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Marialaura Rossiello
This Must Be The Place

16 Maggio 2014

Qualche tempo fa ho organizzato una mostra in Via Vigevano 8, a Milano. Quando ho comunicato l’indirizzo, quasi nessuno lo ha associato alla galleria in cui esponevo, né al loft di David Chipperfield, che pure affaccia sullo stesso cortile, mentre la maggior parte si è ricordata: “Ah, dove c’è lo Studio Irvine”. In quell’occasione ho conosciuto Marialaura Rossiello, moglie di Irvine, che con sincero, solido e trascinante coraggio, dopo la morte di James si è presa sulle spalle la sua attività, insieme a Maddalena Casadei. E di quello studio ha anche fatto casa sua, di Giorgio e di Giacomo, i loro due bambini.

Doveva essere l’ultima domanda, una specie di confidenza tra mamme, ma visto che partiamo da qui, da casa tua, mi chiedo come si fa da “genitori designer” a tenere separati gli spazi tra la creatività dei bambini e la nostra, tra le loro scelte estetiche o ludiche e le nostre. In proposito, mi viene in mente che tanti designer si preoccupano di fare oggetti belli per i loro bambini, o per i bambini che loro avrebbero voluto essere, ma poi sul mercato non c’è un passeggino che adempia correttamente a tutte le funzioni che un genitore (non designer) può richiedere…

Questa storia del passeggino mi ricorda che quando abbiamo avuto il nostro primo figlio, James era già nei suoi cinquanta, tanti amici designer stavano avendo bambini o ne avevano appena avuti (Jasper Morrison, Marc Newson), e ci scambiavamo informazioni su quale fosse il passeggino migliore. Io mi orientai su quello più cool e di tendenza, e James dovette subire le mie scelte, ma ogni volta mi diceva: “Che ruote grosse Marialà!”. Mentre sul seggiolone ci eravamo trovati in perfetta sintonia!

Immagino che nella scelta di creare uno studio/casa, al di là della comodità di avere i bambini sempre sott’occhio, ci sia stata anche la volontà di tracciare una continuità per loro con il lavoro di James. Avresti anche potuto fare la scelta opposta, di tenere te e i bambini lontani dal confronto quotidiano con questa memoria.

L’unico posto dove sto bene è qua. Unire casa e studio, e portare qui i bambini, è stato un percorso molto naturale. Per me è più gestibile, per loro è più divertente. Penso sia davvero utile che loro si sentano vicini, respirino e vivano quello che è stato loro padre. L’impressione è che James sia qui con noi, sempre. E io mi sento una privilegiata ad avere ereditato tutto questo. I bambini a loro volta partecipano, danno consigli, dicono: “Ok mamma, questa sedia si può fare”. Oppure: “No mamma, abbiamo già fatto un vaso molto simile”. È uno scambio incredibilmente importante. Ovviamente, uno dei due vuole già fare il designer da grande, ma avrà tempo per cambiare idea.

Studio Irvine

Studio Irvine. Photo: Santi Caleca.

E per te, invece, la scelta di proseguire con il suo nome cos’ha significato? 

Anche questa è stata una scelta venuta quasi da sé. Arper aveva invitato me e Maddalena a Londra a fare una lecture dedicata a James, poco dopo la sua scomparsa. Raccontare di James in quell’occasione è stata un’esperienza bellissima, molto intensa, e ancora una volta abbastanza naturale. La sera siamo andate a cena nel suo ristorante preferito, il St. John, ci siamo guardate negli occhi e ci siamo dette che volevamo proseguire l’attività dello studio. La prima, chiara missione, era finire i lavori che James aveva iniziato, con Amorim e Offecct, per esempio, e continuarne altri, come quelli per Muji e Marsotto Edizioni. A questi si sono poi aggiunti i progetti che ho portato io come consulente e art director, e i clienti che Maddalena aveva avviato per conto suo.

I clienti hanno tutti confermato i progetti avviati, o qualcuno si è tirato indietro?

Tutti ci hanno dato fiducia. Il lavoro dello studio è come se non si fosse mai interrotto, e anzi la stima e le relazioni umane che circondavano James si sono tradotte in fortissimi attestati di amicizia, specialmente da parte dei colleghi progettisti. Subito dopo la morte di James, tutti gli ex assistenti si sono presentati a chiedere come potevano dare una mano, e i grandi amici di sempre (Jasper Morrison, Naoto Fukasawa, Marc Newson, Konstantin Grcic) non hanno mai smesso di considerare questo studio un punto di riferimento. Per me questa è la dimostrazione di quanto, al di là della naturale rivalità tra progettisti, James abbia rappresentato un perno e una sponda generosa per tutti loro.

Questa capacità di tenere assieme le persone e valorizzare le doti di ognuno è una delle qualità del progettista James?

Direi che è un puro elemento dell’essere James: rigoroso, ironico e generoso. Caratteristiche che ogni giorno rinnovo nel mio pensiero di progettista e di persona. James mi ha lasciato un grande patrimonio creativo da cui giorno dopo giorno traggo l’energia per affrontare nuove sfide.

In effetti, intorno al vostro studio è sempre circolato il mito di un microcosmo felice in cui transitavano tutti i più importanti designer internazionali di passaggio a Milano. Uno studio aperto, un “gruppo”, anche se non mi risulta che abbiate mai sviluppato progetti collettivi.

No, ma nei progetti che James ha coordinato da direttore artistico si è sempre trovato molto a suo agio a orchestrare insieme i suoi amici e colleghi. È un approccio che cerchiamo di portare avanti, e che quest’anno si è per esempio concretizzato in Working on Marble per Marsotto Edizioni, che abbiamo presentato al Salone del Mobile, presso l’Accademia di Brera: sei interpretazioni del lavoro sul marmo di Morrison, Grcic, Fukasawa, Nigro, Lovegrove e dello Studio Irvine. È stato un modo per tenere assieme teste diverse, e alla fine il progetto ha appassionato tutti tantissimo.

E voi come avete interpretato Working on Marble?

Toio e Isa sono i nostri progetti. Toio è uno scrittoio con leggio, Isa una toeletta con lo specchio, e in comune hanno gambe esili alla ricerca di una leggerezza formale e tecnologica. Le due diverse tipologie nascono da esigenze personali. Ci siamo domandate: quando è stata l’ultima volta che ci siamo sedute per truccarci? Quello si che è un lavoro per noi donne!

Isa, design di Studio Irvine.

Isa, design di Studio Irvine per Marsotto, 2014.

Irvine curava anche il lato artigianale dell’attività: il disegno a mano, i colori, l’aspetto tattile, i prototipi. E ora?

Quelli che citi sono tutti strumenti che ci permettono di raggiungere il risultato finale, ancora oggi. Si parte dal pensiero tradotto in schizzo, poi arriva la traduzione dello schizzo al computer e dopo ancora il passaggio al laboratorio prototipi. E da lì si ritorna allo schizzo sul disegno tecnico, poi si ricomincia, fino a quando non si è soddisfatti, ovviamente in un continuo scambio con l’azienda.

Tra le aziende con cui collaborate ci sono importanti marchi internazionali come Muji e piccole realtà come la già citata Marsotto, ma pochissimi nomi di grandi aziende italiane. Come mai? Sono sicura che in tutti quei faldoni lassù ci sono decine di proposte da spulciare e magari da ripresentare in un momento più propizio.

Sì, abbiamo una marea di progetti, basterebbe avere la pazienza di estrarli, selezionarli e decidere cosa potrebbe andare bene e per chi. Allo stesso tempo, però, pensiamo che se James ha rinunciato a proporli, o se comunque non sono andati in porto, probabilmente una ragione c’è. Tra le aziende italiane, una delle collaborazioni più felici è stata con Arper, una realtà giovane e dinamica con una precisa visione e grande coraggio nell’investire.

Metteo Brioni, design di Studio Irvine, Bolzano, 2014.

Matteo Brioni, art direction di Studio Irvine, 2013.

A parte Marsotto, ci racconti gli altri progetti cui state lavorando?

Grandi aziende a parte, a noi appassionano le realtà di giovani imprenditori che hanno una bella idea, o una buona tecnologia, e ci chiedono una mano per svilupparla, entrando così nel mondo del design. Maddalena ed io facciamo a gara a chi porta il cliente più “strano”. Si tratta spesso di interlocutori con notevole know how, magari leader nei loro settori, che vogliono innovare e conversare con il mondo del design: unire cultura di progetto e cultura di impresa, e lavorare in maniera sartoriale cercando un’identità che si traduca poi in prodotto. “Tutto quello che ci circonda è disegnato da qualcuno”, diceva spesso James, e allora perché non affrontare qualunque tipo di oggetto? La sfida più grande però è ancora disegnare la luce. Siamo alla ricerca di imprenditori!

Qui in studio siete solo in tre a occuparvi di tutto: dalla progettazione alla direzione artistica, all’analisi di mercato, all’immagine. Com’è stato per te passare da un’esperienza come quella che hai vissuto all’interno di Danese, un’impresa di dimensioni familiari, a uno studio che ha il funzionamento di una piccola azienda, come quello di tuo marito?

Sono due tipi di attività molto simili, anche se da una parte si tratta di un’azienda e dall’altra di uno studio di design. Il nostro è un approccio totale, umanistico e insieme tecnico, dove è fondamentale lo scambio, l’energia di ciascuno, e niente viene trascurato, non si fanno le cose tanto per venderle, c’è sempre una ragione sia per fare un progetto, sia per non farlo. Questa visione “strategica” l’ho imparata da Francesco Zurlo, quando da Napoli mi sono trasferita a Milano per frequentare il suo master in design strategico: prima l’ho sperimentata in Danese e poi ho cercato di portarla nello Studio Irvine.

È in Danese che hai incontrato James?

Sì, ci siamo incontrati lì, abitavamo abbastanza vicini e un giorno ci siamo incrociati sotto casa. Da lì James ha cominciato a farmi una corte spietata, finché ho ceduto. Ma è accaduto tutto relativamente tardi, nel 2004. Io ero a Milano già da quattro anni, James da più di quindici.

Daisy, design di James Irvine per Danese, 2004.

Daisy, design di James Irvine, per Danese, 2004.

Come mai da Londra era venuto a Milano?

Lo aveva mandato suo padre architetto: “Vai a Milano a farti un’esperienza”, e non era più tornato. Aveva cominciato con De Lucchi, poi Olivetti, Sottsass e altri.

Che cosa ti manca di più di James, dico nel lavoro?

Tutto. Forse più di tutto la sua mano. Maddalena aggiunge la sua “chiacchiera da brief”, io direi “chiacchiera di vita”. James era di una generosità incredibile nella condivisione dei suoi progetti, delle sue idee, perfino dei suoi contatti. Era severo e puntiglioso, ma sapeva mettere in discussione le sue idee. Al centro di ogni progetto c’era sempre uno scambio intellettuale che poteva portare ad animate discussioni e a prese di posizione anche distanti. James metteva in crisi il tuo punto di vista e ti diceva la sua, cercando di convincerti; quando poi si tornava in studio il giorno dopo, ognuno aveva messo in crisi le proprie convinzioni. E si ripartiva.

James Irvine

James Irvine. Photo: Miro Zagnoli.

Juno, design di James Irvine, per Arper

Juno, design di James Irvine per Arper, 2012.

Muji Thonet, design di James Irvine, 2009.

Muji Thonet, design di James Irvine per Muji, 2009.

Centanni, design di James Irvine per Discipline, 2012.

Centanni, design di James Irvine per Discipline, 2012.

Centomila, design di James Irvine, per Magis

Centomila, design di James Irvine, per Magis, 1999.

Belvedere, design di James Irvine, per Danese

Belvedere, design di James Irvine, per Danese, 2006.



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