, ma piuttosto di persone che hanno una mentalità aperta. Come mia sorella, per esempio, alla quale sono molto legato: lei pratica massaggi olistici ed è molto addentro al mondo spirituale. Non è un’artista in senso stretto, ma è senz’altro una persona dalle vedute molto ampie.

Ci sono stati grandi maestri della storia dell’arte che non hanno avuto una formazione artistica: Richard Serra, per esempio. In relazione a ciò che Dan Graham definisce «la riduzione dell’arte da parte di Oldenburg (e di altri artisti della Pop Art) a un décor semi-funzionale (o non-funzionale) rintracciabile anche nei primi lavori del minimalista Dan Flavin», credo che si possa affermare che il tuo lavoro esprime una certa tensione verso il modernismo. Una caratteristica che s’inserisce in quello che potremmo definire un trend nel design contemporaneo, ovvero la ricerca di nuovi procedimenti artigianali in grado di conferire un valore aggiunto alla nostra modernità, in una sorta di recupero del passato. Non penso solo ai tuoi lavori, ma anche all’uso che fai del linguaggio e dei font. Mi riferisco in particolare ai titoli delle tue opere (spesso veri e propri giochi di parole con echi poetici e letterari), al font da cartone animato usato per il tuo sito o alla firma che apponi sui tuoi pezzi. Perché hai scelto questi elementi?

Perché mi piacevano. Mentre progettavo il mio sito, mi sono reso conto che non avevo mai lavorato su un computer. Ovviamente, l’ho sempre usato come strumento, ma non avevo mai pensato di progettare qualcosa per il computer in sé. E non perché io abbia qualcosa contro i computer, semplicemente l’idea non mi era mai passata per la testa. Così mentre lavoravo al sito mi è venuto in mente che mi piacciono le lettere ritagliate. Non abbiamo fatto altro che realizzarle, fotografarle e così abbiamo ottenuto il font. Un’operazione high-tech ma con una forte componente manuale. Anche il modo in cui disegno è manuale, visto che non sono capace di usare nessun programma 3D, eppure oggigiorno tutti lo fanno. Non si tratta di una scelta consapevole, è sempre stato naturale per me creare le cose a modo mio e provare a calarle nel mondo tecnologico. So bene che esistono altri siti web di questo genere, ma il mio approccio non vuole essere una reazione. Ciò che mi muove è la semplice idea di ritagliare le lettere e usarle per il sito, anche se poi alla fine le cose si complicano sempre e sono difficili da realizzare. Comunque sia, il punto di partenza è sempre: «Ehi, questo mi piace!». È così che è andata per l’orologio: una semplice idea di partenza che poi diventa complicatissima da mettere in atto. Ma si deve tirare dritto e restare fedeli all’intenzione originale.

Maarten Baas, Clay Furniture, 2006.

Maarten Baas, Clay Furniture, 2006. Foto: Maarten van Houten. Courtesy: Studio Maarten Baas.

Avete una routine quotidiana o dei rituali in ufficio?

Siamo molto nine to five. Ogni mattina ci troviamo alle nove, ci beviamo un caffè insieme e poi si inizia. Il resto della giornata cambia sempre perché lavoriamo di volta in volta con team diversi. Ci serve solo un momento alla mattina per guardarci in faccia e capire chi c’è e chi non c’è. Direi che questo è il nostro unico rituale.

Parlaci della tua esperienza a Miami, dove hai presentato il tuo progetto Shell e sei stato nominato Designer of the Year.

Il ricordo di Miami mi inorgoglisce ancora molto. È stata senza dubbio una bellissima esperienza. Ho lavorato davvero tanto negli ultimi anni. Ho anche comprato un nuovo studio (che è una fattoria). Stavano accadendo molte cose in quel periodo e Design Miami ha rappresentato l’apice. Questo riconoscimento mi ha permesso di guardarmi alle spalle – cosa che non avevo mai fatto prima – e di capire che tipo di lavoro avevamo svolto in pochi anni. Per via della mia età, ero pronto ad affrontare un pubblico scettico, ma le cose non sono andate così e nessuno ha messo in discussione il genere di lavoro che ha vinto il premio.

Forse perché a Miami bellezza e bruttezza coesistono con una certa naturalezza. Questo succede in molti altri luoghi, ma credo che a Miami in particolar modo ci sia un eccesso di entrambe. La percezione della bellezza è un tema che appartiene al tuo lavoro?

Sì. Cosa è bello e perché lo consideriamo tale è uno degli argomenti principali del mio lavoro. Questione che si ricollega anche al motivo per cui dobbiamo sempre cercare di spiegare cosa sia la bellezza, piuttosto che godercela e basta. Tutte queste cose mi interessano molto. Smoke era un modo per offrire una risposta a questi atteggiamenti. Perché dobbiamo conservare tutto quello che ci appartiene? Perché diciamo: «Quella è la cosa più bella di tutte, in assoluto»? In natura tutto cambia, quindi perché desideriamo che le cose rimangano sempre come sono? Perché non possiamo accettare che il cambiamento agisca anche sui nostri mobili o su qualsiasi oggetto che possediamo? Anche la serie Clay ha a che fare con la percezione della bellezza. La gente definisce questi miei mobili come design imperfetto, ma bisogna capire cosa intende per imperfezione. Sì, la riflessione sulla bellezza è senz’altro un tema ricorrente nel mio lavoro.

Che è di nuovo una questione di real time.

Sì, certo.

Maarten Baas, Chinese Objects Object, 2008.

Maarten Baas, Chinese Objects Object, 2008. Courtesy: Contrasts Gallery, Shanghai.

Maarten Baas, Hey, chair, be a bookshelf, 2005.

Maarten Baas, Hey, chair, be a bookshelf, 2005. Foto: Maarten van Houten. Courtesy: Studio Maarten Baas.



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