Fratelli Campana
Back to the future #31

27 settembre 2013

A grande richiesta, abbiamo deciso di pubblicare sul sito le lunghe e straordinarie interviste apparse sul magazine cartaceo dal 2009 al 2011. Quaranta trascinanti conversazioni con i protagonisti dell’arte contemporanea, del design e dell’architettura. Una volta alla settimana, un appuntamento da non perdere. Un regalo. Oggi tocca a Fernando e Humberto Campana.

Klat #01, inverno 2009-2010.

A un primo sguardo, il Brasile non sembra avere molto da spartire con il design. Guardando il paese dall’alto, è più facile immaginarlo come un’immensa macchia verde incorniciata da spiagge piene di bellissime donne che passano le giornate ad abbronzarsi. In realtà, come sappiamo, in Brasile c’è dell’altro. Un ritratto più realistico di questa terra sudamericana, mix di tradizioni diverse, natura selvaggia e giovialità, lo si può trovare nel design colorato e imprevedibile dei fratelli Campana, articolato in un’ampia gamma di mobili, sedie, tavoli e divani, in grado di stupire per le loro forme inusuali. La loro opera trasforma e reinventa oggetti, arricchisce materiali ordinari, porta la creatività dentro al design, tenendo conto di caratteristiche squisitamente brasiliane quali i colori, le mescolanze, il caos creativo, il trionfo delle soluzioni semplici. Negli ultimi venti anni, Fernando e Humberto Campana si sono affermati in tutto il mondo, portando il loro peculiare linguaggio creativo sulla scena del design internazionale. I Campanas – così vengono chiamati dagli addetti ai lavori – hanno iniziato a lavorare insieme nel 1989, dopo aver terminato l’università a San Paolo. Nel 1998, meno di dieci anni più tardi, vengono omaggiati dal MoMA di New York con una mostra, curata da Paola Antonelli, dal titolo Project 66: i giovani brasiliani Campanas in coppia con il grande maestro Ingo Maurer. L’idea della mostra era di unire designer dal background assolutamente diverso, ma con una poetica comune. Fu la premessa del successo per Humberto, nato nel 1953, una laurea in legge («volevo essere un Indio e ora sono un designer», ha dichiarato) e Fernando, nato nel 1961, laurea in architettura, che fin dagli inizi ha sempre pensato a un design strettamente connesso alla terra madre, attento alla selezione dei materiali e alle tradizioni locali, ma sempre capace di sperimentazioni dall’impressionante visionarietà. Il forte legame con la vita quotidiana è fonte d’ispirazione costante per ogni pezzo da loro ideato ed è il fil rouge che attraversa la loro intera carriera: dalle edizioni limitate ai pezzi unici, da anni ormai molto richiesti dai collezionisti di tutto il mondo, fino alle produzioni industriali, tutte caratterizzate da una manifattura di taglio artigianale. «Come facciamo a produrre in grandi quantità le serie Cotton String, Aguapé, Verde, Azul e Vermelha, che sono realizzate con 450 metri di cavi!?», si domandavano tempo fa i due fratelli, quando hanno incontrato per la prima volta l’azienda, Edra, che ha creduto nel loro talento. Con una peculiare tensione al riciclo e al riutilizzo di materiali di scarto, l’idea fondamentale è stata quella di donare nuova vita e nuovo significato a prodotti già esistenti. I Campana credono fermamente che «la bellezza giace nel momento effettivo della produzione creativa», godendo del lavoro fatto con le proprie mani a ogni fase del processo. «Abbiamo la reale percezione del materiale soltanto se siamo noi stessi a lavorarlo». KLAT li ha incontrati nel corso di un anno speciale, che li ha visti protagonisti di una mostra epocale al Vitra Design Museum di Weil am Rhein (Antibodies, fino al 28 febbraio 2010) e, per la prima volta nella loro storia, alle prese con le scenografie e i costumi di uno spettacolo danzante, firmato da Frédéric Flamand.

Studio Campana, Banquete, produzione.

Studio Campana, Banquete, produzione. © Estudio Campana. Photo: Estudio Campana.

Negli ultimi venti anni avete sviluppato un linguaggio distintivo, visivamente opulento, unico. Possiamo dire che navigate tra design e arte. Preferite essere considerati artisti o designer?

F+H: Preferiamo essere considerati designer piuttosto che artisti, perché in realtà noi “creiamo cose” che la gente poi userà. Per quanto riguarda il ruolo degli oggetti, il design deve avere un significato. Comunque, gli oggetti possono produrre emozioni e significato a prescindere dalla loro funzionalità pratica.

Da dove viene il vostro primo impulso creativo per un oggetto? Camminando, leggendo, sognando?

F+H: Guardando la vita attorno a noi.

Da dove viene il vostro modo di concepire il design?

F+H: Viene dalle strade e dagli attici lussuosi di diverse capitali del mondo, dai graffiti e dalla storia dell’arte. Siamo in grado di usare con lo stesso riguardo gioielli preziosi e cartoni sporchi, vecchie pantofole di plastica e animali di peluche. Nella Favela Chair, ad esempio, abbiamo cercato di rappresentare l’eterogeneità della vita, realizzando un tipo di sedia che è caotica già nel modo in cui è costruita.

Come descrivereste il mondo dei Campana?

F+H: Il nostro mondo è un universo orizzontale dove ogni singolo oggetto di uso comune prende vita, producendo significati nuovi e inaspettati: una originale e ibrida costellazione, fatta di soffici delfini, coccodrilli felici, Mickey Mouse e orsacchiotti di peluche.

Cos’è per voi un progetto? Un’avventura affascinante, una sfida professionale, un gioco serio, una dichiarazione d’intenti, l’espressione dei vostri sentimenti più intimi o un divertimento privato?

F: Tutto ciò, insieme o separatamente, guidato dai nostri sentimenti più intimi.
H: Un progetto è rendere un sogno possibile.

In che modo decidete se un progetto può essere realizzato o no? Come decidete se accettare o rifiutare un progetto? Avete un criterio particolare?

F+H: Nella maggior parte dei nostri progetti o sperimentazioni, ci sforziamo di portare avanti e di concretizzare l’idea, evitando che rimanga solo nella nostra immaginazione. Non realizziamo molti progetti e commissioni contemporaneamente, perché vogliamo mantenere l’essenza delle nostre creazioni e rispettare l’immagine dell’azienda per cui lavoriamo. Inoltre, le nostre “sensazioni di pancia” sono assai importanti quando valutiamo la possibilità di iniziare una collaborazione a lungo termine con un nuovo cliente. Per noi, la sfida che il nuovo partner ci propone e lo stimolo che ne deriva, e che contaminerà le nostre menti, sono ragioni e criteri di scelta.

Come iniziate a lavorare su un progetto? Come lo raffigurate la prima volta? Fate schizzi su un notebook, mettete insieme dei materiali, scrivete appunti, descrivete il progetto?

F+H: Il più delle volte partiamo dai materiali, che poi traduciamo in prototipi. A volte facciamo degli schizzi, altre volte dei plastici, ma assai raramente questa raffigurazione avviene al computer.

F+H Campana, Aster Papposus, 2005. Design per/for Edra, © Estudio Campana, Photo: Fernando Laszlo

F+H Campana, Aster Papposus, 2005. Design per Edra, © Estudio Campana, Photo: Fernando Laszlo

Qual è il vostro approccio nei confronti dei materiali?

F+H: È una specie di flirt col materiale, che si alza e chiede: in che cosa posso essere trasformato? Nel nostro lavoro il materiale detta la forma e la funzione. I materiali sono l’unica cosa che dà vita ai nostri progetti: dalla primissima ideazione fino alla produzione finale. Sono loro i protagonisti assoluti.

Qual è la vostra definizione di design?

F+H: Un desiderio che si materializza in oggetti, mobili, moda, oppure un modo di pensare a una vita migliore.

E il vostro atteggiamento verso il design?

F+H: Soddisfare le nostre necessità spirituali e cercare di aiutare qualcuno a vedere le abitudini, gli stili di vita, in modo diverso.

Un pensiero sull’atto creativo.

F+H: La creazione ha a che fare col piacere – e avviene nell’oscurità. Devi guardare dentro te stesso per portare alla luce ciò che è nuovo per la tua anima e per la tua emozione.

Avete lavorato per alcune delle più importanti aziende internazionali. Che rapporto avete con le persone che vi commissionano un lavoro?

F+H: Cerchiamo di lavorare con persone in grado di comprendere al meglio le nostre idee. Di solito condividiamo con le aziende pensieri, emozioni e il modo di veicolarli, sia a livello personale che professionale.

Qual è la differenza più evidente tra architettura e design?

F+H: La scala.

C’è un capolavoro in particolare della storia dell’architettura, un progetto che avreste desiderato creare voi?

F: La Catedral de Brasilia di Oscar Niemeyer.
H: Il Centre Georges Pompidou di Renzo Piano e Richard Rogers.

Nel 1998 avevate varcato le soglie del MoMA di New York con la vostra mostra, curata da Paola Antonelli. Ora il Vitra Design Museum vi sta dedicando una grande retrospettiva, Antibodies. Cosa c’è di speciale in questo progetto di Weil am Rhein?

F+H: La cosa speciale di questa mostra è il fatto che il curatore, Mathias Schwartz-Clauss, non si è concentrato su un’ottica retrospettiva o cronologica, ma su un’analisi sociale ed estetica della nostra vita e delle nostre creazioni.

Dopo le mostre all’Experimenta di Lisbona (2003) e al Design Museum di Londra (2004), Antibodies presta particolare attenzione al vostro metodo di lavoro, influenzato da differenti fonti di ispirazione. So che stavate lavorando a questo grande progetto da molti anni: come si è sviluppata la mostra?

F+H: Accanto a questa esauriente panoramica sulla nostra carriera, dagli esordi a oggi, la mostra presenta per la prima volta un gran numero di prototipi, esperimenti, modelli e opere attuali, insieme a film, interviste e foto. Suddivisa in nove gruppi, divisi nelle sezioni Biography, Fragments, Hybrids, Objets Trouvés, Soft Lines/Straight Lines, Organico, Flexed Planes, Paper Pieces e Clusters, con circa 70 esemplari di mobili, 13 lampade, 8 pezzi di gioielleria e abbigliamento, 50 oggetti di uso domestico, 4 film e uno slide show, 20 opere d’arte e 3 modelli architettonici, la mostra evidenzia la varietà formale delle opere, pur mantenendo trasparente il processo di design.

Qual è stato il vostro approccio a questa mostra e che cosa vi aspettate?

F+H: Ci aspettiamo una miglior comprensione delle nostre opere e dei nostri metodi, una miglior comprensione delle nostre radici, così diverse da quelle europee.

Antibodies è un titolo piuttosto strano per una mostra. Chi l’ha scelto, e perché?

F+H: L’ha scelto Mathias Schwartz-Clauss, il curatore. Intuitivamente ci è sembrato adeguato e ci è piaciuto molto!

Che rapporto avete col vostro corpo?

F+H: Cerchiamo di avere un buon rapporto col nostro corpo, ma quando le esigenze dell’anima si fanno sentire è tutta un’altra cosa!

L’anno scorso, a Design Miami/, avete vinto il premio Designer of the Year e presentato il progetto dal titolo Diamantina. Potete dirci qualcosa di più?

F+H: Il nome Diamantina deriva da un piccolo villaggio sperduto nel cuore della foresta pluviale, circondato da una misteriosa atmosfera, dove le pietre preziose vengono vendute nei mercatini come fossero caramelle. Questa installazione rappresenta un’evoluzione rispetto alla nostra serie TransPlastic, presentata alla Albion Gallery di Londra nel 2007, e per noi è come un viaggio intimo, un esperimento di meditazione sulle nostre radici ancestrali. Utilizzando la pianta indigena dell’Apui, che sovrasta e talvolta soffoca gli alberi della foresta pluviale, TransPlastic ha come protagonisti il rattan, abitualmente usato per sedie da giardino, e altri oggetti in plastica, come giocattoli, bambole e pneumatici di scarto. È un bizzarro mix di fibra naturale, gioielli, plastica e materiale organico, che sottolinea il limite tra ricchezza e povertà ed evidenzia lo stretto rapporto tra uomo e natura. Come gli alberi della foresta pluviale, gli oggetti creati dall’uomo sono quasi interamente inghiottiti dalla materia organica, che simboleggia il trionfo della natura sul mondo sintetico. Abbiamo inserito i cristalli di ametista brasiliani nella struttura-tessuto, creando una serie di isole biomorfiche sulle quali i visitatori sono incoraggiati a sedersi ed esplorare. La nostra nazione costituisce una delle fonti più abbondanti e vitali di quarzo ametista, e la combinazione dei cristalli colorati e della fibra naturale intessuta rappresenta la celebrazione della natura come componente elementare.

F+H Campana, Favela, 2003. Design per/for Edra, © Edra

F+H Campana, Favela, 2003. Design per Edra, © Edra.

Qual è l’ultimo pezzo in edizione limitata che avete creato?

F+H: È il tavolo Cobogò per la Plusdesign Gallery di Milano. L’abbiamo presentato all’ultimo Salone del Mobile. È un’edizione in dieci esemplari di un tavolo di terracotta di settanta centimetri di altezza. Il primo prototipo è stato esposto Weil am Rhein.

Avete una routine quotidiana? Come si svolge la vostra giornata quando siete nel vostro studio e non in viaggio?

H: Io mi sveglio presto e quando arrivo in studio tengo occhi e mani puntati sulla realizzazione di un paio di progetti nello stesso tempo.
F: Io mi sveglio più tardi di Humberto e, in studio, mi tengo in costante contatto con il nostro team per concludere tutti i progetti possibili. E poi talvolta ci scambiamo i ruoli. Solitamente siamo molto tranquilli e regolari nelle attività quotidiane.

Qual è il vostro primo pensiero quando vi svegliate e l’ultimo prima di dormire?

H: Sorprendo me stesso, ogni mattina, con una nuova creazione e continuo a pensarci fino a quando non mi addormento.
F: Il primo pensiero è che ho sete e l’ultimo è che ho sonno.

Libro preferito?

H: Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.
F: Kalki di Gore Vidal.

Piatto preferito?

H: Le pappardelle al cinghiale!
F: Il risotto alla milanese e il cioccolato.

Bevanda preferita?

H: Vino rosso.
F: Anch’io, vino rosso.

Sigarette preferite?

H: Non fumo.
F: Marlboro blu!

Fiore preferito?

H: Il fiore del frutto della passione.
F: L’anturio.

Colore preferito?

H: Blu.
F: Verde.

Abbigliamento preferito?

F+H: Jeans e t-shirt.

Come avete reagito all’invito del coreografo Frédéric Flamand a realizzare la scenografia e i costumi della sua opera ispirata alle Metamorfosi di Ovidio?

F+H: È stata una grande sorpresa e un onore, poiché conoscevamo Frédéric da quando era direttore e mentore del Plan K di Bruxelles nei primi anni Ottanta, e la sua compagnia era solita ballare nei festival di San Paolo. Così, quasi venti anni dopo, lui ha visto le nostre opere sulle riviste e alle mostre e ci ha fatto questa stimolante proposta. Dobbiamo confessare che eravamo spaventati, perché lui è un direttore molto esigente e sofisticato, ed è conosciuto per il suo occhio critico. Grazie a Dio, pensiamo di aver fatto un buon lavoro.

F+H Campana, Vermelha, 1998. Design per/for Edra, © Edra

F+H Campana, Vermelha, 1998. Design per Edra, © Edra.

Costumisti e scenografi: è stata la prima volta per i Campanas?

F+H: Sì, è stata la nostra prima volta.

Che sensazione avete provato realizzando i costumi, vi siete sentiti degli stilisti?

F+H: Ci siamo sentiti degli scultori, immaginando il corpo fasciato dai costumi come una scultura. Sembrava che il corpo fosse tutt’uno con i costumi, che non erano soltanto abiti pensati per migliorare i movimenti, ma erano anche parte della scenografia, quasi come se recitassero in ruoli secondari… Grazie alla gentile collaborazione dei danzatori, abbiamo potuto creare i costumi usando loro come modelli.

Ultimamente, si dice che design e moda siano sempre più vicini: potete spiegarci la differenza tra l’ideazione di una sedia e quella di un cappotto?

F+H: La sedia accoglie un corpo, il cappotto invece lo abbraccia. Sono diversi strutturalmente, ma entrambi hanno la capacità di soddisfare le esigenze ergonomiche
e funzionali del corpo.

Qual è il vostro rapporto con il teatro e il balletto?

F+H: Nessuno, tranne quello di essere spettatori.

Siete brasiliani, sapete ballare?

F+H: Sì, ma non la samba.

Le Metamorfosi di Ovidio sono un’opera teatrale molto affascinante, che rivela molto della mitologia. C’è qualche relazione tra la mitologia greca classica e quella brasiliana?

F+H: Assolutamente nessuna.

Qual è il vostro approccio alla mitologia brasiliana o a qualsivoglia mitologia? Siete superstiziosi?

F+H: Non crediamo alle streghe, ma se esistessero…

Qual è la vacanza perfetta e dove?

H: Rilassarsi sulla spiaggia di Rio de Janeiro. Preferibilmente in compagnia…
F: A Brotas, la mia città natale, andando per fiumi, cascate e campi sterminati con i miei vecchi amici.

Voi vivete in Brasile. I luoghi possiedono ancora la loro energia intrinseca? Questo si riflette nel vostro design?

F+H: Il 100% delle volte sì, ma non è soltanto questo.

C’è qualcosa che non vi piace o che non sopportate?

F+H: La gente arrogante e l’intolleranza.

Due parole sulla spiritualità?

H: La spiritualità è la strada che conduce alla creatività.
F: Quando credi fermamente… tutto è possibile!

Fernando & Humberto Campana, 2008. © Estudio Campana. Photo: Estudio Campana

Fernando & Humberto Campana, 2008. © Estudio Campana. Photo: Estudio Campana.

Un commento a questa affermazione di Murray Moss sul vostro lavoro: «Se gli artisti americani Jackson Pollock e Alexander Calder fossero stati legati sentimentalmente, e si fossero trasferiti in Brasile, e, grazie a un miracolo, avessero dato alla luce i frutti del loro amore, questi fratelli non avrebbero potuto essere che Humberto e Fernando Campana». Vi sentite più vicini al lavoro di Pollock, di Calder o a nessuno di loro?

F: Da quando Calder ha dipinto gli aeroplani della Braniff, negli anni Settanta, l’ho trovato meravigliosamente pop, un modo innovativo di fare arte, portato avanti al di fuori di musei o gallerie. Io mi sento più vicino a Calder.
H: Mi sento molto vicino a entrambi, a Calder per la sua passione per la manualità e a Pollock per il suo caos creativo.

Come descrivereste lo scenario attuale del design e dell’architettura brasiliani? Potete dirci in che modo l’architettura contemporanea e il design possono essere legati a un paese con un’eredità così forte e peculiare? Esiste una definizione per l’architettura brasiliana contemporanea?

F+H: In architettura si può solitamente trovare un felice mix di culture, convinzioni, tendenze e stili di vita. Purtroppo, la nostra architettura ha perduto parte della sua fecondità quando si è dovuta confrontare con i ridotti paesaggi cittadini che hanno compresso il tessuto urbano strutturatosi nei tempi precedenti. Dopo nomi come Oscar Niemeyer, Paulo Mendes da Rocha, Lina Bo Bardi, João Batista Antigas e Lucio Costa, noti per le loro intuizioni, abbiamo avuto solo reinterpretazioni. Non c’è più innovazione. Secondo noi, la dittatura ha fatto appassire questa ricchezza intellettuale, questa libertà di espressione, per così dire, cosa che emerge nell’architettura contemporanea, concentrata sul gusto del singolo consumatore e smarritasi negli ultimi tempi in bizzarrie di gusto tropicale.

Un pensiero sulla città di Brasilia.

F+H: A Brasilia, lo spazio tra gli edifici ci ricorda Luxor, nell’antico Egitto. Geograficamente, la città poggia le sue basi su una grande roccia di cristallo di quarzo.

C’è un progetto al quale vi piacerebbe lavorare?

F+H: Un giardino.

C’è un progetto in particolare, di design o architettura, che vorreste realizzare voi stessi?

H: Una poltrona fatta di gas, proprio come una nuvola.
F: Un aeroplano trasparente.

Quale architetto o designer vi ha ispirato maggiormente nel passato?

F+H: Ce ne sono molti, tra gli altri: Shiro Kuramata, Ingo Maurer, Ettore Sottsass e Andrea Branzi.

Secondo voi, come sarà la vita futura?

F+H: Un insieme di beni materiali e memorie passate.

Quale oggetto riassume e rappresenta l’architettura per eccellenza? E il design?

F+H: La Pane Chair di Tokujin Yoshioka e le sedie in cartone di Frank O. Gehry.

Qual è l’oggetto più necessario per l’umanità? E per voi? Di che cosa non potete fare a meno per vivere?

F+H: Delle scarpe.

So che siete professori e che gli studenti vi apprezzano soprattutto per il vostro modo unico di avvicinarvi a loro. I vostri workshop estivi al Domaine de Boisbuchet, in Francia, sono sempre seguitissimi. Non deve essere facile trasmettere un modo di fare design così particolare quale è il vostro. Come riuscite a farlo? Vi piace questa esperienza a contatto con gli studenti?

F+H: Cerchiamo di contagiare i nostri studenti col nostro metodo creativo, di ispirarli col nostro modo di fare design. Proviamo a infondere l’idea di libertà nelle loro menti, perché ogni volta che ti senti libero la mente si apre per accogliere nuove idee. E soprattutto, Boisbuchet è un posto fantastico dove divertirsi in modo responsabile.

Attualmente state lavorando alla costruzione di un design hotel ad Atene: l’idea è nata da un workshop. Quanto è importante per la vostra creatività lo scambio con altre persone? C’è differenza tra disegnare una sedia o un hotel?

F+H: Per la nostra crescita, è molto importante il confronto con gli altri, con altri universi. Abbiamo la sensazione di rinfrescare la nostra mente e di ricevere energia dagli studenti dei workshop. Per noi, è stato molto gratificante lavorare con questi ragazzi, poiché siamo stati in loro compagnia per due anni e ora possiamo vedere i risultati, possiamo dire che ne è valsa la pena. Siamo soddisfatti, come insegnanti, quando vediamo che i nostri studenti trovano la propria strada. In realtà, sarebbe fantastico se il progetto che abbiamo messo in piedi si trasformasse in una scuola vera e propria. Per quanto riguarda la differenza tra una sedia e un hotel, parliamo di due esperienze molto diverse, poiché nel primo caso possiamo prototipare una sedia tutte le volte che vogliamo, prima di andare in produzione, mentre nel caso dell’hotel dobbiamo essere molto netti nelle nostre decisioni, fin da subito.

Studio Campana, Banquete, produzione. © Estudio Campana. Photo: Estudio Campana.

Studio Campana, Diamantina III, produzione. © Estudio Campana. Photo: Estudio Campana.

F+H Campana, Vermelha, 1998. Design per/for Edra

F+H Campana, Vermelha, 1998. Design per Edra.

F+H Campana, Diamantina III, 2008. Seating landscape, © Estudio Campana. Photo: Fernando Laszlo

F+H Campana, Diamantina III, 2008. Seating landscape, © Estudio Campana. Photo: Fernando Laszl.

F+H Campana, Pom Pom, 2002. © Estudio Campana. Photo: Fernando Laszlo

F+H Campana, Pom Pom, 2002. © Estudio Campana. Photo: Fernando Laszlo.

F+H Campana, Inflavel, 1995. Design per/for MoMA, New York, © Estudio Campana. Photo: Fernando Laszlo

F+H Campana, Inflavel, 1995. Design per MoMA, New York, © Estudio Campana. Photo: Fernando Laszlo



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