Emiliano Ponzi
“Contro la superficialità”

6 marzo 2017

In fondo, il mondo si divide tra chi sa disegnare e chi non ne è capace. Emiliano Ponzi, ovviamente, appartiene alla prima categoria. Ponzi nasce a Reggio Emilia nel 1978, ma è ferrarese d’adozione e dopo il liceo frequenta lo IED di Milano. Inizia quasi subito a collaborare con giornali, riviste, case editrici, associazioni e aziende, e da allora accumula un lungo elenco di cover, grafiche e animazioni per la Repubblica, The New York Times, Le Monde, The New Yorker, Newsweek, Rolling Stone, Feltrinelli, Mondadori, Corraini, Lavazza, Louis Vuitton, Hyundai, Amnesty International, Armani e Triennale Design Museum. Di fronte a un successo così trasversale è inevitabile partire dal suo segreto: “Non basta saper disegnare, il talento non è sufficiente”, spiega sistemandosi la montatura spessa degli occhiali da vista. “È importante riuscire a usare il disegno per comunicare la propria visione del mondo. La tecnica va a braccetto con la comunicazione”. Quella di Emiliano Ponzi è un’avventura professionale divisa fra Milano, dove lavora in uno studio non lontano dai Navigli, e New York, dove passa mesi interi a disegnare. Il suo tratto è semplice, soave, metafisico, l’atmosfera è quella di un incantesimo: “Quanto più ti allontani dal disegno realistico, tanto più comunichi. Questo, però, non vuol dire abbandonarsi all’astrattismo. Per me è importante mantenere un legame con la realtà, così come essa ci appare, con le sue luci e le sue ombre. Ma la realtà poi va trasfigurata, depurata, ricondotta alla mia visione”. Una poetica che gli è valsa un’invidiabile serie di premi: Young Guns Award e Gold Cube dell’Art Directors Club di New York, medaglie d’onore delle Society of Illustrators di New York e di Los Angeles, riconoscimenti da How International Design Award, Communication Arts Illustration Annuals e American Illustration Annuals. In poco tempo. Emiliano Ponzi non ha ancora compiuto quarant’anni.

Emiliano Ponzi, Resurrection, Robinson (Italy), 2016.

Emiliano Ponzi, Resurrection, Robinson (Italia), 2016.

Che formazione hai avuto?

Prima dello IED ho frequentato il liceo socio-pedagogico, una scuola piuttosto tradizionale che mi ha formato in modo rigoroso, mi ha insegnato a pensare, e questo fa la differenza. Sono in molti a disegnare meglio di me, ma non contano solo le belle forme, bisogna avere le idee chiare e saperle comunicare con intensità.

Come definiresti il tuo stile?

Fino a qualche tempo fa ti avrei risposto concettuale. Toglievo elementi per arrivare all’essenza delle cose. Ora penso che l’essenza in quanto tale non sia più sufficiente. Il mondo ha esaurito il potenziale del less is more. Less, il meno, è diventato vacuo, e ha finito per rappresentare il nulla, la superficialità.

Emiliano Ponzi, The Journey of the Penguin, Penguin Books (USA), 2015.

Emiliano Ponzi, The Journey of the Penguin, Penguin Books (USA), 2015.

Siete tutti contro la superficialità. Proviamo a essere controcorrente: viva la superficialità!

Io sono in guerra contro la superficialità. La vita va conosciuta a fondo. Dobbiamo capire le cose, conoscerle, approfondirle. Le esperienze migliori, quelle più gratificanti, si fanno in profondità, oltre le apparenze.

Però se ci pensi il less is more di Mies van der Rohe è iniziato come una rivolta contro la superficialità.

Sì, ma in molti campi della comunicazione visiva questo slogan è diventato un semplice pretesto per fare meno, disegnare meno. Vedo tantissimi che si definiscono illustratori, ma non sanno davvero cosa voglia dire. Senza una storia e una visione del mondo le immagini sono pure linee che non resistono alla prova del tempo. La banalità di alcune illustrazioni che vedo in giro mi sembra quasi pornografica.

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Quand’è iniziato il declino?

Non so se definirlo declino, ma tutto ha avuto inizio con Andy Warhol, quando all’illustrazione si è cominciato a chiedere di provocare e scandalizzare. E la stessa evoluzione per certi aspetti ha investito anche l’arte contemporanea, che ha perso negli anni la propria vocazione democratica diventando sempre più ermetica. Non è più l’artista ad andare incontro al pubblico per comunicare la propria visione del mondo, ma è il pubblico che deve fare i salti mortali per intuire la visione dell’artista. Senza una didascalia o un qualche riferimento alla vita dell’autore, molte opere d’arte risultano ormai incomprensibili al 90 per cento delle persone.

Parlando di illustrazione, cosa cambia tra Italia e Stati Uniti? 

Le differenze si stanno assottigliando sempre più, anche se gli Stati Uniti restano ancora un mercato speciale, pieno di opportunità, dove la professionalità è ai massimi livelli: là l’obiettivo è non perdere tempo e non fartene perdere, ti dicono subito prezzo, scadenza, condizioni. E il professionista ha immediatamente tutte le informazioni che gli servono per prendere una decisione.

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In Italia non sappiamo riconoscere i talenti, si dice.

Dipende. Gli italiani comunque sono esterofili, e più ancora americanofili, ma non siamo gli unici in Europa.

In Francia lo sono di meno, soprattutto nell’illustrazione.

È vero, in Francia sono più nazionalisti, ma anche lì guardano agli Stati Uniti come mercato di riferimento. Moltissimi illustratori francesi provano a lavorare negli Usa.

Torniamo al tuo background. Dopo il liceo, hai fatto lo IED, una scuola privata.

Alla fine degli anni Novanta tutti puntavano su Scienze della Comunicazione, la facoltà che avrebbe dovuto rivoluzionare il mondo del lavoro con nuove figure e professionalità. Ho fatto il test sia a Padova sia a Bologna, senza prepararmi, e non mi hanno preso, quindi ho ripiegato sullo IED. Oggi credo che quel mio rifiuto di studiare per i test d’ingresso alle facoltà più “tradizionali” mi volesse portare proprio a Milano, per intraprendere studi più artistici.

Emiliano Ponzi, Mon amie Nana, Le Monde (France), 2017.

Emiliano Ponzi, Mon amie Nana, Le Monde (Francia), 2017.

So che ti sei avvicinato al mondo del disegno a partire dal fumetto.

All’inizio, da ragazzo, non sapevo nemmeno cosa fosse l’illustrazione. Stiamo parlando dell’inizio degli anni Novanta, ovvero di un’epoca pre-internet in cui la conoscenza del mondo era molto limitata rispetto a oggi. Abitavo in una piccola città di provincia, e durante il liceo iniziai a frequentare dei corsi di fumetto. Sapevo disegnare, ma non ero ancora in grado di tradurre quel tipo di attitudine in un progetto.

Ti senti fortunato?

Non credo alla fortuna, quando ho finito lo IED ho semplicemente capito che dovevo giocarmela da solo. Poi c’è stato un momento in cui ho coscientemente deciso che avrei fatto questo lavoro al meglio delle mie possibilità, e che esso avrebbe avuto la priorità su tutto il resto. È stata una scelta razionale. In proposito, sto rileggendo L’alchimista di Paulo Coelho che parla del concetto di leggenda personale, per cui se una persona capisce qual è la propria leggenda personale tutto l’universo si muove per farla diventare realtà.

Una volta avverata, come fai a mantenerla viva?

La leggenda personale è un percorso evolutivo, muta, a volte sfuma e forse non si avvera mai fino in fondo. Ed è proprio questa tensione tra noi e i nostri obiettivi a mantenerci vivi.

Come si affronta la pagina bianca?

Parto sempre da un’intuizione che mi sembra valida, la sviluppo e vedo se tiene.

Il processo ha un inizio e una fine?

L’intuizione iniziale è rapida e imprevedibile, mentre la seconda fase richiede più disciplina, poiché l’idea va tradotta in un progetto. In genere, comunque, l’illustrazione è un lavoro abbastanza metodico.

Emiliano Ponzi, The Voyeur Motel, The New Yorker (USA), 2016.

Emiliano Ponzi, The Voyeur Motel, The New Yorker (USA), 2016.

A che progetti stai lavorando?

Sto collaborando a una collana di libri per il MoMA, una via di mezzo tra educational e biografia. Ho scritto un testo su Massimo Vignelli e ora ne sto realizzando le illustrazioni. Vignelli, nella sua prolifica e brillante carriera, ha disegnato la mappa della metropolitana di New York. Mi ero recato al MoMA per un altro progetto, che alla fine non ha suscitato interesse. Non potevo però andarmene a mani vuote e quindi durante il meeting ho tirato fuori quest’idea che è stata accolta con grande entusiasmo. Ho iniziato a inviare delle prove e siamo partiti. Sto anche lavorando per Unibanca e Ferrarelle, e ho appena terminato le vetrine di Bulgari Bridal per il mercato asiatico e le copertine dei romanzi di Elena Ferrante per il mercato tedesco.

Emiliano Ponzi, Bridal windows Asia, Bulgari (Italy), 2017.

Emiliano Ponzi, Bridal windows Asia, Bulgari (Italia), 2017.

Ti capita di dire di no?

Sì, spesso. Più o meno rifiuto un lavoro al giorno.

Prima accennavi alla metodicità dell’illustrazione.

Avere metodo è indispensabile. Bisogna saper dominare la creatività, tenerla sotto controllo e piegarla alle esigenze comunicative che di volta in volta ci si trova ad affrontare.

Parliamo delle copertine dei libri. Tu hai illustrato le cover di Bukowski per Feltrinelli. Se potessi parlare all’adolescente che eri, e gli potessi dire: “Un giorno illustrerai la copertina di Pulp o Compagno di sbronze”.

A quell’età Bukowski è una figura mitica: sei ancora un bambino ma vuoi essere adulto, ti senti irrisolto, e questo disaccordo genera una certa rabbia, un moto di ribellione. Vuoi infrangere le regole che ti hanno dato i genitori, scopri il desiderio verso l’altro sesso, l’alcol, le canne. Bukowski nelle sue opere segue tutti i vizi immaginabili, si abbandona alle pulsioni sessuali, all’anarchia del suo spirito senza freni. È tutto molto affascinante, poi però ti rendi conto che quella traiettoria di vita può portarti alla deriva. Realizzare le cover dei suoi libri è stato interessante, perché ho potuto rappresentare tutto il suo mondo, dall’anticonformismo alla sessualità più spinta.

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Ti sei riconciliato con quella parte lì?

Assolutamente sì. Posso anche aggiungere che per una persona metodica come me è stato un po’ come provare a essere un cowboy che tiene al lazo qualcosa di incontrollabile, un bufalo impazzito. Con Bukowski ho avuto modo di sfogare e domare tutta la parte selvaggia di me.

Ti sei riletto Bukowski?

Ho riletto dei pezzi. Negli Stati Uniti ho ricevuto premi importanti per quel trionfo illustrato della nudità, fatto piuttosto insolito dato il loro puritanesimo.

C’è un libro di cui ti piacerebbe fare la copertina?

Nessuno in particolare.

A proposito di copertine, Manuja Waldia ha rifatto le cover della storica collana di Shakespeare della Penguin.

Bellissime, molto minimal.

Emiliano Ponzi, The Art of improvisation, Geo Magazine (Germany), 2016.

Emiliano Ponzi, The Art of Improvisation, Geo Magazine (Germania), 2016.

Ci sono altri colleghi che ammiri?

Lorenzo Mattotti è uno dei miei grandi maestri spirituali, come il disegnatore americano Brad Holland. Le loro mostre mi mettono voglia di correre a casa a disegnare, ma è una reazione molto rara, mi capita solo con Mattotti, Holland e pochissimi altri.

Sei felice?

Che domanda! Secondo me si arriva a un certo punto e lì si rimane. Permani, sei come una goccia cinese, ma continui a costruire. Non credo né ai grandi incontri che ti stravolgono la vita, né alle grandi occasioni. La felicità è una condizione passeggera che dura pochi attimi, poi certo ritorna, ma non è uno stato d’animo che permane per lunghi periodi.

Nicholas Blechman, creative director del New Yorker, a proposito di una tua mostra ha detto: “Essere universali senza essere generici”.

Era l’introduzione alla mostra 10×10 di Corraini. È davvero bello quando le persone riescono a riconoscersi nei tuoi disegni, perché sono universali e parlano a tutti senza essere superficiali.

Emiliano Ponzi, Googling Cuba, Penn Gazette (USA), 2016.

Emiliano Ponzi, Googling Cuba, Penn Gazette (USA), 2016.

La capacità di rivolgersi a tutti, la forza del classico.

È importante arrivare a una sintesi, togliere gli elementi un po’ leziosi e tenere i più rilevanti. Ma il punto vero è il processo di assimilazione del mondo. La fatica maggiore è quella. Torniamo al discorso sulla superficialità. Non puoi sintetizzare se non passi attraverso la comprensione della realtà. Senza questa conoscenza, l’essenzialità diventa banalità.

Un articolo uscito sul New Yorker l’anno scorso parlava della solitudine come parte integrante dell’opera di alcuni fotografi e artisti: Robert Adams, Nicholas Nixon, Alec Soth, Edward Hopper, Andy Warhol, David Wojnarowicz. Aggiungerei anche il tuo nome. Ti senti solo?

Sì, e credo che sia la condizione fisiologica di chi ha bisogno di tanto spazio da dedicare alla propria vocazione. Lo sforzo creativo richiede molto tempo e molta energia mentale. Le persone che hai in mente sono tante, mentre quelle con cui riesci ad avere un legame intimo o una frequentazione si riducono enormemente. In ogni caso, siamo soli al mondo, ognuno con le proprie battaglie, e solo chi ne è consapevole può instaurare rapporti veramente genuini.

Emiliano Ponzi, Fixing the brain, New Scientist (UK), 2017.

Emiliano Ponzi, Fixing the Brain, New Scientist (UK), 2017.

Di tutti i premi che hai ricevuto, qual è quello a cui tieni di più?

Forse quello che mi ha dato più soddisfazione è il Gold Cube dell’Art Directors Club of New York per le copertine di Bukowski. Non sono andato a ritirarlo perché la premiazione era a Miami e mi hanno informato solo all’ultimo del riconoscimento. Peccato. Altri premi a cui tengo particolarmente sono le medaglie d’oro della Society of Illustrators di New York.

Cos’hai fatto per festeggiare questi riconoscimenti?

Niente di straordinario, ero in una fase astemia della mia vita.

Bukowski, ne sono certa, non avrebbe approvato.

Emiliano Ponzi, Trissa, “Ponzinetic", Corraini +The Fablab, Design week 2016.

Emiliano Ponzi, Trissa, “Ponzinetic”, Corraini +The Fablab, Design week 2016.

Emiliano Ponzi, Magic Mountains, Chicago Magazine (USA), 2015.

Emiliano Ponzi, Magic Mountains, Chicago Magazine (USA), 2015.

Emiliano Ponzi, Infographic, La Repubblica (Italy), 2011.

Emiliano Ponzi, Infographic, La Repubblica (Italia), 2011.

Emiliano Ponzi, Women and sex, The New York Times (USA), 2011.

Emiliano Ponzi, Women and Sex, The New York Times (USA), 2011.

Emiliano Ponzi, May we be forgiven?,The New York Times, 2012.

Emiliano Ponzi, May We Be Forgiven?,The New York Times (USA), 2012.

Emiliano Ponzi, Summer house with swimming pool, The New York Times (USA), 2014.

Emiliano Ponzi, Summer House with Swimming Pool, The New York Times (USA), 2014.

Emiliano Ponzi, Assisi Road, Pentagram (USA), 2013.

Emiliano Ponzi, Assisi Road, Pentagram (USA), 2013.

Emiliano Ponzi, No way out, Los Angeles Times (USA), 2016.

Emiliano Ponzi, No Way Out, Los Angeles Times (USA), 2016.

Emiliano Ponzi, The death of Postmodernism, Le Repubblica (Italy), 2012.

Emiliano Ponzi, The Death of Postmodernism, Le Repubblica (Italia), 2012.

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Francesca Esposito

Giornalista, collabora per diverse testate, scrivendo di design, architettura, donne, teatro, arte, costume, economia e città. Vive a Milano, di fianco a un mercato dell’usato, dopo aver vissuto a Shenzhen, in Cina, in un palazzo al 17° piano, vicino a un orto botanico (a Roma), sopra a una copisteria (a Parma), accanto a un negozio di vinili (a Londra) e su una barca (a Parigi). Sta programmando una fuga.


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