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David Bowie Is
MAMbo, Bologna

26 settembre 2016

Dare una definizione univoca di uno dei personaggi più complessi e affascinanti della storia del rock è un’impresa titanica, se non utopistica. È da questa consapevolezza che parte la mostra David Bowie Is, ora al MAMbo di Bologna (fino al 13 novembre), nona tappa del tour iniziato al Victoria & Albert Museum di Londra. Il titolo va quindi inteso come un enorme quesito senza soluzione, poiché tutte le risposte sarebbero esatte e al contempo sbagliate: ognuna delle maschere di Bowie rappresenta un solo, minuscolo tassello della sua arte. L’esposizione, curata da Victoria Broackes e Geoffrey Marsh, ripercorre cronologicamente la carriera dell’artista, soffermandosi sulle celebri metamorfosi degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta. Ad aprire le danze è un racconto dettagliato degli inizi: l’infanzia a Brixton, le scazzottate a scuola (come quella che gli costò un danno permanente alla pupilla dell’occhio sinistro), la letteratura beat e la musica jazz (scoperte grazie al fratello Terry), l’amore per il sassofono, le band con gli amici. L’esordio da solista fu un insuccesso: tra il 1965 e il 1967 il giovane David era ancora una figura ibrida, a metà tra il mod ribelle e il menestrello folk, un’identità troppo confusa per catturare l’attenzione del pubblico. La svolta avviene con il singolo Space Oddity, la cui uscita coincide con la spedizione sulla luna, diventandone la colonna sonora. Si prosegue presentando il suo alter ego più famoso: Ziggy Stardust. In una sala viene proiettato il video della sua prima apparizione alla trasmissione Top of the Pops. Correva l’anno 1972 e Bowie cantava Starman, accompagnato dai suoi Spiders from Mars: quell’intro di chitarra e quel primo verso (“Didn’t know what time it was and the lights were low”) lo proiettano nell’olimpo delle pop star. Si susseguono poi le altre trasformazioni del Duca Bianco, tutte documentate da immagini, filmati e tracce audio: la figura aliena ritratta sulla copertina dell’album Aladdin Sane, i disegni della città distopica immaginata in Diamond Dogs, i testi scritti a mano delle canzoni di Young Americans, il cucchiaino con cui David sniffava cocaina. Frammenti di vita e di musica che consentono un’immersione totale nel mondo stroboscopico dell’artista. L’ordine cronologico viene interrotto da una panoramica delle collaborazioni con stilisti, grafici, designer e musicisti. Qui vengono presentati alcuni degli spettacolari costumi indossati dal cantante, come la tuta-birillo disegnata da Sonia Delaunay, le divise spaziali di Kansai Yamamoto e il cappotto realizzato da Alexander McQueen per la copertina dell’album Earthling. Particolare attenzione viene data all’amore per il mimo e il teatro, elemento che ricorre in tutte le fasi della sua carriera, musicale e cinematografica. Proseguendo nel percorso, si giunge al prolifico periodo berlinese: in controtendenza con il dilagare della tossicodipendenza nella Berlino Ovest di fine anni Settanta, Bowie scelse di trasferirsi nella capitale tedesca per disintossicarsi dagli eccessi losangelini, dando inizio a una rinascita sia fisica sia artistica. Sono gli anni passati insieme a Iggy Pop, tra feste, scorribande e giri solitari in bicicletta. Si chiude con una stanza dedicata alle performance live, dove gli spezzoni di alcuni concerti vengono proiettati tra le pareti rivestite da pannelli che racchiudono i costumi del cantante. David Bowie Is è una imperdibile celebrazione del genio, dell’estro e del carisma di questa icona pop, ed è la testimonianza di un pezzo di storia del rock che difficilmente si ripeterà.

David Bowie Is
A cura di Victoria Broackes e Geoffrey Marsh
MAMbo, Bologna
14 luglio – 13 novembre

Davide Bowie Is

Davide Bowie Is

Davide Bowie Is

Davide Bowie Is

Davide Bowie Is

Davide Bowie Is

Davide Bowie Is

Davide Bowie Is

Davide Bowie Is

Davide Bowie Is

Davide Bowie Is

Davide Bowie Is


Valentina Lonati

Bastian contraria fino al midollo, rimane folgorata da David Bowie durante l’adolescenza. Ne segue le orme a Berlino, dove rimane per 4 anni, un anno in più del Duca Bianco. Poi torna a Milano, iniziando a scrivere per FlairIconIcon Design e Rolling Stone. Spazia dall’arte al design, alla moda (senza dimenticare la sua amata musica). Non ha mai smesso di sentirsi un alieno né di credere nel rock.


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