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Elio Caccavale
Interview

20 Dicembre 2010

Elio Caccavale, nato a Napoli nel 1975, è un fuoriclasse del design e della ricerca scientifica. Da anni residente a Londra, è direttore del MSc Product Design al College of Art, Science and Engineering, presso la Dundee University, e insegna Design Interactions (MA) al londinese Royal College of Art. Come ricercatore, ha lavorato al Policy, Ethics and Life Sciences Research Centre dell’università di Newcastle, alla School of System Engineering/Cybernetics della Reading University e all’Institute of Biomedical Engineering dell’Imperial College, a Londra. Ha fondato uno studio di product e interaction design avanzato (tra i clienti, Mattel e LG Electronics) e ha inventato Neuroscope, uno strepitoso giocattolo interattivo che funziona collegato a un contenitore dove vivono cellule di topo. Grazie a un joystick, si può interagire con un sistema biologico (stimolando le cellule) e vedere come reagisce. I suoi lavori sono esposti al MoMA di New York, al Science Museum di Londra, al National Taiwan Museum of Fine Arts, alla Royal Institution of Great Britain, all’Israel Museum e alla Triennale di Milano. Un curriculum di prim’ordine e un’idea di progetto che va ben oltre l’oggetto: “Mi è sempre piaciuto disegnare, ma non è questo il vero motivo che mi ha avvicinato al design. Il design in sé è molto noioso: mi interessa solo in relazione ai contesti sociali e tecnologici” (Big Ben Zine). I maestri del design sono un totem da ridimensionare: “Non mi è mai piaciuto il termine maestro: crea nepotismo e non porta a risultati costruttivi. Mitizzare cosa? Una persona che ha disegnato una sedia, un tavolo o una lampada? Cosa c’è di interessante?” (Big Ben Zine). In questa intervista, realizzata da Stefano Mirti in collaborazione con Rachel Fincken e Giuseppe Vele, Elio Caccavale si spinge molto più in là, parlando di sé come mai aveva fatto prima. L’intervista doveva essere pubblicata su Klat #04, ma è arrivata troppo tardi, a numero ormai chiuso. La proponiamo sul sito. Eccola.

Elio Caccavale, Utility Pets (Toy Communicator), 2003. Elio Caccavale Design Studio.

Elio Caccavale, Utility Pets (Toy Communicator), 2003. Elio Caccavale Design Studio.

Dunque Elio, siamo qui, nel Lounge Bar del Dreamliner in volo tra Londra e New York assieme a Pete Townshend e Margaret Atwood. È il 21 di agosto, abbiamo tre ore come scadenza ultima per mandare il file di questa intervista a Paolo Priolo (a cui sta venendo un collasso nervoso che la rivista chiude e c’è un buco). Vuoi spiegare ai lettori di Klat com’è che ci troviamo qui e perché?

No, I’d prefer not.

Ok, ma tu sai che se inizi a fare così, questa intervista sarà un calvario. Non è più interessante se coinvolgiamo la Atwood e Mr. Townshend?

Tu si ’nu guaie ’e notte. Cazzi tuoi. Sei tu che ti sei impegnato con Klat, io non so neanche cosa sia. Sembra il nome di una merendina. Do you fancy a Klat my friend?

Ok. Capisco che tu sia teso. Una lecture al Palazzo dell’ONU non è cosa di tutti i giorni: Design the Future. Tre giorni di incontri, speech, lunch, brunch e non so cos’altro. Sono due giorni che Paola Antonelli ti manda messaggi in maniera ossessivo-compulsiva. Sei il keynote speaker, stringerai la mano a Ban-Ki Moon, è nell’aria anche un passaggio alla Casa Bianca. Ancora, please…

My friend, cazzo vulite? Fammi una domanda, facciamo presto and please, relieve me.

Elio, se inizi a parlare in napoletano stretto non solo io non capisco, ma neppure i lettori…

Spunisce ’a parlesia.

Cioè?

Io parlo così per rendermi incomprensibile. Se voglio farmi capire, non parlo in napoletano. Io non parlo mai in napoletano. Tranne quando non voglio farmi capire. You get my point?

Benissimo. Quindi, parla italiano e siamo tutti contenti.

Tu tieni a cazzimma… Vuoi che facciamo l’intervista che ti faccio le citazioni colte, i riferimenti? Do you want me to speak difficult scientific jargon and you don’t get it? Trasi ’e sicco e metterse ’e chiatto. Jolly good!

No, no. L’intervista dove spieghi cosa fai l’abbiamo già fatta altre venti volte. A me basta che dici cose e io le registro e Paolo Priolo è contento. Tra tre ore siamo a New York, andiamo dai parenti a Broccolino, e mentre tu ti siedi a tavola io mando il file a Milano.

Guaglione, non fare la nacchennella, simmo d’o stesso buttone, perché mi devi rompere i coglioni proprio ora?

Capito.

Fa’ bbubbu’ bbubba’. Pat-a-cake, pat-a-cake, baker’s man, bake me a cake as fast as you can…

Provo a farti una domanda per iniziare. Perché ti vesti sempre come se fossi una superstar del rock decadente degli anni Settanta? Ho sempre questa idea che poi tu debba prendere un taxi per andare a un cocktail con Freddy Mercury.

Perché vestito così sono a mio agio. E tu? Perché ti vesti sempre come un povero straccione? Si comme a Sant’u Lazzaro.

Credo perché rispecchi la mia vera natura. A me piacerebbe vestirmi in maniera normale, ma ho sempre questa idea di essere un povero straccione e che non vale barare.

Fa ambresse… next?

Elio Caccavale (with Id-Lab), Animal Pharm, 2008. Designed for Fundacion Biacs.

Elio Caccavale (with Id-Lab), Animal Pharm, 2008. Designed for Fundacion Biacs.

Ci racconti com’è che sei diventato un designer?

Ero un ragazzino. Mio padre faceva affari con Elio Fiorucci, nu fareniello. I guess you know. Una quantità infinita delle puttanate di Fiorucci venivano prodotte da mio padre, da un acchioppamento di capitali venuti dall’Est, nel triangolo Avellino Caserta Transimante Follonia. Quindici ingegneri e duemila operai. Imagine that, can you?

Credo di sì. Che c’era anche Antani?

Sì, esatto. I know you are a smart arse…

Tutto per Fiorucci?

Molto per Fiorucci, ma non tutto. Allora, era l’eightytwo, forse eightythree, not so sure. Fiorucci aveva aperto questa boutique a New York. Una roba pazzesca. C’era l’inaugurazione. Glam glam glam. Con Andy Warhol, Grace Jones e Truman Capote che era nu femminiello che te lo raccomando.

Eddai, non puoi citare Truman Capote per dire che era nu femminiello che te lo raccomando…

What can I say? Avevo otto anni e ci aveva provato nei bagni. Sarà stato anche un grande scrittore, io però l’ho conosciuto nella versione femminiello e’ primm’ ordine. A bloody fag…

Elio Caccavale, Utility Pets (Smoke Eater), 2003. Elio Caccavale Design Studio.

Elio Caccavale, Utility Pets (Smoke Eater), 2003. Elio Caccavale Design Studio.

In effetti. Andiamo avanti che poi tanto questo ce lo tagliano.

Allora, immaginati che io ho otto anni e vengo trascinato in questo universo di pazzi. Bellissimo. Come andare a Edenlandia, ma che era il mondo vero. Mi piaceva tantissimo, ma stavo sulle mie, non parlavo inglese, vedevo che c’era Mick Jagger, ma non sapevo che dirgli. Però ero felice perché ero con mio padre, che ai miei occhi era Dio. Io e mio padre, che non lo vedevo praticamente mai perché era sempre in giro per business. Una meraviglia. E mio padre che conosceva tutti, che era importante, e io che ero suo figlio. Santa Madonna and Jesus Christ Superstar altogether now. In tutto quel circo c’erano poi Daniele Pace e Alfredo Cerruti, amici d’infanzia di mio padre. Tutta gente che tiene chiù mazzo ca cereviéllo. Ai miei occhi, un mondo incantato. Like being at the Universal Studios, if you know what I mean.

Yes. Scusa, ma Cerruti quello degli Squallor?

Sì, esattamente. Nonché (ai tempi) celeberrimo per essere il fidanzato di Mina.

Anche loro con Truman Capote e Grace Jones da Fiorucci?

Anche loro. Peraltro con Cerruti che era in un momento di grazia: era appena uscito Uccelli d’Italia ed era una celebrità assoluta. Mio padre all’ultimo aveva avuto un contrattempo ed era dovuto partire con un giorno di ritardo. Io ero stato affidato a Cerruti, che in quel momento era a Napoli e avevamo fatto il volo assieme. Da Capodichino a Parigi, poi sul Concorde fino a New York.

Invidia. Mi inchino.

Ti dico solo che il pilota del Concorde era un americano sposato a un’italiana, e riconosciuto Cerruti aveva chiesto alla capo hostess di mettere Uccelli d’Italia in loop nella filodiffusione dell’areo. Are you with me?

Credo di sì. Qual era Uccelli d’Italia?

Quello dove c’era il Dottor Palmito, A chi lo do stasera?, Pierpaolo il rivoluzionario. Do you remember?

Cazzarola se me lo ricordo!

Superb, wasn’it? Come dicevano? Era meglio quando c’erano gli Squallor… A delightful story, I must say. Comunque, eravamo io che avevo otto anni, mio padre, Grace Jones, Alfredo Cerruti…

Elio Caccavale (with Id-Lab), Animal Pharm, 2008. Designed for Fundacion Biacs.

Elio Caccavale (with Id-Lab), Animal Pharm, 2008. Designed for Fundacion Biacs.

Ma c’era anche Mina?

No, Mina no, lei stava sempre barricata in uno chalet in Svizzera, che peraltro Cerutti era contento che chiavava come un riccio.

Ok, non ho capito però che cosa c’entra questa storia (bellissima) con te che diventi designer.

So let’s cut to the chase then. Allora, io ero in questo castello incantato, una sorta di Neverland di Michael Jackson. E ovviamente mi piaceva da impazzire. Tu capisci che, a casa mia, mamma mi dava solo un goccio di caffè, perché ero un bambino, mentre lì, adesso non ti sto a dare i dettagli di cosa mi davano, che poi tu sei nu’famone e registri tutto… Comunque hai capito. Quanta chiù simme, chiù belle parimme. You get the picture?

Yes. Eppoi?

Eppoi nulla. Finiti i tre giorni di Neverland newyorchese, ritorno a Napoli. Solo che tra la fine del circo di Fiorucci nella Quinta Avenue e il mio rientro a casa, capita il fatto.

Il fatto?

Sì, il fatto a mio padre, lo sai no? Te l’ho già raccontato un’altra volta, mi sembra.

Elio Caccavale, Neuroscope (Cell Culture), 2009. Designed for the Engineering and Physical Sciences Research Council (EPSRC).

Elio Caccavale, Neuroscope (Cell Culture), 2009. Designed for the Engineering and Physical Sciences Research Council (EPSRC).

Sì, sì. So che sono ricordi dolorosi. Ne possiamo fare un cenno?

Anche due. The bare truth? Zitt zitt miezz ’o mercato. Era il giorno del nostro rientro da New York, che è anche il giorno dell’agguato a mio padre. Sulla superstrada tra Capodichino e Napoli. Era un mondo dove non c’era ancora Saviano a raccontare Gomorra, ma più o meno funzionava allo stesso modo. Mobster stuff.

Scusa. Possiamo cambiare discorso se credi.

It really doesn’t matter. Un miracolo che io ne fossi uscito illeso. Mildly spooky. Very spooky. Incredibly spooky. Il commissario mi aveva detto in seguito che nessuno aveva capito come mi fossi salvato, scampandola senza neanche un graffio. Pensa che avevano trovato più di cinquecento bossoli sull’asfalto. Five hundreds little gems for Caccavale Sr.

Cinquecento che?

Un commando di quattro motociclette. Sparavano usando i Kalashnikov da guerra. Fabbricazione cecoslovacca. Fucking absurd. Io mi ricordo solo dell’esplosione del parabrezza, la macchina che finisce oltre il guardrail, e quelli che, anziché aiutarci a uscire, iniziano a sparare come dei pazzi. Per anni mi sono svegliato di notte urlando, con gli incubi.

Scusa. Io pensavo parlassimo di design. Non volevo farti ricordare. Sorry.

Non importa, il dolore è stato metabolizzato. It’s over now. Solo mia madre è rimasta a quel giorno. Comunque. Grandi funerali. In cattedrale, con la banda.

Immagino che tragedia.

Mah. Lì per lì non avevo capito granché. Mi avevano comprato una macchinina, una Dinky Toys bellissima. Mi ricordo solo del corteo funebre con le Mercedes nere verso il Verano a Roma. Erano come fossero funerali di stato. C’era anche la corona del presidente della Repubblica, era Pertini.

Incredibile!

Indeed, beyond belief. Era una roba mica male. C’erano i cavalli bianchi, mia mamma nella parte della vedova tutta in nero. Alcuni croupier, Donna Summer aveva cantato sulle note del Lacrimoso di Mozart.

Scusa, ho capito giusto? Hai detto alcuni croupier?

Quite. You heard that correctly. Mio padre era uno dei più celebri giocatori di tutta la Riviera: Montecarlo, Sanremo, Venezia. Lasciava delle mance che non ti dico. Lo amavano alla follia. Per loro era un mito. Don Vince’.

Ma hai delle foto di questo funerale?

Sì, le porto sempre nel portafoglio. Era un altro mondo. A superworld, or probably an underworld.

In che senso?

Un funerale in prima istanza è un’occasione in cui la festa diventa lo strumento per riuscire ad affrontare il dolore.

Scusa se insisto, ma te che diventi designer?

You insist eh… Quel funerale è l’ultimo momento della famiglia Caccavale piena di soldi, importante e rispettata.

Riesci a spiegare meglio che non sono sicuro di capire?

This is what I mean. Gli attentatori costrinsero mia mamma a vendere tutte le proprietà e le attività di famiglia per poche lire. In una settimana, perdemmo tutto. Una roba che non ti sto a raccontare. Dall’inaugurazione nella Quinta Avenue a un monolocale arredato al Rione Sanità. Se so spartuta a cammisa ’e Cristo.

Pazzesco. E gli amici, e la famiglia?

My universe è una terra maledetta. Vaco p’aiuto e trovo sgarrupo. Tutti scomparsi. Perdemmo tutti, perdemmo tutto. Gli zii non furono proprio limpidi.

Caspita…

You wanna know more? Tutto a Giesù e niente a Maria. È il mondo della cazzimma fatta a sistema.

Non sono sicuro di avere capito, ma va bene così.

I’m telling it like it is. In quel momento mi dissi che avrei dedicato tutta la mia vita al raggiungimento di un obiettivo: rivivere quel momento vissuto assieme a mio papà, prima e durante l’inaugurazione del negozio di Fiorucci a New York, con Salvador Dalì e Amanda Lear. Volevo a tutti i costi riconquistare quello stato d’animo, quella condizione. La verità è che la vita è veramente strana.

Elio Caccavale, Neuroscope, 2009. Designed for the Engineering and Physical Sciences Research Council (EPSRC).

Elio Caccavale, Neuroscope, 2009. Designed for the Engineering and Physical Sciences Research Council (EPSRC).

Beh, come dichiarazione mi sembra forte. Da cui per te il design…

Per me il design è la maniera per ricostruire quel mondo felice: mio papà, Elio bambino sul Concorde con Alfredo Cerruti degli Squallor, la festa di Fiorucci. Io nella vita voglio quello. Non per i soldi, ma perché devo ricreare quella condizione. Living the dream, one might say. The sad truth is that I don’t have dreams, but only nightmares. Travestiti da sogni.

Quindi la fama, la mostra al MoMA, tu che sei famoso.

Guaglio’, ci conosciamo da un sacco di tempo. What would you like me to expand upon?

Scusa, non volevo.

Ho fatto il designer perché non sapevo cantare e non sapevo giocare a calcio.

Ancora non ho capito com’è che poi a un certo punto decidi di fare il designer per diventare famoso. Se abiti ad Afragola, non è così scontato.

A quei tempi leggevo tutte le settimane Topolino. Ero abbonato. Arrivava tutti i giovedì mattina e io lo trovavo a casa tornato da scuola. C’era una rubrica sui mestieri del futuro. Mi aveva colpito questa storia del designer. Simple as that.

In effetti…

Indeed. Ma a me del design in quanto tale non me ne frega un cazzo. I really don’t give a damn!

Quindi il tuo celebre lavoro sugli Utility Pets, il bio-design, le ricerche sulle biotecnologie incrociate al design, il Wellcome Trust…

Pulcinella, what do you want from me? Blood? Don’t forget accà nisciun’è fess.

Elio Caccavale, MyBio Xenotransplant, 2005. Designed for the Wellcome Trust.

Elio Caccavale, MyBio Xenotransplant, 2005. Designed for the Wellcome Trust.

Quindi, quando era venuto fuori tutto quel casino di quella trasmissione su Channel Four…

You mean Design for UK?

Sì, quando la Regina Elisabetta ti aveva chiesto “What is design?” e tu le hai sorriso (in diretta su Channel Four, in prima serata): “Design is to make beautiful things, to lay beautiful chicks”.

Il Principe Filippo aveva riso per un’ora e mi aveva stretto la mano. We had a ball! Eravamo alla Royal Albert Hall. Tutto il Royal College schierato e quella zoccolona della Regina, tra le cento persone che c’erano, deve fare la domanda proprio a me. E io che le do quella risposta del cazzo. God Save our gracious Queen!

Mi sembra di ricordare anche che quello fosse il motivo per cui poi ti avevano cacciato dal Royal College of Arts…

Ah the blooming sack! Morons. What can I say? A minor detail. Però con quella stupidaggine, che non so come mi fosse venuta in mente, ero diventato per una settimana il designer più famoso del Regno Unito.

Tu sei diventato famoso su scala internazionale per quella risposta alla Regina Elisabetta. Però, incrociando quella risposta alla spiegazione che mi hai appena dato sul perché sei diventato un designer, c’è qualcosa che non torna. Voglio dire, non ti sei messo a progettare cose bellissime per scoparti ragazze bellissime…

No, infatti. A me dei soldi, delle ragazze bellissime e del discorso all’ONU non me importa nulla. Per me il design è uno strumento per ricreare le condizioni meravigliose della mia infanzia, l’universo felice di quando io e mio padre eravamo all’inaugurazione di Fiorucci sulla Quinta Strada. It’s my nightmare. It’s my destiny. I’m doomed.

È una dichiarazione d’intenti bellissima. Mi è venuta la pelle d’oca.

Mo’ anche i goose pimples… Esistevano le condizioni per una vita appassionata, ma ho dovuto distruggerle per poterle recuperare.

Ma quindi…

Fessarie ’e cafè. Tutte cazzate. Io sono uno che tene ’o mariuolo ’ncuorpo, a me non me ne frega un cazzo.

Credo di aver capito solo ora, dopo tanti anni che ti conosco.

Io tengo ’a capa fresca, sto tirato a zuco ’e caramella perché mio padre era così. Se mio padre fosse stato il direttore del Banco di Napoli, io sarei diverso.

Chiaro.

Io sto facenno carne ’e puorco, sennò muoio.

Elio Caccavale, MyBio Jellyfish, 2005. Designed for the Wellcome Trust.

Elio Caccavale, MyBio Jellyfish, 2005. Designed for the Wellcome Trust.



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