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Thiago Rocha Pitta
Back to the future #37

15 novembre 2013

A grande richiesta, abbiamo deciso di pubblicare sul sito le lunghe e straordinarie interviste apparse sul magazine cartaceo dal 2009 al 2011. Quaranta trascinanti conversazioni con i protagonisti dell’arte contemporanea, del design e dell’architettura. Una volta alla settimana, un appuntamento da non perdere. Un regalo. Oggi tocca a Thiago Rocha Pitta.

Klat #04, autunno 2010.

Thiago ed io siamo più o meno coetanei (lui ha solo due anni più di me), viviamo a dieci ore di distanza di aereo (Milano-San Paolo) e non ci siamo mai incontrati di persona. Parliamo, fin dal primo momento, una lingua spontanea e meticcia: un inglese usato come Caronte tra il mio italiano e il suo portoghese. Comunichiamo attraverso il codice sincopato di Skype, che irrompe a casa e in ufficio con l’intermittenza di un botta e risposta verbale, e il ritmo disteso delle e-mail che, al contrario, regala uno spazio di conversazione che assomiglia più a una lunga parentesi o a una scatola dove il pensiero si può stirare e allungare fin dove può. Ne abbiamo ricavato una bella chiacchierata. Eccola, in esclusiva per Klat!

Come ti sei avvicinato all’arte?

Mio padre, Fernando Pitta, era un artista, quindi io sono praticamente cresciuto in uno studio. Ha insegnato a me e ai miei fratelli a disegnare prima ancora che a leggere e a scrivere. Inoltre, vivevamo in una piccola cittadina barocca, piena di chiese e monumenti, circondata da una bellissima montagna…

Credi che l’essere artista sia una condizione legata al destino, a un qualcosa che è scritto nel DNA?

No, penso che sia l’ambiente a condizionare il nostro carattere e il nostro destino.

La natura domina nel tuo lavoro. Come pensi e vivi la relazione tra natura e cultura?

Questo dipende da cosa intendi per natura e a che cosa ti riferisci quando parli di cultura. Per me tutto è cultura, anche la natura. Elementi primari come l’acqua o le rocce sono ricchi di contenuto, di significati simbolici: se li togli dal loro contesto originario e li introduci in quella che definiamo “opera d’arte”, non si possono più considerare naturali. Allo stesso modo, un oggetto banale come l’orinatoio smette di essere tale se lo utilizza Marcel Duchamp. La cultura, in un certo senso, si appropria della natura, la trasforma. Un oggetto “culturale” è solo un oggetto “cucinato”. Quindi, prima di rispondere alla tua domanda, vorrei fartene una io. Chiederesti mai a un cuoco se la natura è l’ingrediente dominante del suo lavoro? Non credo proprio, eppure lui senza i prodotti animali o vegetali offerti dalla natura non potrebbe cucinare. Credo che sia il modo in cui “si cucina” a fare la differenza, più che l’oggetto “da cucinare”. Comunque, per rispondere al tuo quesito, io vivo costantemente in uno stato confusionale tra natura e cultura.

Da europea percepisco nelle tue opere un carattere prettamente “brasiliano”, è una sensazione difficile da spiegare. Ha a che fare con un retaggio antropologico, credo. Quanto fa parte di te il tuo paese?

Non posso definire con precisione in cosa consista questo carattere e se potessi eviterei di farlo… Amo il Brasile, ma non
per quel che riguarda la sua politica, il suo governo istituzionale. Sono figlio del Brasile, di questa terra, dei miei avi, e sono il prodotto di quella strana cultura che si è sviluppata dal momento in cui questo luogo è stato inventato.

Ti senti vicino ad altri artisti della tua generazione che lavorano a Rio de Janeiro? Qual è il tuo entourage?

Non saprei. Ci sono alcuni artisti che sento vicini, penso a Marilá Dardot, Cinthia Marcelle e Sara Ramo, ma loro vengono da Belo Horizonte… Ho un background troppo differente rispetto agli artisti di Rio. Io sono nato e cresciuto in campagna, ho ricevuto un’educazione artistica in casa, mentre la maggior parte di loro ha vissuto nella grande città e ha frequentato certe scuole. Intendiamoci, io amo le grandi città. Adoro vivere in una metropoli come San Paolo, dove mi sono trasferito da circa un anno. Il mio immaginario, però, non ha niente a che fare con la cultura urbana. Inoltre, mi piace vivere l’esperienza dell’arte in solitudine, sia come artista sia come spettatore.

Thiago Rocha Pitta, Youth, 2006. Foto: Alyssa Miserendino

Thiago Rocha Pitta, Youth, 2006. Courtesy: Thiago Rocha Pitta. Photo: Alyssa Miserendino.

Dove dovrei aspettarmi di incontrarti a Rio?

Mi potresti tranquillamente trovare a Santa Teresa, il quartiere dove vivevo…

E nella caotica San Paolo?

Nel mio studio o a casa. O magari in giro a mangiare qualcosa.

Descrivimi un po’ il tuo studio.

È uno spazio semplice, con un tavolo e qualche oggetto intorno. Niente di speciale.

Qual è la tua giornata tipo? Hai qualche hobby?

Alzarmi, mangiare, lavorare, tornare a casa, dormire…

Pensi mai di andare a vivere all’estero? Quali sono le tue ambizioni per il futuro?

Mia moglie è incinta, sto lavorando a diverse cose, alcune mostre da allestire… ma la prospettiva di diventare padre è quella che mi affascina più di tutte. Sono incantato dall’idea di riscoprire la mia infanzia vedendo crescere mio figlio.

Nel tuo lavoro ricorrono elementi eterni e primigeni come la terra, l’acqua, l’aria, il fuoco. L’arte più originale è quella che riesce a provocare un’emozione forte partendo da materiali molto familiari, elementari.

Forse questi elementi non sono eterni in sé, ma lo sono il movimento e i cicli in cui vengono coinvolti. Attualizzare questi elementi, riportarli in primo piano, è come abbandonarsi a un moto perpetuo, instabile: è come vivere un incontro ravvicinato con questo moto permanente.

Cosa rappresenta il fossile nei tuoi lavori? Penso a Fossil Rain, ai temporal paintings, a Fossil Cinema

Il fossile è un’impronta del passato. La cultura fa un po’ la stessa cosa con la mummificazione. Fossil Rain è l’immagine di una roccia che ha subito l’azione di diverse piogge. Osservando le strisce colorate sulla roccia, puoi notare i vari passaggi dell’acqua sulla superficie. Le strisce rappresentano il tempo depositato, calcificato. Con i temporal paintings, diversamente, ho cercato di avvicinare la pittura al paesaggio, utilizzando il fenomeno atmosferico, la pioggia, per spargere i pigmenti sulla tela. Fossil Rain è stato una specie di modello per questi lavori. Fossil Cinema, invece, è la luce fossile. Il sole ci fornisce energia da tempo immemorabile: una parte di essa si è condensata nelle strutture organiche, l’altra si è fossilizzata e la ritroviamo nel petrolio, che deriva da depositi naturali sotterranei di carbonio e idrogeno, e nel carbone. Noi utilizziamo l’energia di un universo fossile. Quando guardo la luce del carbone nelle braci è come se guardassi la luce del sole.

Rocce, luce, fossili, fiamme: queste immagini mi fanno pensare a una nostalgia per qualcosa di perduto.

Forse c’è la nostalgia per una completezza, per una totalità perduta, per un’unita ormai distrutta.

Youth, 2006. Potremmo dire che rappresenta il lento e inesorabile passaggio all’età adulta? Quanto c’è di autobiografico in quest’opera? Il riferimento a La linea d’ombra di Conrad sembra inevitabile.

Joseph Conrad ha una sorta di ossessione per il passaggio dalla gioventù all’età adulta, e questo è evidente in La linea d’ombra, così come in altri suoi libri. La tua riflessione è quindi corretta, ma se mi avessi posto la stessa domanda quattro anni fa, nel 2006, quando ho realizzato Youth, forse ti avrei risposto di no, perché stavo resistendo all’idea di crescere. Oggi però è diverso… Comunque, Youth è anche il titolo di un breve racconto di Conrad: è la storia del primo viaggio verso Oriente di un giovane marinaio, il primo viaggio ufficiale di un’imbarcazione antica e danneggiata che trasporta un carico di carbone. La trama può essere divisa in due parti. Nella prima, la nave quasi affonda a causa di una grande tempesta. Nella seconda, brucia. Quasi a voler stabilire una relazione complementare tra l’acqua e il fuoco. Il giovane capitano vive in un costante stato di eccitazione e meraviglia, malgrado il pericolo e la catastrofica sequenza di situazioni che si trova ad affrontare. Questa predisposizione allo stupore dell’età giovanile è ciò che caratterizza principalmente le pagine di Conrad. Ma tornando al mio Youth… L’idea nasce da un precedente video del 2002, Homage to JMW Turner, che presentava una piccola imbarcazione di legno in fiamme nel mare, alla deriva. Dopo averlo girato, ho iniziato a pensare alla sua struttura e a riscontrare una certa analogia con la cucina. Il cibo che cuciniamo viene fatto perlopiù cuocere dentro una pentola, assieme all’acqua o all’olio. Ho associato la barca alla pentola, e ho iniziato a progettare e a realizzare Youth. Ho disegnato l’imbarcazione e l’ho costruita in acciaio inossidabile, il materiale tipico delle pentole. Poi l’ho riempita d’acqua e ho disposto il carbone sotto e intorno alla barca. Alla fine ho acceso il fuoco…

Thiago Rocha Pitta, Heritage, 2007. Foto: Paula Dager

Thiago Rocha Pitta, Heritage, 2007. Courtesy: Thiago Rocha Pitta. Photo: Paula Dager.

Che rapporto hai con la storia dell’arte? In Homage to JMW Turner, nel 2002, hai reso omaggio al pittore inglese William Turner. Cinque anni dopo, nel 2007, hai girato un altro video con un titolo significativo: Heritage.

Homage to JMW Turner è stato il mio primo video e uno dei miei primi lavori in generale. Non ricordo di averlo elaborato in maniera profonda quando l’ho pensato. Avevo quell’idea della barca che brucia e mi sono ricordato del famoso dipinto di Turner Peace-Burial at Sea. Così ho deciso di dedicargli un omaggio. Il video è molto semplice, ed è da lì che vengono tutte le altre barche che ho creato e distrutto. Quando ho finito di girarlo, l’ho mostrato a mio padre e gli è piaciuto molto. Mi ha chiesto di aiutarlo a realizzare un video con lui, perché aveva un’idea molto simile al mio Homage in testa. Gli ho detto: va bene, proviamoci. Ma il progetto è stato accantonato, anche perché mio padre è sempre stato un artista affezionato alla pratica in studio, meno alle esperienze “esterne”. Nel 2006, dopo la sua morte, mentre riordinavo i suoi file nello studio, mi sono capitati in mano degli schizzi che rappresentavano quell’idea: una barca, con un albero dentro, in mezzo al mare. Ho deciso di realizzarlo da solo, con alcune variazioni, come omaggio a mio padre: Heritage.

Rimanendo agli omaggi e alle origini. La Land Art è una pratica presente in molti dei tuoi interventi, così come l’Arte Povera per l’uso di materiali semplici e organici.

Sono un grandissimo estimatore della Land Art e dell’Arte Povera e mi è molto difficile collocare il mio lavoro al di fuori del percorso che hanno tracciato, ma faccio anche fatica a stabilire un reale confronto con due movimenti così importanti. In ogni caso, quello che sento più vicino, con cui mi identifico culturalmente, è l’Arte Povera.

Chi è stato per te un vero artista?

Robert Smithson.

Rappresentare il tempo. L’uomo tenta invano di fermarlo in un’immagine o in un video. Che percezione hai del tempo?

Penso che la nostra percezione del tempo sia più veloce rispetto a una sua ipotetica durata oggettiva. Ho girato un video che in qualche modo dialoga con questa domanda, si chiama Aerial bridge with highway time or addressless love letter. Ho filmato dal finestrino dell’aereo un viaggio da Rio a San Paolo che dura cinquanta minuti, poi ne ho esteso la durata a quattro ore.

Hai sperimentato diversi media: video, fotografia, pittura, scultura, installazione. Quale ha risposto meglio alle tue esigenze?

Non so rispondere. La cosa più importante per me è la poetica che appartiene a ogni singolo lavoro. Non importa che si tratti di un libro, una canzone, un disegno, un film, una fotografia, un’installazione, etc. È la poetica a fare la differenza, non il mezzo.

La musica che preferisci?

Direi quella di Dorival Caymmi.

Arte e mercato. Può esistere l’arte al di fuori delle gallerie? Cos’è per te il mercato? In Brasile sei rappresentato dalla Galeria Millan a San Paolo e da A Gentil Carioca a Rio, conosciuta per il suo taglio cutting-edge: due approcci diversi.

L’arte può essere ovunque, il mercato è solo il luogo dove si vendono e comprano cose. Galeria Millan e A Gentil Carioca sono molto diverse, ma condividono molti pregi. In entrambe ritrovo un’altissima professionalità e mi lega a loro una grande amicizia. Si rispettano molto e capita che collaborino piuttosto che farsi concorrenza. Questa è una fortuna.

Hai anche una galleria in Europa, la Andersen’s Contemporary di Copenhagen, dove hai presentato nel 2008 la tua personale Inland Shipwreck.

In quella occasione ho usato la stessa barca del video Heritage, una sorta di gemella. Nel video del 2007 l’imbarcazione galleggia con due alberi dentro, come una sorta di isola fluttuante, mentre in Inland Shipwreck la stessa barca sprofonda su se stessa fino a sparire. Ho presentato i due video in due stanze simmetriche, posizionate dietro al muro dove era appesa la grande tela Project for stormy weather paint. Nella stessa sala c’era anche una fotografia della serie Fossil Rain. Il suono del mare proveniente da Heritage è stato mixato con quello della terra che copre la barca di Inland Shipwreck. La mostra era una riflessione sul movimento della terra, sul suo moto perpetuo: una condizione per certi aspetti eccezionale di cui non ci rendiamo nemmeno conto. C’erano anche degli acquerelli: avevo dipinto alcune barche a vela come se fossero pietre. Ne La linea d’ombra c’è una scena in cui il capitano vede la propria nave, immobile a causa di un’assenza di vento prolungata, come «un modello di veliero posto tra le luci e le ombre di un marmo levigato». Una nave di pietra, una dimensione in cui «non era possibile distinguere la terra dall’acqua».

Che tipo di relazione hai con i collezionisti?

La migliore possibile!

E con i curatori? C’è qualcuno che ti hai aiutato in particolare o con cui ti piacerebbe confrontarti?

Non ho un rapporto particolare con nessuno di loro. Cerco solo di essere professionale e mi aspetto altrettanto da parte loro.

La tua ultima personale in Europa è stata a Karlsruhe da Meyer Riegger, nel 2009: A Rocky Mist. Un’altra esperienza nelle vesti di artista-alchimista…

Sì. La mostra era costruita fondamentalmente su due pezzi: la scultura A Rocky Mist e l’acquerello The bird in the fog (l’uccello nella nebbia, nda). A Rocky Mist rappresentava il frutto dell’elaborazione delle mie precedenti esperienze con il sale e la sua cristallizzazione. Sono molto affascinato dalla natura mutevole del sale. Il sale proviene dall’erosione della montagna, ha un’origine solida, ma poi si sparge per il mare e torna a essere fluido. Il sale ha un effetto sull’acqua: la rende meno liquida, la conserva, fa sì che il mare non evapori. L’opera si presentava come una piccola piscina riempita di acqua salata. Ho disposto sulla superficie quattro lastre di vetro parallele, in verticale, che ho avevo trattato con i cristalli di sale per dare loro la forma delle montagne. Quello che succedeva all’interno di questo microcosmo era molto interessante: i cristalli assorbivano il sale saturo dell’acqua, di conseguenza i profili delle montagne mutavano, trasformandosi in una nuvola bianca e solida, una “foschia rocciosa”.

Thiago Rocha Pitta, Inland Shipwreck, 2008. Foto: Alyssa Miserendino

Thiago Rocha Pitta, Inland Shipwreck, 2008. Courtesy: Thiago Rocha Pitta. Photo: Alyssa Miserendino.

A luglio hai lavorato a una grande installazione presso la Escola de Artes Visuais do Parque Lage di Rio de Janeiro e a settembre hai inaugurato Preciptações sedimetárias, la tua ultima personale da A Gentil Carioca. Raccontami qualcosa.

Alla scuola di Rio ho prodotto una documentazione fotografica quotidiana del mio intervento. Ogni giorno, il cambiamento era sotto i miei occhi. La grande tela su cui avevo sparso la polvere di ferro, Temporal Painting #5, mutava in modo evidente a contatto con l’umidità. Un processo che veniva accelerato anche grazie alla presenza di una vasca bassa piena di acqua (che faceva parte dell’opera), creando una sorta di gigantesco acquerello. L’idea di “disegnare” sul muro di A Gentil Carioca una nuvola di ferro (Iron Cloud/Oxide Rain) è frutto di una riflessione sul tempo e sullo spazio. Non smetto mai di incantarmi di fronte alla creatività e alla potenza della natura e delle sue metamorfosi.

In che cosa credi?

Davvero in molte cose…

Qual è il tuo sogno ricorrente?

Una fattoria e una barca a vela.

Cos’è l’arte?

L’arte è finzione e possiamo fare quello che vogliamo, mentre lo stesso non vale per la vita dove dobbiamo essere più responsabili.

Qual è la domanda che ti fai più spesso?

Non te lo dico…

Thiago Rocha Pitta, A Rocky Mist, 2009. Foto: Thiago Rocha Pitta

Thiago Rocha Pitta, A Rocky Mist, 2009. Photo & courtesy: Thiago Rocha Pitta.

Thiago Rocha Pitta, Com Temporal Painting, 2010. Foto: Thiago Rocha Pitta

Thiago Rocha Pitta, Com Temporal Painting, 2010. Photo: Thiago Rocha Pitta

Thiago Rocha Pitta, Inland Shipwreck, 2008. Foto: Alyssa Miserendino

Thiago Rocha Pitta, Inland Shipwreck, 2008. Courtesy: Thiago Rocha Pitta. Photo: Alyssa Miserendino.



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