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Valerio Sommella
Industrial Design, anzitutto

28 febbraio 2014

Valerio Sommella è nato a Cortona, è cresciuto a Busto Arsizio, vive a Milano e ha 33 anni. Io, personalmente, lo conosco da sette. Valerio è un giovane designer italiano estremamente talentuoso, che si distingue dal rumore che spesso circonda i suoi colleghi per una virtù singolare: non è un artista, non si considera un artista, e non pensa che il suo lavoro sia simile a quello di un artista. Valerio viene da una tradizione di design italiano – di progetto, diciamo – dove l’approccio estetico, il gusto e l’intuito sono fondamentali, ma non sono l’unica àncora del processo, la sua ragion d’essere. L’àncora è il progetto in senso stretto, è il committente con le sue richieste, è la funzione dell’oggetto e il mercato in cui esso va a inserirsi. Forse quest’approccio gli deriva dalla sua collaborazione con Stefano Giovannoni, nel cui studio entrò ancora fresco di laurea con lode al Politecnico di Milano. Ciò non toglie che Valerio abbia lavorato anche con un designer molto diverso da Giovannoni come l’olandese Marcel Wanders, e che negli anni abbia sviluppato dei percorsi personali che si staccano dalla consuetudine del progetto all’italiana. Anche di questo abbiamo parlato una sera d’inverno a casa sua, seduti sul divano a chiacchierare di natura del design, di Esselunga, di Giappone, di pesca e di altro ancora.

Partiamo dall’inizio. Tu come definiresti il design? Dove inizia e dove finisce?

Io ho sempre praticato il design come un lavoro che non esiste senza l’industria. Ho studiato disegno industriale e sono sempre rimasto fedele a quest’approccio. Di solito, quindi, il mio limite è rappresentato dal rapporto che ho con un committente.

Quindi non hai mai progettato indipendentemente da una committenza?

Ho realizzato un solo progetto a prescindere da un cliente, Specimina, ma non lo definirei un lavoro di design: è un lavoro di ricerca sulla forma. Specimina è un sistema automatizzato che ho creato per generare delle forme, nello specifico dei vasi, sulla base di parametri numerici che identificano il luogo dove il vaso viene generato: coordinate Gps, temperatura, umidità. Si tratta come vedi di un progetto completamente slegato da qualsiasi dinamica di mercato, un esercizio puro che tenta di simulare la capacità della Natura di creare forme simili ma differenti.

In sostanza, si tratta di un software?

Lo definirei piuttosto un modello statistico i cui risultati, ovvero i vasi, hanno una certa logica. Con Specimina si generano delle forme grazie all’azione di diverse forze: c’è una forza che schiaccia, una che allunga, una che increspa e via dicendo. Gli agenti che creano questi effetti sono dei numeri legati a parametri ambientali localizzati.

La produzione è quindi necessariamente legata al territorio.

Sì, e per me è stato un modo per riflettere sulla storia del design. Un tempo se trovavi una sedia fatta in un certo modo potevi dire: “Ok, questa è africana perché è composta da questi materiali e prodotta con queste tecnologie”. Oggi una sedia ti dice molto poco della sua origine: potrebbe essere stata progettata da un italiano, ma prodotta in Cina. L’appartenenza geografica di un manufatto è sempre più difficile da decifrare. Per capire quanto sia nuovo questo fenomeno basta pensare all’archeologia: se trovano un vaso in uno scavo, gli studiosi sanno che è stato fatto in quell’epoca e in quel luogo. Molto semplicemente, perché una volta si produceva con le materie disponibili sul territorio e con le tecnologie che un certo popolo conosceva. Oggi si può fare tutto dappertutto. Specimina è il tentativo di riassegnare a determinati parametri geografici la capacità di generare una “specie” che può esistere solo ed esclusivamente in un luogo preciso, a certe specifiche condizioni. Se poi, nella stessa zona geografica, si introducono altri parametri, si possono generare delle sub-specie di prodotto. Come nella realtà umana, dove su una popolazione di mille individui hai il tipo medio, ma anche il soggetto più alto, quello più basso, e infine il caso di estrema rarità, quello molto improbabile.

Specimina di Valerio Sommella

Specimina, design di Valerio Sommella, 2011.

Si tratta quindi di un progetto interamente computerizzato.

Sì, Specimina è pensato per una produzione in stampa 3D. Una scelta che è agli antipodi rispetto al mio lavoro quotidiano: volevo fare qualcosa di diverso e divertente. Inserendo i dati in questo sistema di forze, si generano dei prodotti che spesso mi sorprendono, e che, comunque, data la mia formazione e visione estetica, non avrei mai potuto disegnare. In sostanza, i vasi di Specimina non mi corrispondono assolutamente, pur essendo stati generati da un sistema che ho messo a punto io.

Pensi che sia stata una reazione al lavoro su commissione? Lo trovavi noioso, limitante?

No. Direi piuttosto che quando lavori a un progetto controlli tutto, e se qualcosa ti sorprende è quasi da considerarsi un errore, perché il progettista dovrebbe avere la supervisione totale della forma dall’inizio alla fine – non vuoi meravigliarti. Specimina è un modo per ritrovare la sorpresa che necessariamente non può esistere nel progetto.

Con il vantaggio che se ripeti l’esperimento mille volte avrai mille risultati diversi. O magari osservi anche dei trend?

Sì, sul lungo termine vedi che tutto torna. Nel senso che hai un gran numero di cose che si assomigliano: è il tema della distribuzione gaussiana che si trova in natura, ed è uno degli elementi chiave di questo progetto.

Ti ispiri molto alla natura nel tuo lavoro?

Sì, ma con qualche riserva: per esempio, non parto mai da una forma naturale. Mi faccio piuttosto alcune domande. Tipo: per chi sto disegnando? A chi voglio vendere? Quando lavoro per un cliente non dimentico mai che lui deve vendere, e vendere tanto, perché a monte ci sono grandi investimenti. Quindi le mie ispirazioni sono sempre mediate da altre riflessioni: chi andrà a comprare questo prodotto? Che cosa suscita questa forma in chi la vede? Che bisogni soddisfa? Che funzione ha? Al giorno d’oggi, non puoi pensare di vendere migliaia di pezzi di qualcosa che non funziona. Dico al giorno d’oggi perché una volta paradossalmente era possibile: ci sono oggetti che hanno fatto la storia del design, che hanno venduto tantissimo, ma che notoriamente a livello funzionale sono discutibili.

Rampu di Valerio Sommella

Rampu, design di Valerio Sommella e Alberto Saggia, 2009.

Cos’è cambiato oggi?

Ci sono molti più player, più designer e aziende. Senza contare che la vita di un prodotto si sta progressivamente accorciando. I pezzi che hanno fatto la fortuna dell’Italian Design sono stati progettati decenni fa, ma sono ancora belli e solidi sul mercato. Oggi faccio fatica a dirti un solo prodotto che potrebbe avere davanti a sé cinquant’anni di vendite forti. Si è velocizzato tutto: sia il processo di realizzazione sia la vita stessa del prodotto.

Alla domanda “Sei più un designer o un artista?” tu risponderesti “Sono un designer”?

Sì, più o meno, un progettista.

La parola progetto mi fa pensare alla progettualità, al prodotto e quindi al processo industriale. Mentre design mi rimanda di più all’approccio estetico. 

Per quanto mi riguarda, nel mio lavoro convivono benissimo processo produttivo ed estetica. Preferisco la parola progetto, ma il fattore estetico è estremamente importante in tutto quello che faccio.

Mi è capitato di intervistare Enzo Mari e mi ha parlato per almeno dieci minuti di quanto odia la parola design.

Certo. (Ride)

Diceva: “Non sono un designer perché io faccio progetti”. Mi sembra in sintonia con quanto dicevi tu all’inizio di questa chiacchierata: c’è un committente, un mercato, un prezzo, e bisogna partire ragionando in quei termini. Poi arriva l’approccio estetico.

Negli ultimi anni si è assistito a questa deriva artistica delle serie limitate, delle auto-produzioni, delle gallerie – io non mi ci vedo, non mi ci sono mai visto. Sono cresciuto professionalmente con Stefano Giovannoni, che ha disegnato i best-seller di aziende che hanno fatto la storia del design italiano. I suoi prodotti hanno sempre venduto tantissimo.

Tre tenori di Valerio Sommella

Tre tenori, design di Valerio Sommella, 2013. Photo: Bea De Giacomo.

Cosa pensi del fatto che la Design Week di Miami sia allestita in contemporanea ad Art Basel, e che quindi i visitatori facciano la spola tra presentazioni d’arte e di design?

In questo senso, ci sono esempi che fanno riflettere: prendi la libreria Voronoi di Marc Newson realizzata in un unico blocco di marmo. Riesce a venderla a una cifra stratosferica. Come fai a dire che è sbagliata?

Ma quante ne fa? Cinque? Sei? A quel punto stiamo parlando di arte.

Di sicuro non è industrial design, è un’altra cosa. Quando ero da Wanders, io stesso ho lavorato alla creazione di prodotti del genere. La prima è stata la Crochet Chair, ne hanno fatte venti.

Crochet Chair di Marcel Wanders

Crochet Chair, design di Marcel Wanders, 2011.

E dei tuoi progetti qual è quello che quando lo guardi pensi: “Questo mi è venuto proprio bene”.

Fa sorridere dirlo, ma il prodotto di cui sono più orgoglioso è la lettiera Minù per United Pets. È stato un progetto complesso e ci sono voluti due anni di sviluppo per tantissimi motivi legati al discorso che facevamo all’inizio. Il cliente ti dice: facciamo una lettiera per gatti. Benissimo. Come la facciamo? La disegni carina? Non basta, ci sono parecchie cose a cui pensare. Per farti un esempio, eravamo quasi a progetto concluso, e ci siamo dovuti fermare perché per 16 millimetri avremmo avuto uno spreco nei container di trenta pezzi a spedizione. Questo avrebbe avuto una ricaduta di qualche euro a pezzo che ci avrebbe portati fuori mercato. Era un dato che non avevamo considerato all’inizio. Quindi ci siamo fermati, e abbiamo ridisegnato la lettiera per renderla più piccola. È andata sul mercato da poco, e per ora è stata un successo commerciale inaspettato, al punto da mettere a dura prova la produzione. Recentemente, Minù è entrata nel catalogo punti di Esselunga e, per quanto possa sembrare una scemata, lo trovo un grandissimo successo. Proprio stasera un mio amico mi ha detto che suo fratello – che non conosco – ha comprato in un negozio “una bellissima lettiera, top di gamma, etc.”, era molto contento. Era la mia. Quello che mi rende davvero felice come progettista è proprio questo, trovare i miei prodotti nelle case di persone che li hanno non perché li ho fatti io, ma semplicemente perché li hanno visti, desiderati e acquistati.

Quindi saresti più felice con un best-seller piuttosto che con un premio?

Sì, decisamente. E un’altra cosa che mi farebbe molto felice sarebbe trovare i miei prodotti in un mercatino dell’usato, o su eBay.

Quando disegni parti dall’osservazione di altri prodotti analoghi? Ti relazioni ad altri designer?

Sicuramente. E anche se parto dall’astrazione torno prestissimo a fare ricerca su quello che già esiste sul mercato, è sempre necessario fare un check della concorrenza. Tornando alla domanda di prima, su quale sia il mio prodotto preferito, ci sono altri progetti esclusivamente di ricerca che ho la fortuna di fare per dei clienti giapponesi. Ho lavorato per Panasonic, di recente per Honda, e adesso per un’altra casa automobilistica. Sono aziende interessanti perché si rivolgono a designer italiani che nulla hanno a che fare con il settore dell’auto, chiedendo visioni, non prodotti. Cioè: cosa succederà tra quattro anni nel nostro mercato, come saranno le automobili, quali materiali useremo, che forme disegneremo?

Kaori di Valerio Sommella

Kaori, design di Valerio Sommella for United pets, 2009.

Secondo te perché queste aziende giapponesi si rivolgono a designer italiani? C’è ancora il mito dell’Italia?

Nel mondo non saprei, in Giappone sicuramente sì. Credo che si rivolgano agli italiani perché abbiamo un approccio diverso dalla loro estetica, così precisa e formale. Nel mio caso, il frutto della ricerca viene poi utilizzato esclusivamente a livello interno, nei loro immensi uffici stile e uffici tecnici. In questo senso il mio lavoro diventa legna per il loro staff.

C’è una cosa che ti piacerebbe tanto fare e che ancora non ti è stata commissionata? La tua produzione è molto varia.

Sì molto, ed è una delle cose che più mi piace del mio mestiere. Adesso ho un prodotto in uscita per Vistosi, la lampada Semai che nasce da un progetto del 2009 con Alberto Saggia, senza nessuna commissione. La direttrice del Triennale Design Museum, Silvana Annicchiarico, un giorno ci propone di partecipare con quella lampada a una mostra di giovani designer italiani. Avevamo solo un rendering, un bel rendering, ma la lampada non esisteva. Allora sono corso in vetreria per fare un prototipo. Solo dopo ho scoperto che la vetreria era di proprietà di Vistosi: da cosa nasce cosa, l’azienda si è interessata al nostro lavoro, e ora siamo qui a sviluppare la lampada. Dopo così tanto tempo, sono molto felice che Semai abbia trovato una sua dimensione reale. Per tornare più precisamente alla tua domanda, mi piacerebbe disegnare un fucile subacqueo perché sono un pescatore, ma soprattutto perché è un oggetto estremamente semplice – è tipo una balestra. Formalmente però è molto interessante perché, nonostante le forme armoniche, è pura funzione: subisce enormi sollecitazioni, ma non si deve flettere, non deve avere deviazioni balistiche e via dicendo.

Semai di Valerio Sommella

Semai, design di Valerio Sommella e Alberto Saggia, 2009.

E qui arriviamo al mare, che è una tua grande passione.

Sì, il progetto di ricerca per Honda era costruito tutt’attorno alle razze. Poi, a livello personale, a un certo punto sono stato ossessionato dall’animalier. Di fatto, l’animalier per decenni è stato relegato a quattro animali in croce: zebre, leopardi, serpenti. Allora ho cominciato a disegnare fantastiche texture di pesci che nessuno conosce. Ma forse sono troppo di nicchia…

Sì, e francamente capisco che una donna preferisca sembrare un giaguaro piuttosto che un branzino.

Ah ah! Sì, certo. Pensa che era tutto incentrato sulle cernie, non molto sensuale effettivamente.

Un’altra cosa che ho notato è che quasi tutto quello che disegni è curvo. 

Sono un maniaco delle forme morbide, del controllo delle curve. E anche in questo c’è molto di Giovannoni.

Ultima domanda, da classica intervista a designer: qual è il tuo oggetto di design preferito?

Il galleggiante da pesca. È fighissimo: oltre a essere formalmente molto carino, ogni suo elemento è iper-funzionale. Dal fissaggio del filo che deve passare per il buco, alla colorazione. Da un punto di vista simbolico è anche affascinante: è in costante equilibrio tra il sopra e il sotto, ma soprattutto tra la vita e la morte.

Specimina, design di Valerio Sommella, 2011.

Specimina, design di Valerio Sommella, 2011.

Mail di Valerio Sommella

Mail, design di Valerio Sommella e Alberto Saggia per Lumen Center Italia, 2013.

Eva di Valerio Sommella

Eva, design di Valerio Sommella, per Rianne S, 2010.

Ova di Valerio Sommella

Ova, design di Valerio Sommella, 2009.

Trim, design di Valerio Sommella per Plust, 2010.

Trim, design di Valerio Sommella per Plust, 2010.

Minù di Valerio Sommella per United Pets

Minù, design di Valerio Sommella per United Pets, 2013. Photo: Bea De Giacomo

Matrioska, design di Valerio Sommella per/for Rianne S, 2010.

Matrioska, design di Valerio Sommella per/for Rianne S, 2010.Pesci_2

Valerio Sommella. Photo: Francesco Nazardo.

Valerio Sommella. Photo: Francesco Nazardo.


Timothy Small

Vive a Milano, dove è nato, nel 1982, da padre anglo-libanese e madre bergamasco-milanese. Ha fondato The Milan Review nel 2011 e l’Ultimo Uomo nel 2013. È stato direttore di VICE Italia dal 2005 al 2013, dove ha anche prodotto, scritto e diretto tre serie di documentari:  ItalicaVice Meets e Art Talk Italia. Ogni tanto scrive per GQThe Paris ReviewKaleidoscopeRivista StudioIL.


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