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Tutto Gio Ponti
MAD, Parigi

12 Dicembre 2018

Nei dieci anni di direzione artistica della società Richard Ginori, dal 1923 al 1933, Gio Ponti, l’architetto e designer italiano più versatile del Novecento, realizzò trecentocinquanta motivi e duecento modelli per le storiche manifatture delle ceramiche di Doccia1. Erano oggetti magnifici, di un’eleganza senza pari, spesso pezzi unici di grande sofisticazione e al tempo stesso di un’estrema semplicità. Molti di questi oggi sono esposti al Musée des Arts Décoratifs di Parigi per una grande retrospettiva, Tutto Ponti, Gio Ponti archi-designer, curata da Sophie Bouilhet-Dumas, Dominique Forest e Salvatore Licitra, che rende per la prima volta omaggio in modo completo al genio eclettico dell’architettura e del design italiano, attraverso gli innumerevoli esempi delle sue infinite manifestazioni. La mostra parigina espone infatti vasi, ceramiche, schizzi, dipinti, ma anche lampade, tavoli, mobili, le piante delle case all’italiana progettate e i loro arredi, creati in sessant’anni di attività, e anche gli appunti, i bellissimi taccuini di viaggio, i disegni realizzati per il Corriere della Sera nei cento e passa articoli scritti per il quotidiano milanese2, oltre a moltissimi oggetti pensati per artigiani e industriali di eccellenza, come Christofle, Venini, Fontana Arte, Cassina, Singer & Sons, Altamira: maniglie, candelabri, stoffe, posate, servizi da tavola, costumi teatrali, sanitari, lampadari, piastrelle, cornici, sedie, poltrone, tavolini – usciti apposta da tanti archivi come quello della Fundación Anala y Armando Planchart, di Palazzo Bo e del Liviano, o da collezioni private come quella di Antonella Fiorucci, che ha prestato in extremis una console in noce e ottone smaltato lavorata dal maestro Paolo De Poli. Più di sessanta prestatori, sponsor come Molteni e Richard Ginori, una quarantina tra gli studiosi coinvolti e le istituzioni associate, e l’allestimento esemplare concepito da Jean-Michel Wilmotte, con la collaborazione di Italo Lupi, hanno così permesso di ricostruire l’intero percorso artistico e creativo di Gio Ponti dagli anni Venti alla fine degli anni Settanta.

Donne su nubi, vaso in maiolica dipinta a monocromo azzurro, 1924-25, Gio Ponti per Richard-Ginori, Doccia. © Museo Richard-Ginori della manifattura di Doccia, Sesto Fiorentino, Polo Museale della Toscana.

Donne su nubi, vaso in maiolica dipinta a monocromo azzurro, 1924-25, Gio Ponti per Richard-Ginori, Doccia. © Museo Richard-Ginori della manifattura di Doccia, Sesto Fiorentino, Polo Museale della Toscana.

Il primo oggetto che cattura l’attenzione è un vaso in maiolica del 1924-25, Donne su nubi, decorato in bianco e azzurro con tanti corpi di donne panciute distese sulle nuvole, mentre intorno alla fascia antichi nomi romani, Domitilla, Emerenziana, Apollonia, Balbina, rievocano alcune oscure martiri di epoca paleocristiana. Il fatto è che, entrato alla Richard Ginori nel 1923 grazie alla famiglia della moglie Giulia Vimercati, Gio Ponti sin dall’inizio si diverte a rivisitare i motivi della tradizione, spaziando dall’archeologia all’architettura, non tanto per rendere omaggio ai suoi maestri, Vitruvio, Serlio, Palladio, e tantomeno per obbedire al gioco erudito delle citazioni, ma per creare un nuovo stile, uno stile moderno che dia alle sue forme un’identità unica, riconoscibile, giustappunto italiana, e assicuri ai suoi prodotti la competitività sul mercato. Nel 1924, partecipando all’Exposition des Arts décoratifs et modernes, prima grande mostra internazionale nel dopoguerra, allestita a Parigi all’Esplanade des Invalides, con Cista – La Conversazione Classica, Gio Ponti vince il premio speciale della giuria per la ceramica. Eccola qui la magnifica urna in porcellana bianca della manifattura di Doccia, coi disegnini stilizzati che si alternano alle linee geometriche e alle decorazioni in rilievo dorate realizzate con punta di agata, che hanno la foggia di angioletti inginocchiati, mentre una musa classicheggiante poggiata a una colonna offre la presa per sollevare il coperchio. Questa rivisitazione dell’arte classica all’insegna del gusto ultra-contemporaneo venne acclamata nella Parigi degli anni Venti, capitale della cultura, desiderosa di rompere col passato inventando forme nuove, più libere, più sciolte, in tutti i campi dell’arte, dalla danza alla pittura, dalla musica all’architettura, anche se grandemente tributarie alla tradizione del passato. Le porcellane di Ponti sono forme semplici e levigate che si prestano perfettamente al disegno come avviene nel vaso ad orcino Prospettica del 1925, l’altro celebre vaso Ginori in porcellana azzurra, bianca e gialla, con le linee dei tasselli che s’inseguono lungo la curvatura in un disegno geometrico, moltiplicandosi all’infinito per accogliere ora un capitello, ora una colonna, ora un cerchio, o un arco, un cilindro, una cuspide, una stele, e rappresentare gli elementi costitutivi non solo del gusto, ma della civiltà italiana.

La passeggiata archeologica, urna in porcellana bianca con decorazioni in oro, 1925-27, Gio Ponti per Richard-Ginori, Doccia. © Museo Richard-Ginori della manifattura di Doccia, Sesto Fiorentino, Polo Museale della Toscana.

La passeggiata archeologica, urna in porcellana bianca con decorazioni in oro, 1925-27, Gio Ponti per Richard-Ginori, Doccia. © Museo Richard-Ginori della manifattura di Doccia, Sesto Fiorentino, Polo Museale della Toscana.

L’architetto milanese, laureato al Politecnico, debutta dunque da artista. E del resto lui stesso amava definirsi “un artista innamorato dell’architettura”3, attentissimo però al gioco tra l’industria e l’artigianato, come dimostra un altro reperto esposto al MAD, Labirinto, tessuto in seta dipinta e parzialmente ricamato con fili d’oro dagli artigiani della scuola di Cernobbio nel 1928-30, patrocinata da Carla Visconti di Modrone. “L’industria è il ‘modo di espressione’ del XX secolo, è il suo modo di creare. Nel binomio arte e industria, l’arte è categoria, l’industria è condizione (…)”, scriveva Ponti in occasione della Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne di Parigi del 19254. “Per capire cosa è moderno, dobbiamo considerare nelle esposizioni solo le cose che fanno effettivamente parte del mercato, che accompagnano la nostra vita nell’abbigliamento e nell’ambiente quotidiano”5. Dalle ceramiche agli oggetti di arredamento il passo è breve. Dopo il successo all’Esposizione di Parigi, dove i suoi vasi andarono a ruba, al punto da dover riorganizzare l’intero stock per la Biennale di Monza, eccolo cimentarsi con Tony Bouilhet, il giovane proprietario di Christofle, conosciuto a Parigi e subito conquistato dallo stile di quell’italiano elegantissimo e gioviale, con cui stringerà subito un’amicizia che durerà per oltre mezzo secolo. Per la celebre azienda parigina, Ponti sfornerà nuovi modelli, come la Flèche, presentata alla Biennale di Venezia nel 1928, un candelabro formato da due cornucopie unite intorno a una freccia in una sorta di abbraccio, simbolo del matrimonio tra la nipote, Carla Borletti, e lo stesso Bouilhet, la coppia di sposi per la quale Ponti progetterà la sua prima e unica casa costruita in Francia, a Garches, nella campagna parigina, battezzata l’Ange volant, perfetto esempio del vivere all’italiana in stile neo-palladiano, che riproduce il mix di modernità e classicismo sperimentato per Richard Ginori. Con Luigi Fontana, che voleva diversificare la sua produzione di vetri e pannelli, Ponti inizia a sviluppare piccoli oggetti decorativi come gli specchi coi motivi ornamentali e le lampade, che porteranno alla nascita di Fontana Arte, marchio di eccellenza attivo ancora oggi. Grazie alla mostra parigina possiamo quindi riscoprire l’estrema contemporaneità di una lampada disegnata quasi novant’anni fa, come Bilia (1931), semplice globo di luce poggiato su un cono rovesciato, o la 0024, uscita nel 1933 e ancora attualissima col suo cilindro di luce accerchiato da dodici piatti di vetro.

Lampada Bilia, 1931, Gio Ponti per Fontana Arte, Milano. © Gio Ponti Archives, Milano.

Lampada Bilia, 1931, Gio Ponti per Fontana Arte, Milano. © Gio Ponti Archives, Milano.

Membro del direttorio della Fiera di Monza, Ponti crea il gruppo Labirinto (nome suggerito da Ugo Ojetti), di cui fanno parte Carla Visconti di Modrone, la madre di Luchino Visconti, Pietro Chiesa, Paolo Venini, Tommaso Buzzi ed Emilio Lancia, suo socio nello studio milanese di progettazione architettonica dal quale uscirà il collettivo Domus Nova. Il risultato di tanta effervescenza di gruppo sarà una serie di mobili di arredamento, suddivisi in quattro tipologie a seconda dei vari spazi della casa: stanza da letto, salone, stanza da pranzo, ufficio. Grazie a un accordo con la famiglia Borletti, proprietaria della Rinascente, tali mobili saranno messi in vendita a prezzi contenuti anche nei grandi magazzini. Per la prima collezione di Domus Nova, Ponti sceglie di costruire i suoi mobili in frassino, legno fra i più economici, e al MAD potete vedere i tavoli, le stanze da letto, gli scaffali a scomparti, i comodini da muro, gli armadietti retroilluminati, prodotti in serie e destinati anni dopo dallo stesso Ponti all’arredo delle stanze di albergo. Alla fine degli anni Venti, la nuova idea guida nell’arredamento d’interni, fondata com’è sull’urgenza della pedagogia, è molto semplice: bisogna educare la nuova borghesia milanese a liberarsi dell’antico, a buttare quei lugubri mobili imponenti in stile floreale delle vecchie stanze da pranzo, con borchie, ferri di cavallo, graticole rinascimentali, per aprirsi al gusto nuovo, che non significa ripudiare semplicemente l’antico, ma combinare i mobili antichi a quelli moderni.

È così che dagli oggetti di uso quotidiano si passa all’arte della tavola, e dall’arte della tavola ai mobili e dai mobili alla casa e dunque all’arredamento di interni. La mostra parigina offre una compiuta illustrazione del percorso creativo e professionale che porta Gio Ponti dalla ceramica alla progettazione di mobili, dai mobili alla progettazione di case, e da questa agli edifici pubblici, come la scuola di Matematica all’università di Roma, La Sapienza, un gioiello del razionalismo architettonico fascista, commissionato nel 1932 e costruito nel 1935 sotto la direzione di Marcello Piacentini, con la sua pianta a ferro di cavallo, i corpi di fabbrica distinti, l’edificio rettangolare per la scuola, la biblioteca, la sala dei professori, e le due ali curve dell’edificio a ventaglio destinato agli anfiteatri. Per poi arrivare agli uffici, come quelli del gruppo Montecatini, a Milano: un complesso a più corpi, costruito in momenti diversi, distribuito tra via della Moscova (1935-38) e largo Donegani (1947-52), con le facciate rivestite di placche orizzontali in marmo, che Curzio Malaparte salutò come “un palazzo d’acqua e di foglie”6. E a palazzo Ferrania, in corso Matteotti, alla sede dell’Eiar (poi Rai), in corso Sempione, al palazzo in piazza San Babila, sempre rinunciando alla scansione degli ambienti, per garantire la flessibilità ottimale degli spazi, per non parlare del Liviano di Padova, che sembra uscito da un quadro metafisico di de Chirico e che ancora oggi è considerata la sede universitaria più bella del mondo, per quel connubio perfetto tra gli spazi di Ponti e gli affreschi di Campigli. E poi all’Istituto italiano di cultura a Stoccolma, con un progetto che ancora oggi impressiona per la sua straordinaria capacità di anticipazione del gusto, e infine ai grattacieli come il Pirelli, dove sessant’anni orsono il genio di Ponti trovava soluzioni che risultano futuriste persino per le archistar contemporanee. E ancora, le cattedrali come quella di Taranto, per citarne solo una, forse la più bella e sfortunata, la cui facciata ricamata è riprodotta nel pannello d’ingresso della mostra al MAD.

Casa di via Randaccio 9, Milano, 1924-26, progetto di Gio Ponti ed Emilio Lancia. © Gio Ponti Archives, Milano.

Casa di via Randaccio 9, Milano, 1924-26, progetto di Gio Ponti ed Emilio Lancia. © Gio Ponti Archives, Milano.

Al primo posto delle tante case di Ponti c’è quella di via Domenichino, a Milano, quartiere Fiera, all’angolo di via Monte Rosa, con la doppia finestra sull’angolo che amplifica la prospettiva verso l’esterno di chi guarda seduto in salotto. E ci sono i mobili in radica di noce con le loro linee leggere, i piedini leggermente arcuati, le venature che finiscono negli ornamenti in metallo. C’è la casa di via Randaccio, “l’architettura dopo l’architettura”7, per riprendere la definizione data dallo stesso Ponti di quello che sarà il suo primo gesto di progettazione dopo la lezione accademica al Politecnico di Milano. “Mio padre rappresenta un caso unico: un architetto antico moderno”8, diceva la figlia Lisa. E anche qui, come nei vasi, come nei candelabri, come nei mobili, l’antico si sposa al moderno in un matrimonio d’amore, dettato dal destino, dove l’evocazione della Malcontenta e delle altre ville venete di Palladio, che Ponti aveva studiato da ragazzo, si combina alle soluzioni più audaci e inattese dell’architettura contemporanea, come lo spazio aperto, il muro finestra, l’abolizione del corridoio e lo spazio modulabile attraverso paratie e porte a soffietto. Mallet Stevens aveva creato l’open space per il padiglione francese all’Esposizione del 1925, e Ponti lo riprende per svilupparlo e rielaborarlo col suo tocco italiano e con una precisa filosofia dell’abitare: “Il cosiddetto ‘comfort’ non è nella casa all’italiana solo nella rispondenza delle cose alle necessità, ai bisogni, ai comodi della nostra vita e alla organizzazione dei servizi”, ma è qualcosa di più elevato “che consiste nel vero senso della bella parola italiana, il conforto”9, dichiara Ponti nel primo numero della rivista Domus, la sua nuova avventura editoriale lanciata nel gennaio 1928. “La casa accompagna la nostra vita, è il ‘vaso’ delle nostre ore belle e brutte, è il tempo per i nostri pensieri più nobili, essa non deve essere di moda, perché non deve passare di moda”10. E le parole di Ponti accompagnano il visitatore di questa mostra come il filo rosso di un percorso labirintico, pieno di deviazioni, eclettico nella sua volontà di sconfinamento costante da un campo all’altro, eppure riconoscibilissimo e sempre coerente, perché ispirato da un principio cardinale chiaro e sostanziale, semplicissimo in quanto frutto di antica e assimilata sapienza: “Torniamo alle sedie-sedie, alle case-case, alle opere senza etichetta, senza aggettivi, alle cose giuste, vere, naturali, semplici e spontanee”11.

Tutto Ponti, Gio Ponti archi-designer
A cura di Sophie Bouilhet-Dumas, Dominique Forest e Salvatore Licitra
Musée des Arts Décoratifs, Parigi
19 ottobre 2018 – 10 febbraio 2019

Ciotola in porcellana Labirinto, 1926, Gio Ponti per Richard-Ginori, Doccia. © Museo Richard-Ginori della manifattura di Doccia, Sesto Fiorentino, Polo Museale della Toscana.

Ciotola in porcellana Labirinto, 1926, Gio Ponti per Richard-Ginori, Doccia. © Museo Richard-Ginori della manifattura di Doccia, Sesto Fiorentino, Polo Museale della Toscana.

Teiera Aero, 1957, Gio Ponti per Christofle, Parigi. © Christofle Collection.

Teiera Aero, 1957, Gio Ponti per Christofle, Parigi. © Christofle Collection.

Candelabro Flèche, 1928, Gio Ponti per Christofle, Parigi, Héritage Christofle. © Stéphane Garrigues.

Candelabro Flèche, 1928, Gio Ponti per Christofle, Parigi, Héritage Christofle. © Stéphane Garrigues.

Poltrona D.153.1, struttura in ottone satinato, ideata da Gio Ponti nel 1953 per la propria abitazione in via Dezza, a Milano, e rieditata da Molteni&C nel 2012. © Molteni Museum.

Poltrona D.153.1, struttura in ottone satinato, ideata da Gio Ponti nel 1953 per la propria abitazione in via Dezza, a Milano, e rieditata da Molteni&C nel 2012. © Molteni Museum.

Lobby dell'Hotel Parco dei Principi, Sorrento, 1960-61, progetto di Gio Ponti. © Gio Ponti Archives, Milano.

Lobby dell’Hotel Parco dei Principi, Sorrento, 1960-61, progetto di Gio Ponti. © Gio Ponti Archives, Milano.

Villa Planchart, Caracas, 1953-57, progetto di Gio Ponti. © Antoine Baralhé

Villa Planchart, Caracas, 1953-57, progetto di Gio Ponti. © Antoine Baralhé

Casa Laporte, via Brin 12, Milano, 1936, interno, progetto di Gio Ponti, Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini. © Gio Ponti Archives, Milano.

Casa Laporte, via Brin 12, Milano, 1936, interno, progetto di Gio Ponti, Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini. © Gio Ponti Archives, Milano.

Soggiorno della Villa Arreaza, Caracas, progetto di Gio Ponti, 1956. © Gio Ponti Archives, Milano.

Soggiorno della Villa Arreaza, Caracas, progetto di Gio Ponti, 1956. © Gio Ponti Archives, Milano.

Sede Montecatini, tra via della Moscova (primo palazzo, a sinistra, del 1935-38) e largo Donegani (secondo palazzo, a destra, del 1947-52), progetto di Gio Ponti, Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini. © Gio Ponti Archives, Milano.

Sede Montecatini, tra via della Moscova (primo palazzo, a sinistra, del 1935-38) e largo Donegani (secondo palazzo, a destra, del 1947-52), progetto di Gio Ponti, Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini. © Gio Ponti Archives, Milano.

Palazzo Borletti, via San Vittore 40-42, Milano, 1928, corridoio d'ingresso, progetto di Gio Ponti ed Emilio Lancia. © Gio Ponti Archives, Milano.

Palazzo Borletti, via San Vittore 40-42, Milano, 1928, corridoio d’ingresso, progetto di Gio Ponti ed Emilio Lancia. © Gio Ponti Archives, Milano.

Gio Ponti e la moglie Giulia Vimercati, appartamento di via Dezza 49, Milano, 1957. © Gio Ponti Archives, Milano.

Gio Ponti e la moglie Giulia Vimercati, appartamento di via Dezza 49, Milano, 1957. © Gio Ponti Archives, Milano.

Soggiorno di Villa Planchart, Caracas, 1953-57, progetto di Gio Ponti. © Antoine Baralhé, Anala and Armando Planchart Foundation.

Soggiorno di Villa Planchart, Caracas, 1953-57, progetto di Gio Ponti. © Antoine Baralhé, Anala and Armando Planchart Foundation.

La mano della fattucchiera, porcellana dipinta a mano in oro segnato a punta d'agata, 1935, Gio Ponti per Richard-Ginori, Doccia. © Museo Richard-Ginori della manifattura di Doccia, Sesto Fiorentino, Polo Museale della Toscana.

La mano della fattucchiera, porcellana dipinta a mano in oro segnato a punta d’agata, 1935, Gio Ponti per Richard-Ginori, Doccia. © Museo Richard-Ginori della manifattura di Doccia, Sesto Fiorentino, Polo Museale della Toscana.

Sedia 699 Superleggera, legno di frassino e canna d'India intrecciata, 1957, Gio Ponti per Cassina. © Cassina e Giorgio Casali.

Sedia 699 Superleggera, legno di frassino e canna d’India intrecciata, 1957, Gio Ponti per Cassina. © Cassina e Giorgio Casali.

Lampada 0024, 1933, Gio Ponti per Fontana Arte, Milano. © Gio Ponti Archives, Milano.

Lampada 0024, 1933, Gio Ponti per Fontana Arte, Milano. © Gio Ponti Archives, Milano.

Note

1 Molta della produzione è conservata presso il Museo Richard Ginori della manifattura di Doccia, chiuso nel 2014 e acquisito all’inizio del 2018 dallo stato italiano, con la gestione affidata al Ministero per i beni e le attività culturali, che lo ha recentemente assegnato al Polo Museale della Toscana.

2 Gli articoli, 130 per la precisione, sono raccolti nel volume Gio Ponti e il Corriere della Sera, 1930-1963, curato da Luca Molinari e Cecilia Rostagni, Fondazione Corriere della Sera, Rizzoli, Milano, 2011.

3 “Parigi omaggia Gio Ponti. Intervista a Salvatore Licitra”, di Alessandro Benetti, Artribune, 17 ottobre 2018.

4 Gio Ponti in “Le ceramiche”, estratto dal volume L’Italia alla Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne, Parigi, 1925, s.l. s.d., p. 69, testo citato da Giacinta Cavagna di Gualdana in “Les labyrinthes de Gio Ponti”, dal catalogo Gio Ponti. Archi-Designer, MAD, Parigi, 2018, p. 53.

5 Gio Ponti in “Le ceramiche”, ibidem, p. 71, testo citato da Giacinta Cavagna di Gualdana in “Les labyrinthes de Gio Ponti”, ibidem, p. 53.

6 Curzio Malaparte, “Un palazzo d’acqua e di foglie”, in Aria d’Italia, maggio 1940, testo citato da Sophie Bouilhet-Dumas nel catalogo Gio Ponti. Archi-Designer, MAD, Parigi, 2018, p. 74.

7 Gio Ponti, Amate l’architettura. L’architettura è un cristallo, Rizzoli, Milano, 2015, p. 53 (dall’edizione di Vitali e Ghianda del 1957), testo citato da Sophie Bouilhet-Dumas nel catalogo Gio Ponti. Archi-Designer, MAD, Parigi, 2018, p. 42.

8 Riportato da Sophie Bouilhet-Dumas all’autrice di questo articolo.

9 Gio Ponti in “La casa all’italiana”, Domus, n. 1, gennaio 1928, p. 7.

10 Gio Ponti in “La casa di moda”, Domus, n. 8, agosto 1928, p. 11.

11 Gio Ponti in “Senza aggettivi”, Domus, n. 268, marzo 1952, p. 1.


Marina Valensise

Ha diretto l’Istituto italiano di cultura a Parigi, scritto diversi saggi (l’ultimo: La cultura è come la marmellata, Marsilio) e fondato un’agenzia di consulenza per promuovere la cultura con le imprese. Collabora con Il FoglioIl Messaggero e Klat.


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