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Matteo Pericoli
Interview

21 Dicembre 2012

Matteo Pericoli – milanese di nascita, newyorchese d’adozione – non si limita a disegnare: piuttosto, racconta con la linea il divenire della città. Prima fra tutte la Grande Mela, metropoli in cui ha vissuto per 13 anni, e di cui ha ridisegnato lo skyline e gli scorci urbani dalle finestre delle case dei suoi abitanti. Figlio d’artista e architetto di formazione, pubblica i propri disegni sul New York Times, l’Observer, il New Yorker, la Stampa e il Paris Review. Vive e lavora a Torino, dove insegna architettura agli studenti di scrittura della Scuola Holden. Il mese scorso ha presentato alla Casa dei Libri di Milano una sua personale, dal titolo Finestre di scrittori: un’ode al volto intimo e nascosto dell’urbs, quello visibile dalle finestre degli scrittori di tutto il mondo.

Matteo Pericoli, Tim Parks

Matteo Pericoli, Tim Parks

Quasi tutti i tuoi disegni raffigurano città: talvolta ritraggono il lato oggettivo e razionale della metropoli, come testimoniano gli skyline “srotolati” di Manhattan e London Unfurled; altre volte il suo volto intimo e soggettivo, quello presente nelle vedute urbane delle Finestre di scrittori; altre ancora il suo aspetto visionario e immaginifico, come nel grande murales dal titolo Skyline of the World all’aeroporto JFK di New York. Cosa rappresenta per te una città? Penso soprattutto a New York City, nella quale hai passato 13 anni della tua vita.

Sono nato in una città, Milano, dove ho vissuto e studiato architettura fino all’età di 26 anni. Per me Milano non è mai stato un posto che avesse un cuore, uno spirito molto forte. In quegli anni credevo che la città fosse semplicemente un densissimo amalgama di case e il punto di raccolta di attività disparate, un luogo nel quale fosse conveniente vivere pur non desiderandolo: non amavo la realtà urbana, avrei voluto abitare in campagna, nelle Marche, dove risiedeva la mia famiglia. Tutto cambiò quando arrivai a New York, nel 1995. Mi accorsi che la città possedeva una sua specifica identità e che era in continua trasformazione. New York rappresentava tutto l’opposto delle mie aspettative: la verticalità, la densità, l’ampio respiro, l’intenso contatto umano. Tutto ciò dipendeva dal fatto che la metropoli non era altro che una moltitudine di piccoli paesi ed etnie. Potevo percepirne la trionfante vitalità: desideravo conoscerla e comprenderla a fondo.

Ed è stato a New York che hai cominciato a dedicarti all’illustrazione e al disegno.

Dopo un breve periodo da Eisenman, ho iniziato a lavorare nello studio di Richard Meier, dove mi sono occupato del progetto della Chiesa del Giubileo a Roma. Il metodo di lavoro di Meier è basato sul disegno: disegnavo tutto a mano, dettagli compresi, e ho imparato ad associare a ogni linea un preciso significato. Saul Steinberg, il celebre artista di origini rumene, dichiarò che il terrore che una delle sue linee potesse un giorno diventare vera, gli impedì di esercitare la professione di architetto: la mia paura e il “senso di responsabilità” nei confronti della linea esplosero durante quel periodo di lavoro. Di giorno lavoravo 10/11 ore in studio, disegnando edifici e dettagli, mentre di notte ridisegnavo New York, qualche cm al giorno, applicando il principio della corrispondenza tra riga ed elemento reale. Ho cominciato a raffigurare la città dall’esterno: disegnare tutto, e non solo alcuni frammenti della metropoli, avrebbe potuto condurmi a qualche importante scoperta. Volevo realizzare un progetto che fosse democratico e onnicomprensivo, evitando di relegare la rappresentazione della città ai soliti stereotipi. Così decisi di salire sulla Circle Line, un tour in battello che parte dalla 42ma Strada, con cui si circumnaviga l’isola di Manhattan per la durata complessiva di tre ore. Presi il battello per osservare la zona in cui risiedevo, l’Upper West Side, dall’acqua, un passo indietro dal roboante universo urbano. New York è una città molto egocentrica, guarda il mondo dall’alto e oltre, senza rivolgere lo sguardo su se stessa. Nessun newyorchese prende la Circle Line, lo fanno soltanto i turisti. Dal battello, improvvisamente, ho potuto vedere un luogo immerso nel silenzio, che sembrava nato per essere ritratto dall’esterno. In quell’occasione compresi che proprio quello doveva essere il punto di vista da cui disegnare tutto quanta la città, senza escludere nulla.

Matteo Pericoli, Ryu Murakami

Matteo Pericoli, Ryu Murakami

Dopodiché hai disegnato su due fogli di carta arrotolati – uno per il lato ovest, l’altro per il lato est – lo skyline di Manhattan: una sorta di fregio illustrato, nel quale trasfiguri la drammatica verticalità di New York – la città pensata e percepita dall’interno – in un’orizzontalità dall’aspetto inclusivo e rassicurante – la città vista dal battello della Circle Line.

Prima ho scattato centinaia di fotografie. Poi disegnavo e, mano a mano, arrotolavo il foglio alla mia sinistra: il tempo si andava ad accumulare all’interno del rotolo, senza che io mai rivedessi le sezioni disegnate in precedenza. La mia casa, infatti, mi permetteva uno srotolamento soltanto di qualche metro, mentre il disegno arrivava a 12 metri. Quelli furono anni di lavoro intenso, precedenti il 2001. In un secondo momento ho disegnato lo skyline di New York dall’interno, da Central Park – il buco della ciambella di Manhattan –, realizzato su un unico foglio. Solo allora compresi fino in fondo la città in cui vivevo.

Come nasce il progetto delle finestre di scrittori?

È nato in seguito a un trasloco. Dovevo lasciare il mio appartamento nell’Upper West Side, e con esso anche la vista dalla mia finestra sulla 102ma Strada. Provai un vero senso di sgomento nell’apprendere che non avrei mai più potuto osservare quella porzione di città visibile dai vetri. Mi accorsi che quella determinata veduta costituiva la città che più avevo impressa nella mia testa, e realizzai che per moltissime altre persone l’immagine della propria città veniva plasmata dalla vista della propria finestra. Così cominciai la serie delle finestre e, tra queste, quelle di scrittori nella Grande Mela e in tutto il mondo. Vi era un passaggio logico dal disegno dello skyline di New York alle immagini delle finestre: prima la città fisica, oggettiva, poi quella invisibile – o meglio non visibile – di queste ultime. Se non avessi avuto accesso alla mente e all’immaginazione degli abitanti e se non avessi disegnato ciò che costoro vedono dalle loro finestre, avrei perduto una grossa porzione della città, il suo lato intimo e incredibilmente personale. La vista dal mio appartamento di New York – così come quella di tutti coloro che ci vivono – era l’unica al mondo, diversa da ogni altra veduta.

Matteo Pericoli, Italo Calvino

Matteo Pericoli, Italo Calvino

Nella tua mostra alla Casa dei Libri di Milano i disegni delle finestre si accompagnavano a brevi testi scritti dai legittimi “proprietari” o da scrittori che ne fanno le veci, come Giuseppe Culicchia nel caso di Mozart e Bruno Gambarotta nel caso di Italo Calvino. Lo stesso accade nei tuoi libri The City Out My Window (2009) e Un anno alla finestra (2011), rispettivamente dedicati alle finestre di New York e Torino. Secondo te esiste un legame tra disegno e scrittura?

Certamente, soprattutto con il disegno al tratto. Quest’ultimo è quello che conferisce maggior risalto alle linee. Se si è in grado di identificare tutte quante le linee di un disegno, è possibile capire distintamente ciò che l’artista stava osservando e pensando. Il disegno al tratto è un forte specchio delle intenzioni dell’autore. Diversamente dallo schizzo, il quale consiste nel trasporre sulla carta tutto ciò che vedi, alla base del disegno vi è una rigorosa operazione di selezione, una sintesi della realtà circostante. In questo vedo il legame con la parola: il disegnatore è come uno scrittore che deve scegliere le parole giuste per esprimere con efficacia ciò che vorrebbe. Steinberg è stato, a mio avviso, il più grande scrittore con le linee che sia mai esistito. Il disegno tende verso la parola e la comunicazione. Non puoi realizzare un geroglifico con uno schizzo: per indicare apertamente cosa vuoi trasmettere hai bisogno delle linee. Il mio rapporto con la scrittura si è rafforzato in questi ultimi anni. Ora insegno architettura agli studenti di scrittura creativa della scuola Holden di Torino e l’anno prossimo, nel 2013, terrò lo stesso laboratorio di “architettura letteraria” alla Columbia University di New York. Vi è un’incredibile affinità tra la narrativa e la progettazione architettonica. Se si tolgono le parole a un romanzo o a un racconto, che cosa resta? Una struttura, che è necessario progettare in anticipo o che può essere scoperta a posteriori. Non a caso, gran parte delle metafore architettoniche, come quella dello “stare in piedi”, funziona anche con la letteratura.

Il tuo stile grafico, asciutto e sintetico, assume ai miei occhi due diverse declinazioni. Da un lato, il disegno in bianco e nero dal tratto scarno, impersonale e razionale, rivelatore della tua formazione da architetto; dall’altro, un disegno dai tratti visionari e poetici, che fa uso del colore in modo non naturalistico – forse un retaggio del papà Tullio. Non a caso, le finestre del tuo appartamento a New York prima e della cucina della tua casa a Torino poi, esprimono, attraverso il colore, la profonda intimità della situazione ritratta. Penso anche alle tue mappe colorate, le quali ridisegnano una nuova geografia politica dalla raffinatissima sensibilità cromatica. Che valore assume per te il colore?

Quando uso il colore, c’è molta più insicurezza, poiché è un campo che domino stentatamente. Non ho mai studiato nulla di disegno, ho acquisito autonomamente la tecnica necessaria. Mentre con la linea e il disegno in bianco e nero ogni riga è dettata da una ragione e da una scelta, con il colore mi ritrovo in un ambito ancora ampiamente da esplorare, e questo mi spaventa. Sono leggermente daltonico, pertanto la mia percezione del colore è falsata. Il disegno a colori mi riporta al passato, a mio padre, alle cose che ho imparato a fare quando ero bambino. Direi che il colore va a toccare delle corde diverse, rientra in una zona di creatività che per me è molto incerta. Al contrario, nei miei disegni a penna o al tratto, si raccolgono tutte le ossessioni, il rigore e la routine di un’attività forse più cerebrale.

Quali progetti hai in serbo per il futuro?

Sto proseguendo la serie delle finestre per il Paris Review; nel 2014 è prevista la pubblicazione di un altro libro che raccoglierà i disegni delle finestre degli scrittori di tutto il mondo, dal titolo Windows on the World. Inoltre, in cantiere vi è un progetto con lo scrittore Colum McCann, una sorta di gioco a ping-pong in cui a un mio disegno di 250 righe seguirà un suo testo di 250 parole, e così via per 25 volte. Un esperimento per comprendere a fondo la relazione tra parola e linea.

E una Milano “srotolata”?

Sono anni che manco da Milano e i radicali cambiamenti urbanistici che stanno avvenendo ultimamente rappresentano per me un’interessante novità. Diciamo che cerco di tenermi aggiornato, sono molto curioso su cosa Milano diventerà. In altre parole, mai dire mai!

Matteo Pericoli, Orhan Pamuk

Matteo Pericoli, Orhan Pamuk

Matteo Pericoli, Gay Talese

Matteo Pericoli, Gay Talese

Matteo Pericoli, Nadine Gordimer

Matteo Pericoli, Nadine Gordimer

Matteo Pericoli, Cesare Pavese

Matteo Pericoli, Cesare Pavese

Matteo Pericoli, Achille Varzi

Matteo Pericoli, Achille Varzi

Mostra alla Casa dei Libri, Milano. Photo: Orsola Giunta

Mostra alla Casa dei Libri, Milano. Photo: Orsola Giunta

Mostra alla Casa dei Libri, Milano. Photo: Orsola Giunta

Mostra alla Casa dei Libri, Milano. Photo: Orsola Giunta

Matteo Pericoli, Mappa dell'Africa, acquarello su carta, per la copertina del numero speciale de La Stampa dedicato all'Africa del 5 luglio 2009

Matteo Pericoli, Mappa dell’Africa, acquarello su carta, per la copertina del numero speciale de La Stampa dedicato all’Africa del 5 luglio 2009

Matteo Pericoli. Photo: Maurizio Michelini

Matteo Pericoli. Photo: Maurizio Michelini


Federico Florian

Storico dell’arte e aspirante scrittore, vive a Milano e ha un debole per l’arte contemporanea. Collabora con Arte e Critica e altre testate. Violinista e instancabile viaggiatore, ama la buona letteratura. Sogna una critica d’arte agile e fresca, e aspetta di scrivere il romanzo perfetto.


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