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Standard Chair, Vitra
Jean Prouvé

28 aprile 2016

Perché una seduta deve avere quattro gambe tutte uguali? Se si pensa a come si distribuisce il peso sulle nostre natiche, l’abitudine di plasmare tutti i sostegni di una sedia in maniera identica appare poco logica. Le gambe posteriori, infatti, sono chiamate a sopportare sforzi più gravosi rispetto a quelle anteriori. Nasce da questa riflessione il profilo della Standard di Jean Prouvé (1901-1984), una delle sedie più famose del Novecento, progettata intorno al 1934 come modello da ufficio e poi reinterpretata negli anni successivi, fino all’attuale versione prodotta da Vitra. All’epoca il grande constructeur, iniziato all’arte dei metalli da maestri come Émile Robert e Aldabert Szabo, era da poco diventato membro dell’Unione degli Artisti Moderni, insieme a Le Corbusier, Pierre Jeanneret e Charlotte Perriand, e stava portando avanti sperimentazioni radicali in cui architettura, design e industria viaggiavano sullo stesso piano, come sfumature di uno stesso discorso. Non a caso per i sostegni posteriori Prouvé utilizzava l’inconfondibile sezione a triangolo allungato, che diventerà la caratteristica strutturale di molti arredi, costruzioni e case prefabbricate. L’elemento assomiglia a un contrafforte gotico, così solido da far risaltare l’esilità delle altre parti: due sottili pannelli di legno curvato e un paio di tubi d’acciaio che nascono dalla struttura principale, diventando prima telaio e poi supporti anteriori. Sono così esili, a confronto con il tronco portante, che il progettista sembra costretto a inclinare verso l’alto la seduta, sfruttando la piegatura per dare – all’occhio, innanzitutto – maggiore sicurezza. Ne deriva una vistosa sproporzione, un brano di metallurgia molto lontano dall’armonia classica con cui negli stessi anni Le Corbusier traduceva in forma il mondo della macchina. Al contrario di molti altri arredi metallici dell’epoca, la Standard nasce in officina senza rincorrere la moda del momento: non è leggera, non è a sbalzo, non è scintillante. È quasi caricaturale nella sua volontà di portare alle estreme conseguenze l’osservazione del diagramma degli sforzi, ed è sfrontata nell’ostentare la sua natura industriale e la sua provenienza meccanica. Eppure non vi è sbavatura né ridondanza nell’effetto complessivo, anche grazie al contrasto cromatico tra struttura e superfici d’appoggio – che determina una chiara gerarchia delle parti. Dopo la prima versione, la Standard è stata più volte modificata, ripensandone i materiali e gli incastri tra le componenti: in particolare – come in tutta l’opera di Prouvé – un ruolo fondamentale è svolto dai punti di connessione, dai giunti, dalle viti e dai bulloni: dispositivi capaci di trasformare una serie di pezzi singoli in un sistema costruttivo universale.

Standard Chair, Vitra.

Standard Chair, Vitra.

Standard Chair, Vitra.

Standard Chair, Vitra.

Standard Chair, Vitra.

Standard Chair, Vitra.

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Standard Chair, Vitra.

Standard Chair, Vitra.


Gabriele Neri

Architetto e PhD, insegna storia del design a Milano e a Mendrisio. Collabora con Domenica del Sole 24 Ore e con la rivista svizzera Archi. Dopo alcuni libri su Pier Luigi Nervi, ha pubblicato Caricature architettoniche. Satira e critica del progetto moderno (Quodlibet, 2015), di cui va molto fiero. Ha una figlia bellissima soprannominata Attila.


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