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Nina Yashar
“La passione vince su tutto”

1 ottobre 2015

Siamo al lotto numero 88, il prossimo è il suo. Un cellulare in modalità vivavoce per seguire l’asta, l’altro è un susseguirsi di squilli, messaggi, chiamate. Nina Yashar, dealer tra le più importanti del panorama internazionale, riesce a destreggiarsi con abilità tra un rialzo, un’intervista, brevi interruzioni dell’assistente, telefonate della figlia e collezionisti in visita. E come se non bastasse, la fascinosa mercante, celebre per le prestigiose vetrine della galleria Nilufar in via della Spiga, ha appena terminato l’ennesimo shooting nel nuovo spazio Nilufar Depot, in viale Lancetti, dove l’abbiamo incontrata. Nata a Teheran 58 anni fa, Nina Yashar si trasferisce nel 1963 a Milano con la famiglia. Studi a Venezia in Storia dell’Arte, inizia da giovanissima a collaborare con il padre, grossista di tappeti antichi e moderni. Nina, però, ha un altro gusto. Abbina i tappeti francesi di fine Ottocento con i pezzi di Prouvé e Perriand, i tavoli e le sedie di Gio Ponti e Carlo Mollino, i colori di Sottsass, i disegni di Fornasetti, fino ad arrivare ai totem di Bethan Laura Wood e alle opere di Martino Gamper. Molte le collaborazioni con mercanti d’arte, designer e artisti contemporanei. Tanti i collezionisti che si rivolgono a lei: dall’amica Miuccia Prada a Marc Jacobs, Stefano Gabbana e Domenico Dolce. Curatrice di mostre e cataloghi, organizzatrice, gallerista, leader indiscussa fra i dealer, Nina Yashar è una sorta di Re Mida del design.

In che cosa consiste esattamente il suo lavoro?

Un inferno, al di là delle apparenze. Vendite, acquisti, fiere, viaggi. E poi tutte le volte che si sostituisce un articolo in esposizione c’è un grande lavoro da fare: bisogna sforzarsi di rimpiazzarlo ricreando la stessa armonia della vetrina precedente. I colori vanno abbinati con cura, i pezzi devono rispondere a un disegno comune.

È così che le vetrine della galleria Nilufar sono diventate le più famose di Milano?

La vetrina è ovviamente il biglietto da visita della galleria. Ogni volta che si sposta un oggetto bisogna ricreare un nuovo equilibrio. I singoli pezzi, poi, non vengono mai comprati dai privati, riceviamo le immagini dai mercanti e dai dealer e lavoriamo su quelle.

Nilufar Gallery

Nilufar Gallery.

Come nasce Nilufar Depot?

Inizialmente doveva essere uno spazio di puro stoccaggio, dal momento che il mio attuale magazzino si trova a 100 chilometri da Milano. Ho creato questo allestimento per l’ultimo Salone del Mobile, ed è piaciuto talmente tanto che mi è stato vietato di farne un semplice deposito. Per il momento lo teniamo aperto, e tutti i giorni accogliamo una decina di persone, che sono tantissime perché vengono qui apposta per noi. Un bell’impegno, insomma.

Quando ha maturato l’idea di questo spazio?

Sognavo uno spazio grande, ma non pensavo così grande. È stato concepito come un magazzino, con un’infrastruttura quasi industriale, come le ringhiere smontabili per lasciar passare il muletto. Per il momento lo tengo così, e penso che lo userò per promuovere qualche evento, qualche presentazione di libri o di film.

Come il Cinema Nascosto, rassegna legata al Milano Design Film Festival.

Non è un caso, lo spazio è stato ideato da Massimiliano Locatelli che si è ispirato alla Scala, con tanto di sipario e logge. A dir la verità, avevo concepito qualcosa di completamente diverso, e pensavo di occupare la parte centrale e lasciare vuoti gli spazi laterali. Poi una sera Locatelli mi ha lasciato immaginare la soluzione opposta, e mi sono resa conto che aveva ragione lui.

Come si sta in questa zona, lontano da Montenapoleone, da via della Spiga e da quel mondo?

Molto bene, perché c’è una realtà diversa, non voglio dire più popolare, ma qui si trova ancora il bar di quartiere dove fare due chiacchiere, diciamo che c’è più umanità. In centro, invece, sono tutti più in punta di forchetta.

Cosa pensa di Milano, meta obbligatoria 2015 secondo il New York Times?

Al di là di Expo, penso che Milano stia vivendo un momento di grande evoluzione, anche grazie alla Fondazione Prada, che attualmente è forse il polo artistico-culturale più importante della città. Secondo me, sta tornando un fermento, una specie di Rinascimento.

Nilufar Depot

Nilufar Depot

Sul piano politico, secondo lei è merito del sindaco Pisapia?

Penso che non c’entri nulla. Si avverte un’aria di rinnovamento, il desiderio di rimettere Milano in una posizione di rilievo. Le persone rispondono organizzando eventi interessanti.

È affezionata a Milano?

Molto, negli ultimi anni ha avuto un periodo di decadenza, nel senso che le persone non avevano voglia di confrontarsi. Non avevano voglia di condividere nulla con la città, non volevano andare in giro. C’è stato un periodo buio, non c’erano iniziative interessanti, ma ora la situazione è migliorata.

Lei, persiana, a sei anni si trasferisce a Milano. Com’è riuscita ad adattarsi?

Appena arrivata in Italia da Teheran ho smesso immediatamente di parlare la mia lingua madre. Come tutti i bambini desideravo integrarmi, e quindi mi sono immersa in una realtà culturale completamente diversa, senza per questo sacrificare la mia cultura d’origine, le mie abitudini, il mio sangue. Non c’è niente da fare: più il tempo passa, più ti adegui a una realtà diversa.

Che ricordi ha dell’Iran?

Pochissimi. Però ricordo che negli anni Sessanta Teheran viveva un momento di grandissimo splendore. Era il tempo dello Scià. Purtroppo c’erano grandi diseguaglianze sociali, da una parte i ricchi, dall’altra un’estrema povertà. Ho un lontano ricordo di ville, rubinetti d’oro, insomma cose fastose e maestose.

Arriva a Milano, ma sceglie Venezia per i suoi studi.

Ho studiato a Ca’ Foscari, frequentandola rimanendo a Milano. Durante gli anni dell’università avevo un grande desiderio di fare, quindi ho iniziato fin da subito a lavorare con mio papà, un grossista di tappeti antichi e moderni. Ma quello che trattava lui non mi piaceva, già allora desideravo essere circondata dalla bellezza.

Come ha fatto a dirlo a suo padre?

Gli ho detto che volevo aprire una galleria e lui mi ha risposto: “Bene, allora cercati un posto”.

La ricerca è durata poco perché ha trovato subito la sua prima sede in via Bigli, giusto?

Esatto. Ricordo che l’affitto era di 21 milioni all’anno. Anno 1979. Sono stata lì per dodici lunghi anni, poi i proprietari si sono ripresi lo stabile, e io ho dovuto cercarmi un altro spazio.

Nilufar Depot, cena

Nilufar Depot.

Dov’è approdata?

In via Manzoni 23, all’interno di un cortile. In quel periodo andavano di moda gli arredi provenzali di fine Ottocento, inizio Novecento. Ero piena di pezzi che trovavo ai mercatini delle pulci di Avignone. Fu un successo immediato.

Ma non si è fermata lì.

Prima di aprire in via Manzoni, nel 1989 avevo trovato degli spazi in via della Spiga. A un certo punto, non potendoli seguire entrambi, ho scelto la sede più prestigiosa di via della Spiga. Nel tempo ho ottenuto il permesso di aprire le vetrine, di fare dei lavori e di allargarmi ai piani superiori. Ho iniziato a proporre i miei tappeti inserendo ogni tanto un quadro dell’Ottocento, perché mi è sempre piaciuto diversificare.

Quando nascono i celebri cataloghi delle sue esposizioni?

Negli anni Novanta ho cominciato a creare questi cataloghi, dove ogni pezzo viene fotografato all’interno dei nostri locali. Mi sono fatta conoscere a livello internazionale anche per merito dei miei libri, che sono sempre andati letteralmente a ruba.

La chiamano Regina Mida, pare che qualsiasi cosa tocchi, si trasformi in oro.

È troppo facile dire così. Ho un punto di vista mio personale, amo rischiare, lanciare le mode. Ma è comunque esagerato. Può essere che lo dicano perché ho sempre amato proporre al mercato pezzi inediti. Il mio vero divertimento è sempre stato scovare le novità.

Come si fa a trovare le novità? 

Chiaramente è un rischio, perché il mercato può non essere pronto. Ma questo è quello che mi è sempre piaciuto fare ed è il mio unico vero lusso. Sono una regina solo per questo, perché mi permetto lussi del genere.

Mi spieghi meglio.

Se domani mi innamoro dei mobili cinesi del Cinquecento, posso permettermi di prenderli e presentarli, non ho frontiere. Poi posso anche cambiare idea. Faccio quello che desidero fare.

Da dove nasce questa sua inquietudine, se così possiamo chiamarla?

È un’inquietudine legata al desiderio continuo di novità, mi annoio molto facilmente.

Quanto dura per lei una passione, un innamoramento?

Dipende. Se l’innamoramento può essere potenziato e se trovo altri pezzi che conversano con l’oggetto del mio innamoramento, allora creo una visione più duratura. Mi interessa la visione d’insieme, e capire se all’interno di un certo filone ci sono situazioni completamente divergenti tra di loro.

Nilufar Depot

Nilufar Depot. Foto: Ruy Teixeira.

Mi faccia qualche esempio.

Prendiamo un mobile tibetano del XVI secolo, un tappeto indiano e un pezzo di design contemporaneo, ecco questo è vero divertimento.

Come fa a metterli insieme e a capire se si è stabilito un legame? 

Non ho un sistema particolare, tutti mi chiedono come faccio, ma non ho una regola fissa: è un’indagine spontanea, intuitiva. Tutto è legato a un momento creativo dentro di me.

Come ha raccolto i pezzi all’interno del Nilufar Depot?

Ho ideato tutto a tavolino, sfogliando il mio inventario e i miei archivi e dicendomi continuamente: metto questo, quello e quell’altro. Il pezzo che doveva andare lì l’ho venduto, quindi devo pensare a un’altra cosa. Più o meno è andata così.

Le va di raccontarmi un aneddoto della sua attività?

Ero già in via della Spiga e avevo in vetrina dei tappeti francesi Aubusson e Savonnerie. Ero stata una delle prime a proporli, e rispondevano bene a una mia fase, chiamiamola così, esteticamente ricca, abbondante. Proprio in quel periodo, però, scoprii i tappeti svedesi, e fu una rivoluzione. Volai a Stoccolma e mi affidai a un signore che in due ore mi fece comprare venti tappeti. Li tenevo per la mostra successiva e non vedevo l’ora di tirarli fuori.

E con gli svedesi ha conquistato tutti.

Sì, ma è stato in parte un errore, perché c’è un tempo per ogni cosa. Avevo appena lanciato gli Aubusson e in meno di un anno svuotai la vetrina inserendo i tappeti svedesi che avevano una narrativa agli antipodi! In quel periodo, chi passava davanti alla galleria commentava: “Ma qui è cambiato il proprietario!”. Capisce il rischio di presentare cose nuove che nessuno conosce?

Che storia hanno questi tappeti svedesi?

Una storia lunga. Mi trovavo a New York, passeggiavo con il mio agente, a un certo punto alzo gli occhi e vedo un tappeto inedito in una vetrina di un noto mercante. Ho chiesto in giro, ma tutti mi dicevano di non metterci piede perché il proprietario era antipatico. Ci sono andata ugualmente e con molte insistenze ho ottenuto la risposta che cercavo. Due mesi dopo ero in Svezia.

Nilufar Depot

Nilufar Depot. Foto: Ruy Teixeira.

Perché consiglia di non bruciare i tempi?

Ho tolto i tappeti francesi, dopo averli lanciati sul mercato e aver dato la possibilità ad altri negozi, che avevano seguito il mio istinto, di guadagnare. Ho favorito la concorrenza, mentre io mi sono messa a vendere tutt’altro.

Cosa ha pensato quando ha sentito dire “è cambiato il proprietario”?

Ho capito che era schizofrenia pura, un po’ come se uno trattasse quadri del Settecento e di colpo, il giorno dopo, vendesse arte contemporanea. Non si dovrebbe fare.

Già. 

A proposito di conosciuto e sconosciuto, a un certo punto mi sono trovata di fronte a un altro bivio importante: ho iniziato a capire il contemporaneo, nell’arte e nel design. Mi sono detta, mi butto o non mi butto nel ring?

Arriviamo a una questione cruciale. Secondo lei il design può avvicinarsi all’arte o deve essere puramente funzionale?

Personalmente, ho sempre voluto mantenere un atteggiamento coerente. Per me il design deve essere funzionale, punto.

Senza eccezioni?

Ci sono anche situazioni particolari, ovviamente. Il pezzo più “grande” che io abbia mai acquistato sono le cento sedie di Martino Gamper. Un acquisto che mi ha procurato un’emozione incredibile. Le ho comprate in pochi secondi, non ho voluto nemmeno guardarle tutte perché le prime mi avevano già conquistato. Ecco, quella è un’opera che collocherei tra arte e design, perché Gamper è stato il primo a utilizzare elementi di riciclo dando vita a un sistema.

Martino Gamper, dunque.

Lavoriamo insieme da una decina d’anni, abbiamo un ottimo rapporto, in un certo senso sono stata io a lanciarlo sul mercato. Oggi ha acquisito una grande fama, è molto stimato e collabora con molti galleristi di arte contemporanea. Perché ha un processo molto intuitivo, quasi istintivo, nel fare le cose. Proprio come me.

Chi s’assomiglia, si piglia.

Ci assomigliamo, ma abbiamo un approccio complementare nei nostri rispettivi lavori: lui la mente, io il cuore. Vedo un pezzo, mi piace e lo compro, punto. Non sto lì a farmi tante domande.

Le deve piacere senza sapere di chi è?

Purtroppo ora è diverso, mi diverto un po’ meno di prima, perché in una galleria di design certe sbavature non te le puoi permettere. Alle fiere internazionali tutto deve essere di un certo tipo, anche se continuo a vedere lavori di giovani designer. Più di ogni cosa a me piace il pezzo bello, ecco la verità.

Fosse facile, cerchiamo di dare una definizione alla bellezza.

Per me la bellezza è innanzitutto funzionalità. Bisogna essere coerenti con quello che si fa. Di questo scrittoio di Gio Ponti (indica il mobile poco distante, nda), per esempio, non si potrebbe dire che piace o non piace. È semplicemente divino, come potrei spiegarle perché è bello?

Potremmo parlare dei canoni della bellezza.

Per me la bellezza è un oggetto che è estremamente concettuale oppure, all’opposto, esprime un lusso raffinato, intrinseco. Per esempio, questi due lampadari sono di Ico Parisi: sono super intellettuali e conversano con pezzi altrettanto concettuali, gli sgabelli di Carlo Mollino.

Nilufar Depot

Nilufar Depot. Foto: Amendolagine Barracchia.

Perché parla di conversare?

C’è una continua conversazione e sinergia tra gli oggetti e le persone che abitano uno spazio. Mi diverte creare delle visioni, delle conversazioni atipiche tra gli arredi. Mi piace la distonia, non seguo un teorema preciso, adoro spaziare: design americano, francese, mobili da pranzo, contemporanei, anni Sessanta.

Da piccola qual era il suo hobby?

Uscire, scappare. Andavo sempre giù dalle scale, non stavo mai ferma, avevo un’inquietudine di fondo.

Lei è una figura importante nel panorama milanese, cosa pensa delle donne che hanno un ruolo di leadership nella città? Penso a Miuccia Prada, Franca Sozzani, Marina Berlusconi.

Una donna, se ha la fortuna di poter esprimere quello che ha dentro e di fare quello che vuole, se ha passione e intuito e un’attività che le piace, va avanti, non si ferma. La donna quando è battagliera, è battagliera. Non molla.

È vero che suo padre la chiamava la selvaggia?

Sì, perché facevo sempre il contrario di quello che mi diceva.

Anche in questo sta l’essere donna.

Assolutamente sì, essere combattive, indomabili, determinate a perseguire il proprio sogno, quello che ti suggerisce la tua voce interiore.

La donna, però, rispetto all’uomo, soffre ancora di una maggiore insicurezza in ambito lavorativo.

È la passione che vince su tutto. È con la passione che si vince l’insicurezza. All’inizio mio papà ha fatto di tutto per farmi cambiare modo di lavorare, diceva che su un campione di cento persone ero capace di comprare un oggetto che piaceva solo a tre.

Sono quelle tre che fanno la differenza.

Mio padre criticava il mio approccio, per vent’anni mi ha fatto piangere, mi chiedeva perché comprassi tappeti strani che non piacevano a nessuno. Per lui, la difficoltà di lettura era semplicemente anticommerciale.

Analizziamo la questione della “lettura”.

Per me tutto ciò che è difficile e raro, tutto ciò che la gente non riesce a vedere, è come un dono, io lo scopro e lo metto in vista, lo rivelo. Anche mio marito (consulente di Prada, nda) me lo ripete sempre. Mi ha seguito due volte e mi ha detto: “Tu sei pazza, ma quando mai la venderai?”. È sempre stato così, ho comprato sempre cose molto strane. Che poi sono le prime che vendi.

Le vende a pochi eletti.

A me non interessa interagire con tutti, voglio farlo con quelli che capiscono il mio linguaggio.

Chi sono quelli che capiscono il suo linguaggio?

Persone legate al mondo creativo. Stilisti di moda, per esempio, abituati a mettere in discussione il proprio lavoro e quindi molto aperti alle novità. Mi rivolgo a chi è in continuo training con la propria creatività.

Cosa pensano i suoi clienti di questo spazio?

La gente adora questo spazio perché sente una realtà domestica, non ha l’impressione di entrare in un luogo industriale. Anche questa è contaminazione.

Quanti giovani designer e artisti le capitano al giorno?

Una volta ero sempre disponibile, adesso non riesco più a farlo perché ho troppe cose da seguire.

Ha qualche regola o consiglio da dare?

Chi sono io per suggerire regole o dare consigli?

Nilufar Depot, cena

Nilufar Depot.

Nina Yashar. Photo: Ruy Teixtera.

Nina Yashar. Foto: Ruy Teixtera.

Nilufar Gallery

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Nilufar Depot

Nilufar Depot

Nilufar Depot

Nilufar Depot. Foto: Ruy Teixeira.

Nilufar Depot

Nilufar Depot. Foto: Ruy Teixtera


Francesca Esposito

Giornalista, collabora per diverse testate, scrivendo di architettura, fotografia, arti e mestieri. Si occupa di comunicazione nella nuova Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Vive nel cuore del quartiere cinese di Milano, dopo aver vissuto a Shenzhen, a Roma, a Parma, a Londra e a Parigi. Sta programmando una fuga.


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