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Candida Höfer
Interview

18 luglio 2013

Candida Höfer, fotografa tedesca, classe 1944, comincia a collaborare per alcuni giornali nel 1968, diventando due anni dopo l’assistente di Werner Bokelberg, celebre fotografo di moda e pubblicità che oggi vive e lavora fra Amburgo, Parigi e New York, e che ha immortalato gente come Picasso, Dalí, Brian Jones e Andy Warhol. Frequenta la cosiddetta Scuola di Düsseldorf (1973-1982) e dal 1976 inizia a sviluppare la propria idea di fotografia sotto la guida dei leggendari Bernd e Hilla Becher, ricercando da subito la grazia nascosta negli edifici pubblici (nel tempo: musei, biblioteche, teatri, palazzi, gallerie, banche, uffici, sale d’attesa, zoo), e divenendo famosa per alcune serie sui lavoratori stranieri in Germania. Le sue immagini sono protagoniste di numerose mostre in tutta Europa e negli Stati Uniti. Una delle ultime è ancora in corso a Roma, alla Galleria Borghese, fino al 15 settembre: sette magnifiche fotografie che riproducono la ricostruzione originaria della collezione Borghese.

Roma, e non solo. In una delle sue più recenti mostre, A Return to Italy, alla Ben Brown Fine Arts di Londra, erano presenti tredici fotografie inedite sulle architetture di Mantova, Sabbioneta, Vicenza, Carpi, Venezia. Un grande amore quello per l’Italia.

Sì, sono innamorata dell’Italia, chi conosce il mio lavoro sa quanto io sia legata al Bel Paese. Ho scattato moltissime fotografie in Italia: a Napoli, Bologna, Venezia, Roma e in molte altre città. In Italia ci sono posti meravigliosi, densi di storia e cultura: per il tipo di lavoro che faccio è il posto migliore.

Candida Hofer, Museo Civico Di Palazzo Te Mantova I, 2010

Candida Höfer, Museo Civico Di Palazzo Te, Mantova (I), 2010.

Il Grand Tour, l’originale, aveva come meta finale l’Italia. Se un tempo era Goethe a viaggiare, oggi, macchina fotografica alla mano, arrivano sempre più turisti cinesi alla scoperta di un Paese spesso sconosciuto ai suoi stessi abitanti. Lei che di meraviglie ne ha viste, ha qualche suggerimento?

Non saprei. Diciamo che sono una turista non convenzionale, cerco di andare laddove posso trovare qualcosa che m’interessa. Il Vaticano è un luogo turistico, per esempio, ma è comunque un posto fantastico. In ogni caso, non mi muovo facilmente, per un semplice motivo: non guido. Per cui ho bisogno di qualcuno che mi accompagni con tutta la mia attrezzatura verso le mie mete. Sono molto pigra, e poi sono un tipo da città. Per fortuna ho buoni amici che mi suggeriscono luoghi nuovi, teatri, ville o palazzi da visitare.

In un saggio di Mario Codognato, curatore dell’esposizione alla Galleria Borghese, si legge che quello che caratterizza l’ambiente interno di un edificio da lei fotografato è la luce particolare che lo fa diventare un frammento di memoria, di vissuto, anziché solamente una stanza. Come sceglie questi luoghi e come li trasforma?

All’inizio devo individuare il posto e la ricerca può avvenire tramite libri o anche attraverso Internet. Altrimenti, come dicevo, amici, persone che conoscono bene il mio lavoro, mi suggeriscono luoghi particolari e mi inviano alcune istantanee. Altre volte può accadere che mi invitino direttamente, come nel caso della Galleria Borghese: è stata la direttrice Anna Coliva a chiamarmi. Ci possono poi essere contaminazioni, come per Mantova e Vicenza, dove un luogo ne richiama un altro, oppure incontri fortuiti e speciali, come quello che ho da poco avuto qui a Roma per fotografare il Vaticano.

Candida Hofer, Villa Borghese Roma XVIII, 2012

Candida Höfer, Villa Borghese, Roma (XVIII), 2012.

Le è mai capitato di arrivare nel posto prestabilito e cambiare idea?

Raramente, anzi quasi mai. Forse è successo una sola volta.

Ha fotografato centinaia di luoghi storici e capolavori dell’architettura: dal teatro mantovano dove suonò Mozart a 13 anni alla biblioteca del Trinity College di Dublino dove studiavano Samuel Beckett e Oscar Wilde. Fra tutte, c’è una serie che lei preferisce?

Come dico sempre, mi piace l’ultimo lavoro che ho fatto. Non posso fare classifiche, amo tutti gli ambienti dove si svolge il mio lavoro: se non mi piacessero, non li prenderei nemmeno a soggetto. Devo dire però che a Napoli c’è la Biblioteca dei Girolamini che toglie il fiato, ed è stato davvero difficile ottenere il permesso.

Candida Hofer, Biblioteca dei Girolamini Napoli II, 2009

Candida Höfer, Biblioteca dei Girolamini, Napoli, (II), 2009.

Fra i tanti luoghi pubblici ci sono anche le banche.

Le banche sono cambiate, esattamente come le biblioteche: c’è stato un tempo in cui questi luoghi avevano un altro significato, erano affascinanti. Forse è anche questo il motivo per cui la gente non le ama più. Oggi non ho davvero alcun interesse a fotografarle.

L’hanno definita archeologa del presente, perché mostra ciò che siamo a partire da ciò che eravamo, dai nostri legami con un passato grandioso.

Presente e passato sono ugualmente importanti. Nelle mie fotografie racconto il silenzio e la distanza. Per me è fondamentale che l’atmosfera, la luce, i colori vengano compresi. Fra chi guarda i miei lavori c’è anche chi trova dettagli che nemmeno io avevo notato, e per me è un regalo bellissimo. Questo è il mio lavoro ed è quello che cercavo quando ho scelto di diventare un’artista: poter mostrare tutto quello che ho da far vedere.

In tutte le sue fotografie l’umanità non c’è, anche se si sente. Ci sono ovviamente delle eccezioni che confermano la regola: come per esempio alcuni scatti fatti fra il 1960 e il 1970, che immortalano gli immigrati turchi di Amburgo, Düsseldorf e Colonia, o i passanti di Liverpool. Perché donne e uomini sono scomparsi?

All’inizio ho fotografato alcune persone, parliamo di oltre quarant’anni fa, e non è stato semplice. Più tardi ho capito che per una persona timida come me era davvero arduo controllare la gente o fare alcune richieste. Così ho iniziato con alcuni luoghi privati e mi sono accorta che l’inquadratura era molto più osservabile senza le persone. La persone non ci sono, ma si capisce che i luoghi sono stati fatti appositamente per loro. Questo per me è molto significativo, ed è esattamente quello che voglio esprimere.

Candida Hofer, Villa Borghese Roma I, 2012

Candida Höfer, Villa Borghese, Roma (I), 2012.

Attraverso un lavoro attento e meticoloso, lei trasforma le sue visioni in immagini perfette, estatiche, molto curate. Come vede la fotografia di oggi, quella che tutti producono velocemente, in gran quantità, e che condividono tramite i social network?

Non saprei dire, ci vuole tempo per giudicare un fenomeno di quella portata. A volte scatto anche io tante fotografie e credo che ognuno debba fare una propria selezione. È importante selezionare.

Insieme a Thomas Ruff, è stata tra i primi allievi della coppia Becher a utilizzare il colore. Quale ruolo riveste nei suoi lavori?

Un ruolo importante. A shooting avvenuto, quando inizia la parte in laboratorio, guardo innanzitutto ai colori e alla luminosità, entrambi fondamentali. Con il digitale è bello poter controllare i colori, ed è più semplice. Anche nella modalità analogica era possibile farlo, ma per avere il colore perfetto e la luce giusta era necessario molto più tempo.

Ogni sua fotografia si regge su un equilibrio, sembra scattata nel momento giusto: né un attimo dopo, né l’attimo prima. Quanto ci vuole per trovare il punto d’equilibrio nello scatto?

Questo può essere un grande problema, dipende da varie cose. Dalla misura della stanza: quando è piccola, è molto più difficile scattare, bisogna avere maggiore pazienza anche per il tempo di esposizione. Dipende dalla luce: quando c’è, è più facile, quando non c’è, come nei teatri, ci si mette di più. Per le fotografie alla Galleria Borghese, scattate lo scorso inverno, ci ho messo tre o quattro giorni. Iniziavamo molto presto la mattina perché avevamo il privilegio di entrare poco prima degli orari di apertura, o dopo, quando tutti se ne erano andati via.

Candida Hofer, Villa Borghese Roma X, 2012

Candida Höfer, Villa Borghese, Roma (X), 2012.

Esiste una stagione perfetta per gli scatti? 

L’inverno è una pessima stagione per fare fotografie: ci sono mattinate buie e la luce del giorno dura davvero poco, va sfruttata il più possibile. L’autunno o la primavera, invece, sono i momenti ideali per scattare.

Cosa le manca e cosa le piacerebbe fotografare?

Sicuramente il Vaticano, e poi mi piacerebbe lavorare in Asia. Ho degli amici a Taipei e ad Hangzhou, conosco galleristi a Hong Kong e persone che operano nel mondo dell’arte che hanno spazi molto interessanti. Ho fatto alcune istantanee in Cina, come faccio normalmente, ma da quelle parti ci sono altre dimensioni: una città con 5 o 6 milioni di abitanti è considerata piccola. Vediamo.

Candida Hofer, Villa Borghese Roma IX, 2012

Candida Höfer, Villa Borghese, Roma (IX), 2012.

Fra il 1997 e il 2000 ha avuto un’esperienza di insegnamento alla Karlsruhe University of Arts and Design. Come è stata?

Positiva, ma non mi vedo assolutamente come insegnante. L’unica cosa che potevo trasmettere agli studenti era l’insegnamento che avevo ricevuto a Düsseldorf: una di quelle scuole che insegna senza insegnare. Quando ho imparato io erano altri tempi, alla fotografia non veniva data alcuna importanza, tanto meno a chi scattava e faceva foto. Oggi è totalmente diverso.

Ha avuto mentori come Bernd e Hilla Becher. Quali sono stati, oltre alla coppia tedesca, i punti di riferimento nella sua ricerca fotografica? 

Ce ne sono stati tanti. Fino alla fine di agosto sono esposti alla Galerie Thomas Zander di Colonia alcuni miei lavori di tanto tempo fa, foto in bianco e nero che quando furono mostrate per la prima volta vennero attribuite a questo o a quell’artista: molti di loro sono fotografi americani che studiavo all’epoca e che mi hanno sicuramente ispirato, più o meno consciamente. Comunque non sono una di quelle persone che si interessa solo ed esclusivamente alla fotografia, per me è anche molto importante guardare i dipinti, visitare musei e mostre, senza focalizzarmi in un’unica direzione. A volte le suggestioni vengono direttamente dai luoghi. Per esempio, quando fotografo uno spazio, una stanza, mi faccio influenzare dai colori delle pareti. Trovo punti di riferimento diversi in ogni lavoro che faccio e non finisco mai di imparare.

Candida Hofer, Weidengasse Köln, 1975

Candida Höfer, Weidengasse Köln, 1975.

Candida Hofer, Villa Borghese Roma XV, 2012

Candida Höfer, Villa Borghese, Roma (XV), 2012.

Candida Hofer, Biblioteca dei Girolamini Napoli I, 2009

Candida Höfer, Biblioteca dei Girolamini Napoli (I), 2009.

Candida Hofer, Uffizi Firenze I, 2008

Candida Höfer, Uffizi Firenze (I), 2008.

Candida Hofer, Trinity College Library Dublin I, 2004

Candida Höfer, Trinity College Library, Dublin (I), 2004.

Candida Hofer, Volksgarten Köln I, 1974

Candida Höfer, Volksgarten Köln, (I), 1974.

Candida Hofer, Villa Borghese Roma XIII, 2012

Candida Höfer, Villa Borghese, Roma (XIII), 2012.

Candida Hofer, Villa Borghese Roma XIV, 2012

Candida Höfer, Villa Borghese, Roma (XIII), 2012.

Candida Hofer, Universitätsbibliothek Hamburg I, 2000

Candida Höfer, Universitätsbibliothek, Hamburg (I), 2000.

Candida Hofer, Deutsches Hygiene-Museum Dresden VI, 2000

Candida Höfer, Deutsches Hygiene-Museum, Dresden, (VI), 2000.

Candida Hofer, Palàcio da Bolsa Porto II, 2006

Candida Höfer, Palàcio da Bolsa Porto (II), 2006.

Candida Hofer, Teatro della Pergola Firenze I, 2008

Candida Höfer, Teatro della Pergola Firenze (I), 2008.

Candida Hofer, Teatro San Carlo Napoli I, 2009

Candida Höfer, Teatro San Carlo Napoli (I), 2009.

Candida Hofer, Galleria Degli Antichi Sabbioneta I, 2010

Candida Höfer, Galleria Degli Antichi Sabbioneta (I), 2010.

Candida Hofer, Museo Civico Di Palazzo Te Mantova IV, 2010

Candida Höfer, Museo Civico Di Palazzo Te Mantova (IV), 2010.


Francesca Esposito

Giornalista, collabora per diverse testate, scrivendo di architettura, fotografia, arti e mestieri. Si occupa di comunicazione nella nuova Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Vive nel cuore del quartiere cinese di Milano, dopo aver vissuto a Shenzhen, a Roma, a Parma, a Londra e a Parigi. Sta programmando una fuga.


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