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Expo Milano 2015
Regno Unito

9 luglio 2015

Che a Milano i riflettori della sensibilità ecologica fossero puntati sulle api lo avevamo già capito durante il Salone del Mobile dello scorso aprile, con gli alveari urbani creati da designer e artisti per Green Island 2015 in Stazione Garibaldi, e con l’installazione della Honey Factory di Francesco Faccin nel Giardino della Triennale – in concomitanza con l’apertura di Expo Milano 2015. Hive, il gigantesco alveare virtuale ideato dall’artista britannico Wolfgang Buttress, prosegue quest’opera di sensibilizzazione con un intervento che coinvolge tutti i sensi e si afferma come una tra le più riuscite realizzazioni dell’Esposizione dal punto di vista culturale e architettonico. Il Regno Unito ha scelto di distanziarsi dall’interpretazione semplicistica del tema “nutrire il pianeta”, che ha prodotto una quantità spropositata di padiglioni votati alla messa in mostra delle eccellenze culinarie e botaniche dei vari paesi. Il padiglione britannico si è ispirato alla ricerca del fisico Martin Bencsik, esperto nel monitoraggio degli alveari, per mettere in evidenza la necessità di proteggere le api, in drastica diminuzione a causa dell’inquinamento, nonostante restino fondamentali per la tenuta del nostro ecosistema: basti pensare che 71 delle 100 colture più importanti per l’alimentazione umana sono impollinate dalle api. Più che come una semplice arnia, l’area è concepita come un viaggio all’interno del mondo delle api. Dopo aver attraversato un breve labirinto con le immagini che illustrano la ricerca da Bencsik, ci si addentra in un frutteto e in un prato di fiori selvatici piantumati su terrazzamenti sospesi ad altezza occhi. Arrivati alla base trasparente del grande alveare, si viene istruiti su come ascoltare il ronzio degli insetti. È quindi il momento di salire le scale per entrare fisicamente nell’enorme struttura realizzata in alluminio trattato ad altissime temperature con una tecnica particolare che fa assumere al materiale la sfumatura paglierina tipica della cera. La forma di questa struttura incredibilmente delicata e leggera – composta da 170mila pezzi trasportati dal Regno Unito e assemblati in loco – è un’evoluzione astratta di un favo. Al suo interno si trovano migliaia di luci LED che producono la massima intensità luminosa quando la sera gli imenotteri tornano “a casa” dopo il lavoro di impollinazione. A rendere ancora più realistica la visita sono gli effetti audiovisivi che riproducono il ronzio delle api. L’esperienza che offre Hive è forte: le tante luci LED che brillano a intermittenza ripropongono l’attività di una colonia d’insetti rispondendo con impulsi visivi, ronzii e vibrazioni ai segnali che provengono da una vera colonia di Nottingham. Il progetto di Buttress – costato sei milioni di sterline, costruito da Stage One e realizzato in collaborazione con l’ingegnere strutturista Tristan Simmonds, lo studio di architettura di Manchester BDP e l’agenzia creativa Squint Opera – è innovativo e ambizioso, ed è destinato a emulare il successo del padiglione-riccio del Regno Unito all’Expo di Shanghai 2010. La scelta dell’alveare ha anche un valore simbolico: evoca la metafora del Paese come luogo “di innovazione e creatività, in grado di assorbire, sviluppare e condividere diversità e ricchezze provenienti dalle fonti e dalle ispirazioni più diverse”, come ha sottolineato l’ambasciatore britannico a Roma Christopher Prentice alla vigilia dell’inaugurazione. A completamento della presenza britannica in Expo, fino a fine ottobre il Global Business Programme proporrà un calendario di iniziative rivolte alle aziende in un percorso articolato tra l’area espositiva, Villa Necchi Campiglio e la UK House di Palazzo Giureconsulti nel centro di Milano.

Expo Milano 2015. Regno Unito.

Expo Milano 2015. Regno Unito.

Expo Milano 2015. Regno Unito.

Expo Milano 2015. Regno Unito.

Expo Milano 2015. Regno Unito.

Expo Milano 2015. Regno Unito.

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Expo Milano 2015. Regno Unito.

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Expo Milano 2015. Regno Unito.

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Expo Milano 2015. Regno Unito.

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Loredana Mascheroni

Giornalista, pratica il design da sempre. Appassionata di arte contemporanea e architettura, lavora a Domus dal 1997 dopo un apprendistato decennale in riviste di settore e un esordio come giornalista TV che le ha lasciato un debole per le video interviste. Fa yoga e corre, per sciogliere le tensioni da tablet.


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