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Michael Cunningham
Un cigno selvatico

5 settembre 2016

Michael Cunningham nasce nel 1952 a Cincinnati, in Ohio. Da bambino viaggia di continuo per seguire il padre Don, che lavora nel settore pubblicitario. Si stabiliscono a Pasadena, in California, quando Michael ha dieci anni. Qui la madre Dorothy si ritrova a vivere una vita troppo piccola rispetto alla propria intelligenza: Laura Brown, la casalinga depressa di Le ore, è ispirata a lei. “Se da bambino vedi i tuoi genitori infelici, sospetti che ciò abbia a che fare con te”, ha raccontato Cunningham qualche mese fa in un’intervista su la Repubblica. “Però vediamola così: se riesci ad accumulare abbastanza sensi di colpa da piccolo, avrai di che scrivere per tutto il resto della vita”. Il suo interesse per la letteratura si accende durante l’adolescenza, quando la ragazza più popolare della scuola, capelli selvaggi e unghie lunghissime, lo spinge a leggere T. S. Eliot e Virginia Woolf, mentre in classe analizzano le strofe di Bob Dylan. Michael legge La terra desolata, ma il libro che lo colpisce davvero è La signora Dalloway: è un quattordicenne californiano che sogna di diventare pittore e, per quanto curioso possa sembrare, il mistero dell’arte rappresentato da quella ricca cinquantenne dell’alta società inglese entra prepotentemente nella sua vita e non lo lascia più. Si diploma, rinuncia a tele e pennelli e si iscrive ai corsi di letteratura inglese dell’Università di Standford. Dopo la laurea, è ammesso al Writers’ Workshop dell’Università dell’Iowa e comincia a pubblicare i primi racconti su riviste come The Atlantic Monthly e The Paris Review. Le prime critiche positive arrivano con il romanzo Una casa alla fine del mondo: qualche mese prima ne aveva spedito un capitolo al New Yorker, convinto che la redazione l’avrebbe rifiutato perché privo di potenziale commerciale. E invece lo pubblicano, creando curiosità nei confronti del suo nome. Segue il meraviglioso Carne e sangue, ma è con Le ore che diventa uno degli autori americani contemporanei più letti al mondo. “Ormai il mio nome completo è: l’autore Premio Pulitzer di Le ore Michael Cunningham”, scherza. “Non c’è occasione in cui non sia presentato così”. Oggi vive a New York. Dopo sette romanzi e un breve libro dedicato al suo amore per Provincetown, cittadina dell’Atlantico a 300 miglia da New York, ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti, Un cigno selvatico, uscita in Italia per La Nave di Teseo. I protagonisti sono gli eroi che abitano le favole della nostra memoria: Cunningham ci racconta il loro futuro, come se una volta diventati adulti il classico finale “E vissero felici e contenti” non fosse abbastanza.

Beast. © 2015 Yuko Shimizu.

Beast. © 2015 Yuko Shimizu.

“E vissero felici e contenti basta e avanza”, assicura lo scrittore, “solo che non sembra essere realistico per il futuro di nessuno. A volte si è felici, o perlomeno si spera di esserlo. A volte si è infelici. È la vita”.

Sigmund Freud ha detto che se fossimo incessantemente felici non riconosceremmo più la felicità come tale: sarebbe semplicemente la nostra condizione costante e non potremmo percepirla come straordinaria.

Su questo punto concordo con il vecchio Sigmund. Io credo nella felicità, ma credo ancora di più in una vita che racchiuda tutta la gamma delle emozioni.

I racconti sono perfetti per quest’epoca in cui tutti sembrano sempre di corsa. Come mai hai aspettato tanto prima di pubblicare la tua prima raccolta?

Non è che io sia proprio uno scrittore di racconti, sebbene li legga molto spesso. Dal punto di vista narrativo, non credo nello scatto breve. Ho bisogno di più tempo e spazio perché i personaggi e le loro storie si sviluppino, non sono bravo con l’economia richiesta da un racconto. Semplicemente, non è il modo in cui funziona il mio cervello. Le favole, naturalmente, dovevano essere corte. Ma ho già scritto cento pagine del mio nuovo romanzo, e non credo di scrivere altri racconti nel futuro prossimo (anche se non si può mai sapere).

Un cigno selvatico è illustrato da Yuko Shimizu. Cosa ritieni che questi disegni aggiungano alle tue parole?

Amo i disegni di Yuko. Quando ha accettato di illustrare il libro e mi ha chiesto cosa avevo in mente, le ho risposto che volevo darle libertà assoluta di scegliere le immagini che più la colpivano e di disegnare qualsiasi cosa volesse disegnare. Il risultato, secondo me, è al tempo stesso un libro di favole illustrate e due libri insieme: uno costituito dalle storie stesse e l’altro dalle incantevoli opere d’arte di Yuko.

A Wild Swan © 2015 Yuko Shimizu

A Wild Swan. © 2015 Yuko Shimizu.

Perché hai interrotto il sogno di diventare pittore?

Sentivo che il mio dono per la pittura non era pari al desiderio di dipingere. Ho cominciato a scrivere, ma non ero sicuro di avere nemmeno questo dono. Ho scoperto però che il mio interesse per la scrittura – e cioè la sfida di creare la vita usando soltanto l’inchiostro, la carta e le parole del vocabolario – mi affascinava in un modo che la pittura non era mai riuscita a fare. Ci sono giorni in cui non penso di essere un bravo scrittore, ma non perdo mai l’incanto per il processo della scrittura. Sono ossessivo, riscrivo la stessa frase dieci o venti volte, fino a quando non mi sembra che funzioni. Non sono sicuro che si possa essere scrittori, o artisti di qualsiasi tipo, senza questa ossessività.

Quali sono le gallerie d’arte contemporanea che preferisci, a New York?

Ce ne sono così tante. Però, tra tutte le gallerie di New York che amo, credo che Paula Cooper esponga costantemente lavori che trovo commoventi ed eccezionali.

E quali sono gli artisti contemporanei che ami di più?

Anche qui, sono troppi per nominarli tutti, ma quelli che mi vengono subito in mente, in ordine alfabetico, sono Carl Andre, Félix González-Torres, Anish Kapoor, Gerhard Richter, Robert Ryman e Rachel Whiteread. Alcuni non sono più vivi, ma li considero artisti contemporanei.

New York è ancora oggi la città nota per accogliere chi vuole realizzare un sogno?

A volte sembra che l’intera popolazione di New York ci sia arrivata inseguendo un sogno. Del resto, se non avessero inseguito un sogno perché avrebbero dovuto sopportare le difficoltà di New York? Questo non significa che tutti quei sogni siano diventati realtà, tutt’altro, ma amo vivere in una città così densamente popolata da sognatori.

Poisoned. © 2015 Yuko Shimizu.

Poisoned. © 2015 Yuko Shimizu.

Dove conservi la medaglia del premio Pulitzer?

Su una mensola che non dà nell’occhio. Non voglio che nessuno entri nel mio appartamento e si trovi faccia a faccia con il premio: sembrerebbe davvero presuntuoso.

Quali sono i giovani autori americani che dovremmo leggere?

Ce ne sono troppi. Teju Cole, Garth Greenwell, Adam Johnson, Téa Obreht, Karen Russell, Sarah Shun-lien Bynum e Hanya Yanagihara, solo per nominarne alcuni.

Hai mai paura che leggere romanzi di altri autori possa condizionare la tua scrittura?

Per niente. Io spero di essere influenzato da altri scrittori. Cioè, leggendoli non mi trasformerò di certo in William Faulkner o Gabriel García Márquez, ma, più semplicemente, farò mia una o due molecole del loro genio, che è il tipo di influenza che desidero.

Qual è l’ultimo film che ti è piaciuto?

L’ultimo film che mi è piaciuto parecchio è stato Mad Max: Fury Road.

Hai un cinema preferito, a Manhattan?

Il Film Forum. Al secondo posto, ravvicinato: il Sunshine Cinema.

Ever After. © 2015 Yuko Shimizu.

Ever After. © 2015 Yuko Shimizu.

Quando ti sei trasferito a New York per la prima volta?

Circa venticinque anni fa.

Viaggi molto. C’è un paese dove senti che la libertà d’espressione è al massimo?

Amo Berlino, è così viva in questo momento. E Londra. Ma in realtà mi sento libero soprattutto qui a New York.

Ho letto che anni fa hai abitato anche in una grotta, in Grecia. È vero?

Sì. Avevo circa venticinque anni, avevo messo da parte un po’ di soldi e sono andato con il mio ragazzo di allora a vivere in Grecia (che all’epoca era incredibilmente poco cara), perché se non allora, quando l’avrei fatto? Abbiamo abitato in una caverna che guardava l’Egeo. È stato incredibile. Siamo rimasti fino a quando sono finiti i soldi, cioè quasi un anno intero. Per me era importante trascorrere un po’ di tempo fuori dagli Stati Uniti. È ancora importante, ma lo è stato soprattutto quando ero giovane – non avevo mai abitato da nessun’altra parte che non fosse l’America. È stato meraviglioso vedere così da vicino come viveva la gente di altri paesi, le cose in cui eravamo simili e quelle in cui eravamo diversi. È stato un aspetto importante della mia formazione.

Y. © 2015 Yuko Shimizu.

Y. © 2015 Yuko Shimizu.

N. © 2015 Yuko Shimizu.

N. © 2015 Yuko Shimizu.

Illustrazione dell'occhiello. © 2015 Yuko Shimizu.

© 2015 Yuko Shimizu.

Michael Cunningham, Un cigno selvatico

Michael Cunningham, Un cigno selvatico

The snow queen di Michael Cunningham.


Enrico Rotelli

Intervista autori americani per La Lettura del Corriere della Sera e collabora con la Fondazione Fabrizio De André. È stato assistente di Fernanda Pivano, di cui ha curato i libri Diari 1917-1973Diari Volume 2 1974-2009 e Medaglioni. È curatore anche delle autobiografie di Valentina Cortese, Carla Fracci e Paola Turci.


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