Yves Béhar
Il fattore Y

1 febbraio 2017

Yves Béhar ama raccontare il futuro. Per lui, progettare significa migliorare la vita delle persone e l’ambiente in cui vivono. Sostenibilità e responsabilità sono le stelle polari di un’energia creativa che ha incontrato marchi globali come Puma, Samsung, Issey Miyake, Herman Miller, SodaStream, Prada, aziende innovative come Jawbone o programmi di sviluppo sociale come la celebre iniziativa One Laptop per Child. La dichiarata ambizione del quarantanovenne designer svizzero è “realizzare progetti che rendano il mondo un posto migliore”. D’altra parte, è nato a Losanna ma ha studiato in California, assorbendo lo spirito della West Coast americana per cui tutto è sempre e comunque proteso in avanti. A San Francisco, nel 1999, ha fondato Fuseproject, lo studio di progettazione pluripremiato e già protagonista di mostre internazionali. Yves Béhar è convinto che “il design acceleri l’adozione di nuove idee”, e si è ritagliato un ruolo di catalizzatore nel processo che fa perno sulle energie del presente per creare le forme del futuro. La sede di Fuseproject si trova nel quartiere di Potrero Hill: ricorda un hangar in cui si costruiscono aerei, ma è un’officina dove si mettono a punto nuovi mondi e scenari finalmente sostenibili. Qui Béhar ha tutto a portata di mano: il mare, il Golden Gate, e la famiglia con i quattro figli.

Yves Behar

Yves Béhar, Sayl Chair, 2010.

Fammi una cortesia, presentati da solo, raccontati un po’.

Mi chiamo Yves Béhar, sono un designer originario di Losanna, in Svizzera, ma vivo a San Francisco dove lavoro con un team di ottanta creativi.

Perché San Francisco?

Sono arrivato qui negli anni Novanta (Béhar ha frequentato l’Art Center College of Design a Pasadena, nda), in un periodo di grandi cambiamenti. Cominciava il boom della scena tecnologica, e si aveva la sensazione di vivere in un posto veramente eccitante. E quella sensazione è ancora con noi: San Francisco è una città che abbraccia il cambiamento, e per un designer non c’è niente di più stimolante che far parte di una cultura dove dominano le idee nuove. E oltre all’ambiente professionale c’è la bellezza del paesaggio, la gastronomia, il surf, il divertimento e l’arte, tanta arte. È veramente la città perfetta.

Yves Behar

Yves Béhar, Sayl Chair, 2010.

Jasper Morrison ha scritto che “il design fa sembrare le cose speciali, e chi si accontenta di una cosa normale quando può averla speciale?”. Cosa ne pensi?

Penso che il design sia speciale e normale allo stesso tempo. Un buon design dovrebbe far percepire qualcosa di speciale come se fosse normale. Quand’è corretto, il design si inserisce perfettamente nella vita di tutti i giorni.

Chi è il più speciale tra i designer? Quello che ti piacerebbe essere?

Sono sempre stato ispirato da Charles e Ray Eames. Di loro ammiro l’ampiezza del lavoro, la varietà dei campi di interesse, le innovazioni spiazzanti, ma sempre semplici e belle, l’attenzione ai dettagli. Li trovo veramente grandiosi.

Yves Behar, Sayl Chair, 2010.

Yves Béhar, Sayl Chair, 2010.

Dammi una breve definizione di design.

Il design accelera l’adozione di nuove idee.

E oggi che significato ha?

Non è mai stato così importante. In un tempo in cui tecnologia e intelligenza artificiale entrano prepotentemente nelle nostre vite, il designer deve far sì che ci si muova verso un futuro umanistico e non distopico. Tra l’altro, garantendo la sostenibilità ambientale del nostro lavoro.

Di cosa abbiamo bisogno?

Dobbiamo trovare delle modalità più sostenibili di produrre e di vivere. Il design deve essere intelligente e accessibile, così da coprire le mancanze per tutti.

Cosa, invece, non ci serve?

Non abbiamo bisogno delle stesse cose. Ogni nuovo prodotto deve spingerci in avanti, in un futuro più brillante, efficiente e bello. Il tema del design non è cosa vuole o chiede l’industria, ma cosa essa dovrebbe fare per preservare la sua rilevanza.

Yves Behar, Kernel Diagnostic Amulet, 2013.

Yves Béhar, Kernel Diagnostic Amulet, 2013.

E quindi, cosa ci manca?

Più la tecnologia crea rotture e distrazioni, più rischiamo di perdere la connessione che ci lega gli uni agli altri. Ci si dimentica di quanto recente sia l’invenzione dello smartphone. Negli ultimi dieci anni abbiamo ricevuto il mondo nel palmo della mano, concentrato in uno schermo, ma guai se smettiamo di guardare in alto!

Quali sono le regole del tuo design?

Punto a eliminare ogni elemento superfluo e a dare alle cose la loro forma più semplice. Il mio design è minimalista dal punto di vista della forma e dei materiali, e massimalista da quello dell’esperienza di chi lo usa. Bisogna dare valore a ogni singolo elemento.

Yves Behar, OLPC XO Laptop, 2006.

Yves Béhar, OLPC XO Laptop, 2006.

Nel tuo sito elenchi delle categorie: innovazione, strategia, marchio, digitale, prodotto, attivazione. Qual è la più importante?

Il design deve essere integrato: sono tutte importanti!

Che ambizioni hai?

Vorrei trascendere la definizione di design in senso stretto, e vorrei che il mio lavoro desse un contributo alla società. Non solo: mi piacerebbe influenzare i giovani studenti a diventare designer.

La tua paura più grande?

Che la tecnologia ci consumi. E non è una prospettiva remota, perché siamo molto focalizzati sull’invenzione e molto meno sul design. Se la tecnologia non è disegnata nel nostro miglior interesse, il risultato potrebbe essere distopico.

Yves Behar, OLPC XO Laptop, 2006.

Yves Béhar, OLPC XO Laptop, 2006.

Qual è stato il tuo momento sliding doors, quello che ha cambiato la tua carriera?

Da giovane volevo diventare uno scrittore. Amavo la narrazione come forma di espressione. Poi da teenager ho cominciato a costruire piccoli pezzi di arredo e, alla fine, mi sono creato un’attrezzatura che combinava sci e windsurf. Praticamente, avevo inventato un nuovo sport da praticare sui laghi ghiacciati svizzeri. Mentre i miei genitori non erano affatto entusiasti di tutte queste prove, io capii che creare oggetti fisici era una forma profonda di espressione della mia personalità – e non mi sono più voltato indietro.

Sei un designer di successo.

Ho avuto la fortuna di stringere collaborazioni rivoluzionarie e durature fin dall’inizio. Solo pochi anni dopo aver fondato Fuseproject ho iniziato a lavorare con Herman Miller e Jawbone, e poco dopo è stata la volta di One Laptop per Child (programma no-profit per dotare di computer a basso costo i bambini dei Paesi in via di sviluppo, nda) con Nicholas Negroponte, ma anche di Leaf Lamp (2006) e Sayl Chair (2011), entrambe per Herman Miller. Fuseproject ha solo diciassette anni, ma ne abbiamo già fatte davvero molte.

Yves Behar, Puma Clever Little Bag, 2010.

Yves Béhar, Puma Clever Little Bag, 2010.

Nel design di oggi cos’è debole? Cosa invece supererà il test del tempo?

Le nuove tecnologie favoriscono una moltiplicazione delle novità, non sempre necessarie, ma sulla lunga distanza rimangono solo i prodotti e i marchi che ti cambiano veramente la vita.

Che ostacoli incontri nel fare design?

Direi che nel mondo odierno la sfida più grande è la velocità del cambiamento, e la forza erculea che continua a essere necessaria per fare il primo passo di questo cambiamento.

Che importanza ha l’estetica nei tuoi progetti?

Se il design non è bello, non merita di esistere, e se non è etico, non lo merita comunque. La bellezza ha la funzione di attrarre, istruire e preservare un’idea originale.

Yves Behar, Sodastream Mix, 2015.

Yves Béhar, Sodastream Mix, 2015.

Qual è la parte più ardua del tuo lavoro?

Sono ossessionato dal processo di produzione, dalla necessità di assicurarmi che i prodotti siano eseguiti come sono stati progettati. Può risultare laborioso, con tante componenti da tenere sotto controllo, ma ne vale la pena.

In molti casi, l’arte e il design tendono ad allinearsi al mondo della moda. Cosa ne pensi?

Il mondo della moda fa da sempre un lavoro straordinario per mantenere il proprio ritmo, la propria unicità, e preservare la fedeltà della clientela. Per un designer questo è importante, ma il nostro lavoro deve durare più di una stagione o due, e non riguarda solo il prodotto o il brand. Per me, design significa un ecosistema di idee e valori che si esprime con una serie variegata di mezzi.

Yves Behar, Swarovski Voyage, 2007.

Yves Béhar, Swarovski Voyage, 2007.

Pensi di poter cambiare il mondo?

Siamo in molti a poterlo fare. Se il tuo design impatta positivamente nella vita di una persona, questo significa cambiare il mondo. Mi hanno raccontato di uno che in spiaggia si è avvicinato al proprio partner con la loro canzone preferita suonata da uno speaker Jambox – beh, sarà una piccola cosa, ma progettando queste casse ho cambiato la vita di qualcuno. Il computer di One Laptop per Child è stato stampato sulle banconote in Ruanda e sui francobolli in Uruguay, perché ha cambiato il modo in cui questi paesi si accostano all’educazione. Proprio ora, in Africa orientale e in Asia meridionale il nostro programma SPRING Accelerator sta aiutando gli imprenditori a sviluppare business che migliorino la vita delle adolescenti. Ogni volta che progettiamo qualcosa speriamo che faccia la differenza. È questa la ragione del mio lavoro.

Per finire, vorrei chiederti se ti consideri un uomo felice? 

Mi considero molto fortunato e felice.

C’è un motivo in particolare?

La mia famiglia, il mio team, gli amici, la città e il mio stile di vita – non cambierei niente.

Yves Behar, LOVE Turntable, 2016.

Yves Béhar, LOVE Turntable, 2017.

Yves Behar, SNOO, 2016.

Yves Béhar, SNOO, 2016.

Yves Behar, ElliQ, 2016

Yves Béhar, ElliQ, 2016.

Yves Behar, August Smart Lock, 2014.

Yves Béhar, August Smart Lock, 2014.

Yves Behar, Jawbone Up, 2011-2015.

Yves Béhar, Jawbone Up, 2011-2015.

Yves Behar, Superflex, 2016

Yves Béhar, Superflex, 2016.

Yves Behar

Yves Béhar.


Massimo De Conti

Architetto e giornalista, si è formato al Politecnico di Milano e alla Oslo School of Architecture and Design. Scrive per diverse riviste e collabora regolarmente con Living, il design magazine del Corriere della Sera. Cita volentieri la frase che Anouska Hempel gli ha confidato durante un’intervista: “Non riesco a stare a lungo in un posto se i miei occhi non sono riempiti di bellezza”. Da anni vive a Londra.


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