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Krazy Kat
L'arte del fumetto al suo apice 

18 gennaio 2018

Lo scenario è surreale: il deserto dell’Arizona, dipinto in forma quasi minimalista, nella contea di Coconino. La fauna e la flora sono ridotte al minimo, caricaturizzate. Ogni tanto dal nulla spunta una roccia dalla forma bizzarra, una chiesa minuscola, un ospedale quasi tascabile, una prigione. I protagonisti, un gatto e un topo legati da un evidente rapporto di amore-odio, e un poliziotto che li osserva, parlano uno strano slang meticcio, un misto di inglese, spagnolo e idioma afro-americano.

A voler prendere una tavola a caso di Krazy Kat, fumetto introdotto per la prima volta al pubblico nel 1910 da George Herriman, potremmo pensare di essere di fronte a un enigma. Il soggetto si riassume in una frase: c’è un topo che tira un sasso a un gatto. Finito qui. Nient’altro. Chiaramente, un’idea da poco quando i due animaletti fecero la loro prima comparsa nell’angolo in basso a destra di The Dingbat Family, oltre un secolo fa. Ma quella gag si sarebbe evoluta, per Herriman, nel lavoro di tutta una vita: prima come striscia giornaliera e poi domenicale, ospitata dai giornaloni del magnate William Randolph Hearst fino al 1944.

È nella cornice di un’arte, quella fumettistica, sempre più centrale nel panorama espositivo europeo, che va letta la mostra George Herriman. Krazy Kat es Krazy Kat es Krazy Kat al Museo Reina Sofia di Madrid (fino al 26 febbraio), probabilmente la più completa mai dedicata in Europa alla figura di Herriman, che disegnò la “gatta matta” ininterrottamente per trent’anni, fino alla sua morte. In Spagna l’attenzione per il fumetto d’autore è in crescita, ma in questo bellissimo centro d’arte moderna e contemporanea le esposizioni di questo genere si sono contate sulle dita di una mano. Autori come Nazario o Antón Patiño sono stati delle eccezioni.

L’esposizione, curata da Rafael García e Brian Walker, comprende circa 120 opere, dai disegni originali alle riviste dell’epoca dove furono pubblicati, mettendo in luce non solo versioni diverse di Krazy Kat, ma anche altri personaggi minori e fumetti creati da Herriman: come Baron Bean, Embarrassing Moments o The Family Upstairs. “Herriman è uno dei grandi artisti del XX secolo e uno dei più influenti”, spiega Manuel Borja-Villel, direttore del museo. “L’aspetto surrealista sta nel modo in cui Krazy reagisce alle aggressioni: volendo ancora più bene a Ignatz, rispondendo all’odio con l’amore. Qui tutte le tipiche gerarchie sociali sono stravolte”.

Se in Europa il fumetto era un tipo di narrativa destinata agli adulti, pubblicata su riviste di satira politica e sociale, nell’America dei primi anni del Novecento si rivolgeva a un pubblico più vasto e meno raffinato. Herriman rappresenta un ingranaggio laborioso e perfetto di questa democratizzazione un po’ spietata dell’arte: inventa a tamburo battente serie e personaggi, delineandone l’aspetto e i tratti centrali, poi affida le storie ad altri autori, in modo da avere il tempo di inventare altro. La “gatta matta” – anche se il suo sesso resta volutamente un mistero – nasce così, come uno spin-off, diremmo oggi, dopo un periodo di rodaggio nella serie The Family Upstairs (“La famiglia del piano di sopra”). Non fu mai un clamoroso successo commerciale. Anzi, fu probabilmente un investimento a perdere. Ma Hearst lo difese a spada tratta, garantendo la sopravvivenza della striscia sul New York Evening Journal per oltre tre decenni.

Oggi i critici sono tutti d’accordo: Krazy Kat è un capolavoro indiscusso del suo genere, l’acme dell’arte fumettistica. Un lavoro capace di manipolare i due universi gemelli del linguaggio e del disegno in un modo tale da scombinare entrambi. Opera esistenzialista adatta più ai giovani sensibili e agli adulti – capaci di cogliere le sfumature del testo – che ai bambini, annovera tra i propri fan Pablo Picasso (che leggeva le strisce di fianco a Gertrude Stein), Fritz Lang, Frank Capra, T. S. Eliot, persino Umberto Eco. Nel mondo del disegno e della pittura la sua influenza è manifesta in Philip Guston, Kentridge, de Kooning o Fahlström.

Ma chi era George Joseph Herriman? Di lui si sa che è nato a New Orleans nel 1880, in una famiglia di etnia creola, tant’è che oggi molti etichettano la sua opera come raro esempio di fumetto latino-americano. Eppure, per oltre un secolo, Herriman fu classificato nella memoria collettiva come caucasico. E come tale indicava anche il suo certificato di morte. Si dovette aspettare il 1971 affinché qualcuno ripescasse il documento di nascita, dove l’autore era descritto come colored. In altre parole, Herriman, dalla carnagione indubbiamente chiara, passò tutta una vita a fingersi bianco, con i suoi capelli corti, neri e ricci ben nascosti sotto l’immancabile Stetson. Di questa scelta non si è mai trovata la spiegazione: la più probabile è che l’autore amatissimo da Hearst temesse i pregiudizi dell’epoca, un razzismo che avrebbe potuto rovinargli la carriera, in un Sud in cui imperversavano i linciaggi e la segregazione.

Settanta anni dopo la fine di Krazy Kat, l’opera di Herriman rimane sui generis come pochi altri lavori in questo campo, capace di conquistare un invidiabile pedigree di apprezzamenti intellettuali. Temi di una limpidezza portentosa, personaggi disegnati con finezza impareggiabile, il tratto e il linguaggio inconfondibili (al punto che mezzo secolo dopo qualcuno avrebbe potuto quasi accusare un gioiello come Calvin & Hobbes di plagio). I Peanuts di Charles Schulz, Fritz il gatto di Ralph Bakshi, il Maus di Art Spiegelman non potrebbero esistere, probabilmente, senza il talento creativo di Herriman.

Se l’idea alla base di Krazy Kat è semplice, Herriman trova sempre il modo per variare la formula. A volte Ignatz riesce davvero a mettere k.o. Krazy con il lancio del mattone; altre volte l’agente Pupp riesce a essere più furbo di Ignatz, e a metterlo dentro. E gli interventi degli altri animali antropomorfi residenti nella Coconino County, o le forze della natura, possono cambiare la dinamica del gioco, in modi inaspettati. Herriman sperimenta con la lingua, l’allitterazione e l’assonanza, dando alla pagina una struttura originale, con pannelli dalla forma sempre varia, disposti nel modo che a lui tornava più utile, senza preoccuparsi troppo della tradizione. Lo stile visivo del fumetto, poi, è impregnato di cultura del Southwest: con case dai tetti di argilla, alberi piantati nei vasi e design che cerca di imitare l’arte Navajo. E di tanto in tanto appare il palcoscenico di un teatro con gli spettatori, le luci della ribalta e una piccola orchestrina.

Quando, verso le seconda decade del Novecento, Krazy Kat diventava il primo vero fumetto per “grandi” della storia americana, il mondo dei comics assumeva già quelle sembianze piuttosto prevedibili che tuttora ritroviamo sui giornali. Gli storici attribuiscono di solito a The Yellow Kid di Richard Felton Outcault (1895) un valore seminale, ma secondo il filosofo e critico letterario Michail Bachtin fu invece Herriman a disturbare “il silenzio eterno dell’universo”, emergendo in un settore traboccante di convenzioni per farle fuori, a una a una. Krazy Kat sarebbe quindi un vero reperto dell’era moderna, un testo importante da studiare, un’anticipazione dei fallimenti del linguaggio della seconda metà del XX secolo.

Volendo trovare un ostacolo alla piena godibilità di Krazy Kat, c’è da menzionare forse la sua ripetitività, che del resto è voluta, funzionale alle sottigliezze di Herriman. Fumetto vivace, complicato, e brillantemente concettuale, è difficile ricordarne specifiche situazioni, battute o strip – al di là di alcune frasi a effetto. Il senso di straniamento che permea quest’opera la rende unica, ma ne impedisce la memorizzazione, e rischia di offuscare il suo indubbio valore poetico, il suo cuore emotivo, a un lettore superficiale.

Krazy Kat fa dell’indeterminatezza di genere un tratto-chiave della sua identità: “Non so se dovrei prendere moglie o marito”, dice in un dialogo. La cultura contemporanea vede, tra i suoi protagonisti, adolescenti transgender, individui intrappolati in un corpo dal quale si sentono traditi. Herriman ci appare oggi puntuale come un oracolo. Così come è attuale l’odio immotivato di Ignatz, che nelle storie si ripresenta ciclicamente, misto alla sua tristezza e al suo affetto. Tutti, in Krazy Kat, cercano di “passare” per qualcun altro, così come il loro autore, forse, tentava di passare per bianco. C’è chi riesce a farlo bene, e allora è un eclettico. C’è chi lo fa male, e allora è un folle.

In altre parole, Krazy Kat ci parla della disforia, dell’alterazione patologica dell’umore. Chiedendoci di accettare i suoi personaggi come rifrazioni del nostro io, ci invita a esplorarci; un gioco in cui la fantasia dell’autore, nei suoi momenti più profondi, permette al lettore di abitare la coscienza di altri. Persino di un gatto a fumetti. Chi è il più pazzo, dunque: il caleidoscopico Kat, o l’ossessivo-compulsivo Ignatz? Descritto anche come una parabola dell’amicizia, una metafora della democrazia, addirittura un unico poema lungo trent’anni, secondo Chris Ware, Krazy Kat è anche un “ritratto dell’America, un autoritratto di Herriman, e il primo tentativo di riprodurre l’intera coscienza umana in una striscia a fumetti”.

George Herriman. Krazy Kat es Krazy Kat es Krazy Kat
A cura di Rafael García e Brian Walker
Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid
18 ottobre 2017 – 26 febbraio 2018

Foto: Joaquín Cortés/Román Lores.

Foto: Joaquín Cortés/Román Lores.

Foto: Joaquín Cortés/Román Lores.

Foto: Joaquín Cortés/Román Lores.

George Herriman, Krazy Kat, 1937. International Museum of Cartoon Art Collection, The Ohio State University Bully Ireland Cartoon Library and Museum. © King Features Syndicate, Inc. ™ Hearst Holdings, inc., King Features Syndicate Division.

George Herriman, Krazy Kat, 1917. Collezione Stoklas, Vienna. © King Features Syndicate, Inc. ™ Hearst Holdings, inc., King Features Syndicate Division.

George Herriman, Krazy Kat, 1926. Collezione di Erich Brandmayr. © King Features Syndicate, Inc. ™ Hearst Holdings, inc., King Features Syndicate Division.

George Herriman, Krazy Kat, 1918. San Francisco Academy of Comic Art Collection, The Ohio State University Billy Ireland Cartoon Library & Museum. © King Features Syndicate, Inc. ™ Hearst Holdings, inc., King Features Syndicate Division.

George Herriman, Krazy Kat, 1942. International Museum of Cartoon Art Collection, The Ohio State University Billy Ireland Cartoon Library & Museum. © King Features Syndicate, Inc. ™ Hearst Holdings, inc., King Features Syndicate Division.

George Herriman, Krazy Kat, 1938. Collezione di Patrick McDonnel e Karen O’Connell. © King Features Syndicate, Inc. ™ Hearst Holdings, inc., King Features Syndicate Division.

George Herriman, Krazy Kat, 1942 ca. Prints and Photographs Division, Library of Congress, Washington D.C. © King Features Syndicate, Inc. ™ Hearst Holdings, inc., King Features Syndicate Division.

George Herriman, 1935 ca.
Collezione di Rob Stolzer.


Paolo Mossetti

Nato a Napoli, ha studiato economia a Milano e ha vissuto e lavorato a lungo tra Londra e New York, dove si è occupato di editoria, filosofia e antropologia.


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