Francesco Vezzoli
Arte, politica, intrattenimento

20 luglio 2017

Per Francesco Vezzoli il passato è un serbatoio di meraviglia e di gesti radicali, una cornice mitologica di verità e aspirazioni da mettere al servizio della società contemporanea. Nella sua più recente mise-en-scène, l’artista ha prodotto non un’opera, ma un’intera mostra dedicata agli anni più controversi e irrisolti della storia italiana, dal 1968 al 1980, raccontati attraverso il filtro della Rai e opere d’arte selezionate secondo tre capitoli – arte, politica e intrattenimento – negli spazi della Fondazione Prada di Milano. In una potente rievocazione che intreccia ironia, glamour, kitsch, personaggi equivoci, riscatti interrotti e illusioni mai dimenticate, Vezzoli ci invita a riscoprire il fascino fresco e seducente di una nascente cultura di massa in un momento in cui tutto era possibile, e molto è effettivamente accaduto.

TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai non è una mostra monografica sul tuo lavoro, ma il racconto di un momento storico, culturale e sociale mediato dalla televisione pubblica e distillato dal tuo sguardo. Mi racconti la sua genesi? 

È un progetto di lungo corso, e abbraccia tutto ciò che ho sempre amato. Ho aspettato anni l’occasione per realizzarlo, e a un certo punto ho temuto che qualcun altro arrivasse prima di me. Dopotutto, l’industria dell’arte è in crescita e se le istituzioni aumentano bisogna anche diversificare l’offerta, andare oltre Matisse e Picasso. E invece è toccato a me, perché è arrivato il momento giusto e perché dietro di me c’è la Fondazione Prada, che è anarchica e visionaria.

Mario Schifano, Paesaggio TV, 1970.

Immagine della mostra TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai, Fondazione Prada, Milano. Mario Schifano, Paesaggio TV, 1970. 9 opere. Foto: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy: Fondazione Prada.

Un momento giusto che coincide con la crisi della televisione tradizionale. Credi che la soluzione sia guardare i modelli del passato? 

La crisi della televisione non riguarda la televisione in sé, bensì la rivoluzione digitale, il fatto che la modalità di fruizione sia completamente cambiata. La televisione di quegli anni era una messa cantata e come tale creava miti. Era un rito e le persone erano affezionate ai suoi idoli; non in maniera isterica, perché non era rock, era proprio “casa”. Come si crea una casa? Devi fare in modo che le persone vogliano tornare in un luogo a una certa ora per vedere e ascoltare un personaggio, stimolare una dinamica affettiva. Tutto questo non esiste più e non tornerà come non torneranno videoregistratore e dvd. Ormai viviamo sulle piattaforme digitali: qualcuno si vede Montalbano alle nove di sera, altri alle tre del pomeriggio. I programmi televisivi non hanno più orari.

Un programma come Milleluci era seguito da 30 milioni di telespettatori. È questo il nodo centrale della mostra?

Sì. Milleluci potrebbe essere l’equivalente culturale e sociale di uno show seguito da 90 milioni di spettatori in America. La televisione italiana di quegli anni era divertimento per le masse, che è una cosa difficilissima da produrre, soprattutto in regimi non totalitari. Cosa ti viene in mente quando parlo di intrattenimento per le masse? Le ragazze in divisa che fanno roteare i cerchi, la propaganda, e Mussolini che guarda compiaciuto, no?

Eppure la nascente televisione pubblica non riteneva che l’intrattenimento avesse una dimensione politica, e a condurre Milleluci c’erano due donne, Mina e Raffaella Carrà. Un errore di valutazione?

Tutte le chiese – politiche, ideologiche, religiose – fanno fatica ad adeguarsi alle rivoluzioni tecniche. Abbiamo avuto la rivoluzione radiofonica, poi quella televisiva e adesso siamo in quella digitale e telematica. Ormai anche il Papa deve twittare. Le donne, che sono per natura più duttili anche intellettualmente, si inserirono in questo segmento del potere che era la televisione degli anni Settanta, dove qualcuno pensò che potessero essere una bella decorazione. Ma il cagnolino era da punta, non da compagnia.

Renato Guttuso, La visita della sera, 1980.

Immagine della mostra TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai, Fondazione Prada, Milano. Renato Guttuso, La visita della sera, 1980. Foto: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy: Fondazione Prada.

E l’artista Francesco Vezzoli, influenzato da quella esperienza rituale della televisione, come si adatta alla nuova dimensione dell’intrattenimento culturale online e on demand?

Io che di natura sono un bulimico culturale, mi guardo un cofanetto con una stagione della serie televisiva The Good Wife in cinque giorni, poi resto coinvolto emotivamente dalla storia e mi sogno i personaggi la notte. Non c’è rito, non c’è tempo, decido io, fruisco e subisco. Come diceva Francesco Bonami in occasione della Biennale di Venezia che ha curato nel 2003, siamo ormai da tempo in un regime di dittatura dello spettatore. Certo, le biennali e le mostre devi ancora andarle a vedere, ma i programmi televisivi te li guardi quando vuoi.

A questo proposito, tu avevi lavorato anche a un altro progetto espositivo con Fondazione Prada, la Trilogia della Morte (2004), ispirata a due lavori cinematografici di Pier Paolo Pasolini, Comizi d’amore (1965) e Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975). In che misura questi due progetti rappresentano momenti diversi del tuo percorso, o se vuoi del tuo rapporto con la televisione, e cosa li lega?

Hanno in comune un partner d’eccezione come la Fondazione Prada, che non è da sottovalutare. Sul piano dei contenuti, invece, nel 2004 abbiamo messo in scena l’estetica berlusconiana attraverso un reality show classico sulle coppie e le relazioni sentimentali, interpretato da attrici famose. Questo progetto è l’esatto opposto: filologia pura. Siamo andati a scavare nelle teche della Rai e abbiamo portato alla luce quanto di più distante ci fosse da quell’immaginario.

Con questa mostra ti lasci definitivamente alle spalle l’immagine dell’artista narciso, sedotto da Hollywood e dal palcoscenico, che ti ha accompagnato per tanti anni in seguito a opere come An Embroidered Trilogy (1997–99) o Marlene Redux: A True Hollywood Story! (2006). Il glamour nel tuo lavoro è soprattutto un velo attraverso cui osservare la società. In che misura ti ritieni, dunque, un artista politico?

In che misura non te lo dico, però sono certo più politico che narciso. C’è chi pensa che io viva in una casa adornata di velluti rossi con i manichini dei costumi di Iva Zanicchi a Canzonissima, o me ne stia disteso tutto il giorno su un divano ascoltando commosso la Norma di Vincenzo Bellini. Non è così, è un’immagine di me che non corrisponde alla realtà. Del resto, se fossi così coinvolto da tutto ciò non sarei in grado di concettualizzarlo, mancherebbe la giusta distanza. Ho sempre cercato di spiegare che mettere certi personaggi sul piedistallo dell’arte contemporanea è un gesto culturale, esattamente come il progetto sulla Rai. Attribuire alle opere in cui ho usato la mia immagine il segno inequivocabile della mia vanità è un grandissimo equivoco: io gioco con il narcisismo del sistema dell’arte.

Michelangelo Pistoletto, Serigrafo bianco, 1963-77.

Immagine della mostra TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai, Fondazione Prada, Milano. Michelangelo Pistoletto, Serigrafo bianco, 1963-77. Foto: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy: Fondazione Prada.

A proposito di equivoci, la mostra alla Fondazione Prada inizia con le trasmissioni della Rai dedicate agli artisti. Una in particolare mi ha colpito: si tratta di un documentario di Franco Simongini dedicato a Giorgio de Chirico, dove il maestro dipinge un sole, ma dichiara di preferire i giorni di pioggia; racconta di usare spesso la macchina, ma non se ne vedono nei suoi quadri; è infastidito dagli autografi, ma se non glieli chiedono sta male. Questa dicotomia tra l’uomo e l’artista vale anche per te? 

Francesco Vezzoli è colui che, avendo studiato a fondo il glamour e la celebrità, ne conosce i pericoli. Sono euforie bellissime, però quando spariscono lasciano il vuoto, come l’amore; ed emotivamente ti consumano, lasciando segni forti e terribili. La storia ce lo racconta. E io credo di essere più vicino a uno studioso delle star, che a una star. E se fossi il Roland Barthes delle paillettes?

Ai tuoi esordi ti dedicavi al ricamo, una tecnica espressiva un tempo relegata al mondo della cultura popolare, distante da quello dell’arte contemporanea. Poi ti sei appropriato di format televisivi, hai vestito i panni di Marlene Dietrich, lavorato con attrici come Natalie Portman, Sharon Stone, Cate Blanchett e Lady Gaga. Hai sempre demistificato l’arte e i suoi tabù. Cosa ti ha guidato in questo percorso così sfaccettato eppure coerente?

L’ironia, un concetto fuori moda e sottovalutato oggi. Per me ha un valore estremo, ha a che fare con la sopravvivenza. Chiamala slittamento, è il mio fil rouge, il tentativo di sorridere al dramma. Gore Vidal mi diceva che se c’è un paese dove l’ironia è sempre stata punita è l’America, e la punizione divina che gli tocca adesso è essere quel paese che si aggrappa tenace all’ironia per sopportare il presente.

Hai definito la televisione “il luogo dove trovare la pura verità e anche il suo antidoto”. Luci e ombre, dunque. Tu come l’hai vissuta?

Non c’erano alternative: non c’era Internet e non c’erano i telefonini, non c’erano i social media. Chi non aveva un rapporto diretto con le strutture del potere veniva a sapere ciò che accadeva nel mondo dalle aperture dei telegiornali.

Giulio Paolini, Apoteosi di Omero, 1970–71.

Immagine della mostra TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai, Fondazione Prada, Milano. Giulio Paolini, Apoteosi di Omero, 1970–71. Foto: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy: Fondazione Prada.

Allora la Rai trattava gli artisti come personaggi pubblici, con un ruolo sociale e una funzione pedagogica specifica. Ritieni che ci sia stato uno scollamento tra l’arte, la società e la sua rappresentazione televisiva?

Berlusconi ha certamente cambiato le regole del gioco. È stato un game changer. Tuttavia, credo che la televisione di oggi con le sue micro piattaforme digitali offra ancora più cultura di quella di ieri, solo che i numeri sono piccoli. Ci sono programmi assai più sofisticati di quelli che ho messo in mostra. La televisione pubblica continua ancora a fare un servizio culturale, solo che te lo devi andare a cercare. Non è più il Centre Pompidou, è l’Archivio di Stato.

Cosa cambia se la televisione diventa un’esperienza privata?

Negli anni Sessanta tutti potevano vedere la Carmen realizzata da Roland Barthes, Alberto Arbasino e Giosetta Fioroni. La televisione parlava alle masse, ma poteva permettersi di trasmettere contenuti di alto livello o spregiudicati, come Cicciolina in déshabillé o Amanda Lear in versione transgender. Tutto all’ora di cena.

Cosa ne è stato, secondo te, di quella rivoluzione?

Sono passati quarant’anni, e per molti aspetti l’impatto non è stato quello che si pensava. Oggi mostrarne anche solo dei frammenti genera emozioni. Io stesso mi sono emozionato quando sono stato abbracciato dalle donne che questa storia l’hanno vissuta in prima persona. Donne che si sentono tradite in questo momento così reazionario. Forse si aspettavano qualcosa di più da tutte quelle battaglie.

Immagine della mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai” Fondazione Prada, Milano.

Immagine della mostra TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai, Fondazione Prada, Milano. Foto: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy: Fondazione Prada.

Parlando di massa critica, qua è invece il tuo rapporto con Instagram?

Mi affascina molto, e lo studio sotto copertura. Non sono su Instagram, ma lo guardo. Non avrei mai il coraggio di postare una mia foto, ho paura del giudizio altrui, anche se nel mio lavoro spesso mi espongo. Instagram è un mondo di corpi perfetti, battute fulminanti, mi fa sentire inadeguato. Guardo gli altri: che fulmini, che battute, che bicipiti! Non sono ancora riuscito a competere con tutta questa sintesi. Comunque lo seguo, e sono consapevole che una parte del futuro è lì.

Parallelamente ai social media, dove ti portano gli studi?

Io fluttuo nella storia: da Instagram alla storia antica romana, fino agli anni Settanta. Disperato, guardo Instagram, un mondo fatto di corpi inverosimili, e per reazione mi tuffo nei reperti romani e negli archivi storici. Cerco di comprendere un presente che non corrisponde a quello che mi era stato preannunciato, ad meliora. A me sembra piuttosto una continua mise-en-abyme, o forse un vero e proprio abisso.

Sei un nostalgico?

No, mi piace capire, non sono nostalgico. Vorrei capire, per esempio, come la fisicità viene manipolata non solo su Instagram, ma anche su Grinder: il tutto per generare un’illusione o un senso di gloria. La domanda è se oggi esista una realtà, se a questa messa in scena del corpo corrisponda poi un desiderio. Siamo così accecati dalla realtà virtuale da non vedere più quella fisica?

Questa insoddisfazione per la nuova iconografia che va in scena sui social network ha stimolato in te un ritorno alle origini?

In un certo senso sì. Tra un anno e mezzo inaugurerò una mostra alla Collezione Lambert di Avignone su tutti gli artisti che hanno avuto il coraggio di relazionarsi con la classicità in un momento storico in cui farlo era politicamente rischioso. Il punto di partenza è Cy Twombly, e vorrei andare indietro nel tempo, raccontare l’uso di un immaginario connotato politicamente come strumento di propaganda.

Immagine della mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai” Fondazione Prada, Milano.

Immagine della mostra TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai, Fondazione Prada, Milano. Foto: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy: Fondazione Prada.

Carla Accardi, Casa Labirinto, 1999 – 2000.

Immagine della mostra TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai, Fondazione Prada, Milano. Carla Accardi, Casa Labirinto, 1999 – 2000. Foto: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy: Fondazione Prada.

Carla Accardi, Grande trasparente,1975.

Immagine della mostra TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai, Fondazione Prada, Milano. Carla Accardi, Grande trasparente,1975. Foto: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy: Fondazione Prada.

Immagine della mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai” Fondazione Prada, Milano. Foto: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Immagine della mostra TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai, Fondazione Prada, Milano. Foto: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy: Fondazione Prada.

Giosetta Fioroni, La spia ottica – Ovvero la mia camera da letto, 1968 (2017).

Immagine della mostra TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai, Fondazione Prada, Milano. Giosetta Fioroni, La spia ottica – Ovvero la mia camera da letto, 1968 (2017). Foto: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy: Fondazione Prada.

Giosetta Fioroni, La spia ottica – Ovvero la mia camera da letto, 1968 (2017).

Immagine della mostra TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai, Fondazione Prada, Milano. Giosetta Fioroni, La spia ottica – Ovvero la mia camera da letto, 1968 (2017). Foto: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy: Fondazione Prada.

Immagine della mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai” Fondazione Prada, Milano.

Immagine della mostra TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai, Fondazione Prada, Milano. Foto: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy: Fondazione Prada.


Sara Dolfi Agostini

Curatrice e giornalista, vive tra l’Italia e gli Stati Uniti, ma spesso cambia rotta per visitare musei, biennali e studi d’artista. Specializzata in arte contemporanea e fotografia, è consulente scientifica della Triennale di Milano. Inoltre, ha co-curato il progetto di arte pubblica ArtLine Milano e scritto il libro Collezionare Fotografia (2010, con Denis Curti). Collabora con Il Sole 24 Ore dal 2008.


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