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Flavio Favelli
Back to the future #20

14 giugno 2013

A grande richiesta, abbiamo deciso di pubblicare sul sito le lunghe e straordinarie interviste apparse sul magazine cartaceo dal 2009 al 2011. Quaranta trascinanti conversazioni con i protagonisti dell’arte contemporanea, del design e dell’architettura. Una volta alla settimana, un appuntamento da non perdere. Un regalo. Oggi tocca a Flavio Favelli.

Klat #05, primavera 2011.

Lampade, tappeti, bottiglie, armadi, sedie, poltrone: raccolti e riassemblati attraverso un attento lavoro artigianale, per rincorrere ed esorcizzare il proprio passato. Flavio Favelli, classe 1967, utilizza soprattutto mobili, ceramiche e pochi selezionati prodotti, per costruire ambienti che gli permettano di risalire alla propria infanzia, alla propria adolescenza, per capirne i meccanismi, per riviverne l’atmosfera. Tracce della propria memoria che vengono materializzate attraverso arredi capaci di raccontare un tempo che è, però, soprattutto privato. Flavio Favelli cresce negli anni Settanta e dunque attraversa gli anni più cupi della Repubblica Italiana, ma non è il fatto politico, l’evento storico, per quanto eclatante o tragico che sia, a smuovere il suo interesse, quanto piuttosto l’impressione che questo ha prodotto sulla sua psiche in formazione. Lo sguardo di Favelli verso il passato è dunque sempre solitario: non partecipa a quell’attenzione diffusa tra molti autori italiani verso gli ultimi decenni di storia del nostro Paese. La solitudine volontaria che caratterizza la vita e il lavoro di Flavio Favelli emerge con prepotenza in ogni diverso progetto affrontato, anche quando si tratta di un lavoro pubblico. I bar realizzati per il MAMBO a Bologna e il MARCA di Catanzaro sono magnifici, perfetti, rifiniti in ogni dettaglio, con rimandi visivi calibrati a formare un unicum: quasi fossero, ancora una volta, mobili pensati per contenere oggetti o ricordi, non certo luoghi che possano ospitare persone con un movimento proprio, indipendente. Flavio Favelli ha esposto in numerose personali in spazi pubblici e privati in Italia e all’estero, e ha vinto nel 2010 l’Italian Fellowship all’American Academy di Roma.

Guardando al tuo lavoro, non è facile identificare lo svolgersi del tuo percorso artistico: come hai cominciato a interessarti di arte?

Ci penso spesso, e mi convinco sempre di più che sia stato per caso: stavo finendo l’università come studente di storia e la mia nonna materna, bolognese, mi lasciò in eredità un appartamento in via Guerrazzi a Bologna, proprio di fronte al vecchio DAMS. Guardandomi intorno, non trovavo nulla che potesse esaudire i miei desideri e così ho cominciato a costruire vari mobili per la mia casa, senza sapere assolutamente niente da un punto di vista tecnico. Da quel momento, non mi sono più fermato. Tutto, dunque, ha avuto inizio da un’esigenza privata. In seguito, c’è stata un’altra esperienza importante, sempre casuale. Quando ho scelto il servizio civile (in alternativa al servizio militare, allora funzionava così), mi mandarono in una biblioteca vicino a Reggio Emilia e lì, nell’emeroteca, trovai una copia de Il Sole 24 Ore che altrimenti non avrei mai letto: lessi di un corso di scultura tenuto da Arnaldo Pomodoro, che conoscevo soltanto di fama, nelle Marche. Non so nemmeno perché, ma mi iscrissi. Feci questo corso di tre mesi, capii che c’era anche il mondo dell’arte
e cominciai a frequentarlo.

Flavio Favelli, Palace, Bar MAMBO, Bologna, 2007.

Flavio Favelli, Palace, Bar MAMBO, Bologna, 2007. Foto: Dario Lasagni.

Immagino che avrai iniziato a frequentare gallerie, musei: ci sono delle figure di artisti che ti hanno interessato, che ti hanno guidato?

Artisticamente sono cresciuto al Link di Bologna, un centro sociale poco antagonista, ma molto aperto alle sperimentazioni. Da lì sono passati gruppi come i Motus o i Raffaello Sanzio, oggi riconosciuti internazionalmente. Prima di quella esperienza, non avevo fatto pratica artistica. Tieni conto che venivo dallo studio della storia all’università. Con mia madre, però, professoressa di lettere, ho viaggiato sempre in lungo e in largo, in Italia e in Europa, per visitare moltissimi musei. Più tardi, ho cominciato a capire che le immagini che stavo realizzando, le mie opere, dovevano essere collocate in un sistema con delle regole proprie; può sembrare una banalità, ma dall’esterno non è facile capire che c’è un sistema fatto di gallerie, critici, etc. Anche in questa prospettiva mi sento un autodidatta. A un certo punto, capii che dovevo dialogare con delle persone del mondo dell’arte e incontrai Francesca Pasini, una critica. Avevo appena esposto alcune porte alla Galleria Maze di Torino: i riferimenti erano alla mia casa e alla mia famiglia, poiché ho sempre cercato di ricostruire il mio passato e lo faccio tuttora, ritenendolo intenso e particolare. Scelsi proprio di utilizzare delle porte provenienti da una casa ristrutturata di mia madre, e Francesca Pasini mi fece quasi un rimprovero, dicendomi di stare attento alle porte perché c’era un illustre predecessore che le aveva utilizzate, riferendosi a Duchamp. Fu la prima volta che capii il conflitto potenziale tra le mie immagini, ovvero la mia storia, e le immagini che hanno fatto la storia dell’arte. Decisi che eventualmente si sarebbero potute sovrapporre, come nel caso delle porte, alle quali sentivo di non poter rinunciare, poiché erano state testimoni di cose gravi, traumatiche per la mia famiglia. Insomma, compresi che dovevo dialogare con il mondo dell’arte anche se le sue regole mi andavano un po’ strette…

La scelta di raccogliere, ammassare mobili, è anche un modo per costruire una tua autobiografia?

In questo momento, il primo piano della mia casa è completamente pieno di mobili che diventeranno opere… Quando ero piccolo, uno dei primi libri che mia madre mi fece leggere fu La scoperta della tomba di Tutankhamon di Howard Carter, e da allora mi hanno sempre colpito moltissimo le tombe dei faraoni. L’idea che i faraoni potessero portare nell’aldilà i propri oggetti mi ha sempre affascinato. Mi sono detto: voglio farlo anch’io, ma voglio farlo ora, da vivo, selezionando oggetti importanti, mobili, servizi di piatti, cose più piccole, ricordi. Sì, il mio lavoro è chiaramente autobiografico, i miei sono frammenti di case borghesi. Mio nonno, che era stato un militare ed era una persona molto conservatrice, collezionava arte non perché ne fosse davvero interessato, ma perché voleva investire e amava gli oggetti coloniali – per quanto imbarazzante oggi possa sembrare. In quelle case stracolme di mobili in radica e oggetti, io ero un bambino solo, figlio unico. Con gli anni ho compreso che tutto quello sfarzo, quell’estetica borghese, quella calma apparente, erano solo di facciata. In realtà, le condizioni economiche della mia famiglia non erano certo buone.

Flavio Favelli, Cerimonia (India Hotel 870), Bologna, 2007-2010.

Flavio Favelli, Cerimonia (India Hotel 870), Bologna, 2007-2010. Courtesy: Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Foto: Dario Lasagni.

Perché, le cose andavano male in famiglia?

Sono da qualche anno tutore di mio padre: una persona malata, schizofrenica, che è stata addirittura interdetta, dopo moltissimi problemi. Da quando sono suo tutore, ho anche ereditato intere scatole piene di documenti, scritti con la carta copiativa, come si faceva un tempo, lettere di avvocati, alcune ricevute dalla Sacra Rota: ci si trova veramente la storia del mio paese, degli anni Settanta, con il mio nome che compare ovunque. Mio padre voleva fare il poeta e quando ho detto a mia madre che il mio futuro sarebbe stato nell’arte, mi ha detto che di artisti in casa ne avevamo già avuto uno…

Comunque tua madre è stata fondamentale nel tuo primo approccio all’arte. Cosa dice ora che sei un artista affermato?

Non abbiamo un rapporto semplice, ma mia madre è sempre stata una grandissima amante dell’arte con la “A” maiuscola: nel 1980 siamo andati a Mosca per visitare delle mostre, quando non era affatto facile entrare in Unione Sovietica. Però mi ricordo una frase che credo riassuma il pensiero di chi, pur interessandosi all’arte e avendo un’ottima cultura (era laureata in letteratura tedesca e spesso quando cucinava canticchiava Goethe…), non ne prende troppo sul serio gli ultimi sviluppi. Eravamo a una mostra di Picasso e mi disse: “Forse dipingeva con il rosa perché non aveva soldi”. Una battuta per liquidare l’arte moderna. Probabilmente, ora si stupisce se colleghi o amici le raccontano che il mio nome compare sui giornali. Comunque, quando ci incontriamo parliamo perlopiù di questioni di famiglia.

Sebbene tu sia nipote di un collezionista, le riserve delle case di famiglia non credo siano infinite. Come e dove cerchi gli oggetti da utilizzare per un’installazione?

Raccolgo tutto quello che m’interessa. Vivo da sette anni sull’Appennino, vicino a Bologna, in una casa grande, con un grande studio dove poter lavorare, uno spazio che in città non mi sarei potuto permettere. Lì posso raccogliere tranquillamente tutti gli oggetti che mi ricordano gli ambienti familiari. Oggetti che poi taglio e assemblo in modo un po’ perverso, costruendo altre cose. Spesso giro per i mercati, ormai ho chi mi avvisa quando c’è un oggetto che potrebbe interessarmi: qualcosa di strano, di imprevedibile, magari un mobile lungo tre o quattro metri, perché sanno che forse posso realizzarci un’installazione. E poi mi piacciono le grandi quantità: in un progetto che ho sviluppato due anni fa per una sala destinata ai funerali laici alla Certosa di Bologna, nel cimitero monumentale, ho scelto di utilizzare una cinquantina di vecchi lampadari tutti uguali, che ho collezionato nel corso degli anni. Per me è stato davvero molto interessante metterli insieme per creare un ambiente con una funzione così particolare e delicata.

Che rapporto hai con il design? Ti interessa che le tue opere diventino degli oggetti indipendenti dall’installazione artistica?

Una volta, durante una mia lezione al Politecnico di Torino, uno studente mi ha fatto giustamente notare che gli avevo mostrato alcune fotografie di ambienti sempre senza persone. Diciamo che, pur prevedendo la possibilità che qualcuno possa usare i miei oggetti, è come se questa eventualità non mi riguardasse, come se restasse soltanto una proiezione mentale.

Flavio Favelli, China Red, dettaglio, 2009.

Flavio Favelli, China Red, dettaglio, 2009. Foto: Dario Lasagni.

Cosa mi dici invece dell’eventualità che vengano messi in produzione e dunque che vengano realizzati in grande numero?

Questa è una questione molto delicata. Spesso ho avuto delle proposte, in particolare per realizzare delle lampade, ma credo non sia veramente la mia storia. Ci sono troppi limiti nel design: per alcuni artisti rappresentano delle sfide, per me invece sono solo limitazioni.

Quanto è importante per te l’aspetto artigianale? Lavori da solo, oppure ti affidi a degli specialisti che conoscono bene di volta in volta i materiali che scegli?

Ho sempre avuto la pretesa di essere autonomo. Vivere in questo paesino, isolato, dove non conosco nessuno, mi spinge a fare tutto da solo. Con alcune eccezioni. Per esempio, ho l’aiuto incondizionato di un fabbro e di un falegname: alcune volte mi lasciano persino la loro officina quando ho dei problemi, e credo che questo non potrebbe avvenire in città. Agli artisti succede sempre di avere problemi il sabato sera tra le 20 e le 23, e in quel momento avere qualcuno che si mette a tua disposizione è fondamentale. Per il resto, mi sono inventato tutto, i miei studi sono davvero pieni di attrezzi di qualsiasi tipo, taglio anche gli specchi, mi piace lavorare da solo.

Sei un tipo decisamente solitario: vivi da solo sull’Appenino, ti piace lavorare da solo…

Spesso resto anche isolato per la neve, ma non è un problema. Mentre facevo l’università, credevo che andare al cinema o a teatro fosse fondamentale. Adesso, invece, mi rendo conto che da molti anni non li frequento, lavoro molto e non ne sento la mancanza. È poi vero che alterno periodi di completa solitudine a frequenti viaggi, e non potrebbe essere altrimenti: lavoro con una galleria di Milano, con una di Roma, e spesso vado in Sicilia…

A parte la tua personale inclinazione alla solitudine, mi sembra ci sia una questione più ampia: mentre nel secolo scorso gli artisti sentivano la necessità di essere in città, adesso molti scelgono di starne fuori. Forse anche perché il rapporto con gli altri artisti è meno importante?

Sì, questo aspetto a me ha sempre creato dei problemi: con poche persone del mondo dell’arte ho dei rapporti stabili. Mi rendo anche conto che alcune volte devo scegliere dei progetti o delle residenze che prevedono collaborazioni e spostamenti, ma il mio impulso è quello di restare sempre da solo a lavorare. Ci sono alcuni artisti che si uniscono in gruppo oppure in coppia, io però sono davvero molto distante da queste dinamiche. Credo che la questione dell’arte in fondo riguardi una persona sola, anche se molti critici e giornalisti si mostrano più interessati a quegli artisti il cui lavoro trae ispirazione da questioni politiche e sociali. Io invece parlo sempre di una questione privata, della mia infanzia, del mio paese. Credo che le storie possano essere sentite come universali quanto più sono profondamente intime, personali.

Flavio Favelli, Alfasud 1x2, Termini Imerese, 2010.

Flavio Favelli, Alfasud 1×2, Termini Imerese, 2010. Courtesy: Palazzo Riso, Palermo.

L’aspetto intimo, biografico, nel tuo lavoro è prevalente, ma ci sono anche progetti pubblici o comunque ispirati a eventi collettivi. Penso innanzitutto all’installazione dedicata alla strage di Ustica del 1980.

Sì, ma ho precisato in tutte le interviste che quel progetto nacque quando avevo tredici anni e vidi sul Resto del Carlino una distesa di mare nero (allora le stampe erano in bianco e nero), con un omino bianco, ahimè il primo cadavere, che usciva dall’acqua. Mi trovavo sull’Appennino, in quel momento la mia famiglia stava passando dei brutti momenti, e quella fotografia mi fece una grandissima impressione. Non l’ho più dimenticata, perché evidentemente riuscì a comunicare al ragazzo che ero. Tra l’altro, ho sempre avuto il terrore del mare e quando realizzai il progetto per la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino lo intitolai Abissi: cominciai a pensare che, in fondo, gli abissi miei e della mia famiglia erano anche quelli del mio Paese. Quaranta giorni dopo ci fu la strage di Bologna, ma non ci fu nessuna immagine che riuscì a trasmettermi un segnale altrettanto forte. Non è un caso se non ho realizzato una sola opera con quel soggetto. Davvero, non sono l’artista che elabora i temi scottanti del nostro Paese: la mia è sempre una prospettiva personale, anche quando s’incrocia con i fatti della nostra storia recente. Sono cresciuto negli anni Settanta, e poi durante la Guerra Fredda, in un periodo molto più intenso rispetto a oggi: impossibile non esserne attraversati, influenzati, anche solo indirettamente.

Nella tua rievocazione del passato qualche volta compaiono anche alcuni oggetti particolarmente diffusi proprio in quegli anni, come i vasi delle amarene Fabbri…

Il disegno con il vaso dell’Amarena Fabbri m’interessa soprattutto in rapporto al mio essere occidentale: come ex studente di storia mi sono posto il problema del nostro sguardo sull’altro. Mio nonno aveva nella sua collezione molti oggetti cinesi e io ho vissuto la Cina come luogo esotico per antonomasia, mi ha sempre affascinato moltissimo. La confezione dell’Amarena Fabbri è interessante perché è ispirata a un vecchissimo disegno cinese importato dalla Compagnia delle Indie, e in effetti questa azienda ha sempre giocato molto con l’arte e con il design, in tempi non sospetti. Mi sento figlio della cultura occidentale, che purtroppo ha visto l’Oriente solo come se fosse un oggetto da importare: un tappeto, una tazza, un mobile. Non ha mostrato alcun interesse per altri aspetti. La bottiglia del Martini, invece, per me rappresenta una sorta di cavallo di Troia. In casa mi ricordo che c’erano queste bottiglie con un’etichetta militaresca, dei Savoia, con tanto di medaglie. Sul finire degli anni Settanta, però, sul retro comparvero delle ragazze in bikini o la scritta “on the rocks”: la bottiglia del Martini per me è diventata il simbolo di un mondo che stava cambiando. Ne ho tantissimi esemplari a casa, che taglio e ricompongo. In un’opera ho realizzato anche il Martini Extra, che non esiste, ma che è la somma di tante bottiglie di Martini Rosso, Bianco, Rosé…

Flavio Favelli, Martini Extra 1, 2007.

Flavio Favelli, Martini Extra 1, 2007.

Adesso a cosa stai lavorando?

Sto lavorando a un grande e ambizioso progetto per la mia casa a Savigno, che ho acquistato dall’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero e che vorrei completamente ricoprire con una scatola. Per un anno il Comune ha bocciato il mio progetto perché la casa si trova vicino a una chiesetta, e secondo il parere del sindaco il mio intervento era troppo moderno, in contrasto con l’architettura tradizionale della cappella. Poi, parlandogli, sono riuscito a convincerlo. Secondo la mia idea, sarà un parallelepipedo interamente ricoperto in ceramica o in plastica: vorrei costruire una grande baracca con un vestito esterno che nel tempo cambia, quindi sto pensando a dei fogli di plastica o di catrame. Le dimensioni saranno grandi, si noterà in tutta la valle, e penso sia un intervento importante, perché in Italia, in campagna, è diventato impossibile sperimentare, soprattutto in regioni come la Toscana o l’Umbria. Molti amici mi prendono in giro, dicendo che sto costruendo il mio mausoleo, dopo aver dedicato al Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro un progetto legato al Mausoleo di Teodorico. Sto anche lavorando a una collettiva alla quale tengo molto e che si terrà a Palermo, al museo Palazzo Riso, è un’esposizione curata da Daniela Bigi, con molti artisti con i quali ho vissuto un periodo di residenza, un’esperienza che ha portato alla mostra. Ne sono particolarmente contento, perché la Sicilia è un posto che mi ha sempre affascinato: ci trovo cose che nel Continente non esistono più, la materializzazione di tanti frammenti del mio passato, perché nonostante tutto lì si tende a conservare, a ricordare.



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