Tomás Saraceno
Interview

7 dicembre 2012

Tomás Saraceno – argentino, classe 1973 – possiede il fervore dello sperimentatore e il lirismo romantico dell’utopista. Il suo immaginario è popolato da città volanti, giardini sospesi e gigantesche tele di ragno. Imbevuta di scienza ingegneristica e razionalismo urbanistico, la sua pratica artistica si sforza di concepire un futuro alternativo per l’umanità, quello di un’esistenza condotta su nuvole artificiali sospese a mezz’aria. Architetto di formazione e allievo di Peter Cook a Francoforte, Saraceno – vincitore del prestigioso Calder Prize nel 2009 – ha esposto nelle maggiori istituzioni d’arte di tutto il mondo, tra cui la Biennale di Venezia (2009), l’Hamburger Bahnhof di Berlino (2011) e il MET di New York (2012). Il suo ultimo lavoro è in mostra all’Hangar Bicocca di Milano: la monumentale installazione “gonfiabile” dal titolo On Space Time Foam.

Tomás Saraceno, On Space Time Foam, 2012. Photo: Alessandro Coco. Courtesy: Fondazione Hangar Bicocca, Milano.

Tomás Saraceno, On Space Time Foam, 2012. Foto: Alessandro Coco. Courtesy: Fondazione Hangar Bicocca, Milano.

Il tuo lavoro mi fa tornare alla mente una celebre dichiarazione di Italo Calvino: “Prendete la vita con leggerezza, ché  leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. Tutta la tua arte pare prendere alla lettera tale esortazione, adoperandosi per giungere a una leggerezza esemplare, secondo l’accezione fisica del termine. Desideri che l’uomo viva su nuvole artificiali sospese nell’atmosfera; hai progettato un’installazione volante e itinerante, Museo Aerosolar; hai ripetuto più volte che i tuoi lavori sono costituiti per il 99% di aria. E infine, nel 2009, hai partecipato allo Space Studies Program della NASA, dove hai condotto studi sulla gravità. Che valore assume l’assenza di peso nella tua ricerca come artista visivo?

Trovo il paragone con Italo Calvino molto calzante. Ho amato Il barone rampante, la storia di un ragazzino che vive sugli alberi e non vuole più scendere sulla terraferma: un inno all’assenza di gravità, in un certo senso. Il concetto di leggerezza, nel mio lavoro, è strettamente connesso a quello di sospensione a mezz’aria. Mi ha sempre affascinato un progetto di Buckminster Fuller, battezzato Cloud 9 e basato sull’assunto per cui enormi sfere geodetiche sarebbero in grado di sollevarsi dal terreno in seguito a un innalzamento della temperatura dell’aria contenuta al loro interno: basterebbe che le persone respirassero ed esalassero aria più calda per dare vita a città volanti, abitate da uomini e trasportate dal vento. M’impressiona molto il fatto che un’azione automatica e inconsapevole come quella del respirare possa produrre un effetto di tale portata. Quest’idea pervade le mie opere, dalle strutture sospese – parte del progetto Air-Port Cities – alle installazioni modulari della serie Cloud Cities, compreso il mio ultimo intervento all’Hangar Bicocca di Milano dal titolo On Space Time Foam.

On Space Time Foam è un’enorme struttura fluttuante costituita da una membrana trasparente, la cui superficie complessiva equivale a 1200 metri quadri. L’installazione è praticabile su più livelli: il pubblico cammina sospeso a 15 o 20 metri di altezza, tentando di mantenersi in equilibrio su un territorio mobile e profondamente instabile. Il titolo allude a uno stato primigenio della materia, quella “schiuma spazio-temporale” da cui l’universo ha preso forma. Un assaggio di come potrebbe essere vivere su una nuvola artificiale. In che modo hai concepito questo lavoro?

Ciò che caratterizza il mio intervento all’Hangar è il dinamismo dello spazio: la conformazione dell’opera è definita dalle persone che la percorrono, una sorta di scultura modellata dal loro respiro e dai loro passi. La geometria dei miei lavori è strettamente dipendente dalla topologia dello spazio. Esemplare è proprio il caso di On Space Time Foam, il cui progetto iniziale consisteva nel collocare una grande sfera interamente sospesa a mezz’aria e agganciata tramite cavi alle pareti del Cubo dell’Hangar. In un secondo momento, da una le sfere sono diventate due, per poi trasformarsi in una grossa struttura gonfiabile priva di qualsivoglia forma sferica. A definirne la forma finale contribuiscono più variabili, come la quantità d’aria, la pressione dei materiali e il peso delle persone. È l’interazione tra tutti questi elementi a modificarne di volta in volta le fattezze, come una sorta di ecosistema artificiale costituito da diverse unità profondamente interdipendenti.

Tomás Saraceno, On Space Time Foam, 2012. Photo: Alessandro Coco. Courtesy: Fondazione Hangar Bicocca, Milano.

Tomás Saraceno, On Space Time Foam, 2012. Foto: Alessandro Coco. Courtesy: Fondazione Hangar Bicocca, Milano.

Un ecosistema in cui ogni persona è responsabile dell’equilibrio generale della struttura.

Esattamente. Se troppi visitatori si raccolgono su uno stesso punto, allora la superficie di On Space Time Foam sprofonda come un buco nero, minandone la stabilità complessiva. Nel momento in cui si decide di salire sull’installazione, si è necessariamente coinvolti in un gioco di dipendenza reciproca. Tale esperienza contribuisce a promuovere un dialogo tra le persone, tramite un linguaggio corporale che non ha bisogno di parole. Mi piace pensare a questo lavoro come a una specie di software, un programma informatico o una rete virtuale determinata dal numero di click di milioni di utenti sparsi in tutto il mondo. Una sorta di Wikipedia gonfiabile, il cui sapere enciclopedico si costruisce mediante la partecipazione e l’interazione dei singoli.

Tra pochi giorni comincerai una residenza al CAST – Center for Art, Science & Technology – presso il MIT di Cambridge negli Stati Uniti. Su cosa verterà la tua ricerca?

L’idea è quella di proseguire l’indagine avviata con On Space Time Foam insieme a un team di scienziati e ingegneri. Studieremo le possibilità di realizzazione di un vero e proprio modello abitativo a partire dalla membrana trasparente dell’opera: una sorta di biosfera fluttuante da posizionare sopra le isole Maldive. Secondo diversi esperti, difatti, tra 15 o 20 anni l’arcipelago delle Maldive verrà interamente sommerso dalle acque: sarà possibile, allora, costruire un’isola volante, trasportata dalle correnti d’aria e autosufficiente da un punto di vista energetico? Insieme ad Andrea Lissoni, il curatore della mostra, mi sono interrogato a lungo sui possibili sviluppi del progetto e la residenza al MIT ne è il primo passo.

On Space Time Foam si può considerare come parte di una serie di lavori volti a creare piattaforme sospese vivibili dall’uomo ed ecosostenibili, delle possibili alternative a un’esistenza sulla Terra. Hai ricevuto in Argentina una formazione da architetto e i tuoi interventi assumono i tratti di utopici progetti urbanistici per nuove soluzioni abitative. Quale valore attribuisci alla pratica artistica in rapporto alla progettazione e alla ricerca scientifica? 

Il mio lavoro come artista visivo non si pone l’obiettivo di escogitare rimedi definitivi. Non amo utilizzare parole come “soluzioni abitative”, né mi illudo di poter “migliorare” concretamente la vita sul pianeta all’umanità intera. I miei lavori sono piuttosto delle prove, degli esperimenti per dei futuri presunti e possibili. Lo scopo di quello che faccio è cercare di espandere il territorio del dialogo, sensibilizzare il maggior numero di persone sulla portata dell’impatto che ognuno di noi esercita sugli altri e sull’ambiente. Questo è l’obiettivo della mia pratica artistica: rendere le persone consapevoli dell’interdipendenza fra i diversi elementi costitutivi del sistema in cui viviamo – l’interrelazione tra oggetti, fenomeni naturali ed esseri viventi. È l’idea alla base del breve documentario scientifico The Powers of Ten, prodotto dai coniugi Eames nel 1968 e tratto dal libro Cosmic View di Kees Boeke (1957): l’esistenza di un legame indissolubile tra i diversi ordini della realtà, dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, dalle galassie alle particelle quantiche. Di grande ispirazione al mio lavoro è stato ed è tuttora il filosofo francese Félix Guattari, autore de Le tre ecologie (1989), nel quale la tradizionale nozione di ecologia viene rivista ed estesa a più sfere d’interesse: l’ecologia ambientale, l’ecologia sociale e l’ecologia mentale, l’ultima delle quali elegge a proprio terreno d’indagine la psiche e la sfera della soggettività umana. Ciò che caratterizza i territori delle tre ecologie è il fatto di essere dei sistemi aperti e intimamente correlati.

Quello che hai appena detto mi fa tornare alla mente le parole del sociologo francese Bruno Latour, il quale definisce la tua pratica come un “tentativo potente di modellare l’odierna ecologia politica – attraverso l’estensione delle forze naturali originarie per rivolgersi al problema politico della formazione di comunità vivibili”. Il richiamo a Guattari è lampante.

Bruno Latour, in questo passo, allude in particolare al lavoro che ho presentato alla Biennale di Venezia del 2009, dal titolo Galaxies Forming along Filaments, Like Droplets along the Strands of a Spider’s Web. Si tratta di una gigantesca tela di ragno tridimensionale realizzata attraverso connettori elastici agganciati alle pareti e montati appositamente per dare forma a “reti” e “sfere” in stretta connessione le une con le altre. Latour coglie in questa struttura la rappresentazione di una teoria sociale fondata su un principio eterarchico piuttosto che gerarchico, un ordinamento della società definito dal dialogo tra le culture e dall’estensione dei limiti della comunicazione globale nel rispetto delle realtà locali.

Tomás Saraceno, Galaxies Forming along Filaments, like Droplets along the Strands of a Spider’s Web, 2009. Photo: © Alessandro Coco. Courtesy: © Studio Tomás Saraceno.

Tomás Saraceno, Galaxies Forming along Filaments, like Droplets along the Strands of a Spider’s Web, 2009. Foto: Alessandro Coco. Courtesy: © Studio Tomás Saraceno.

Infine, passiamo ai tuoi “maestri”. Ti inserisci nel solco della tradizione di una certa architettura radicale, dallo slancio utopistico: penso ad architetti attivi nella seconda metà del Novecento come Buckminster Fuller, da te precedentemente citato, Yona Friedman e Frei Otto. Inoltre, sei stato allievo di Peter Cook, fondatore di Archigram, alla Städelschule di Francoforte. Fino a che punto ti senti influenzato da tale visione della progettazione? 

Tra i nomi che hai citato aggiungerei quello di Gyula Kosice, artista argentino di origini slovacche, l’ideatore delle città idrospaziali. Ho avuto modo di conoscerlo di persona mentre studiavo architettura a Buenos Aires: mi ha fortemente suggestionato il suo utilizzo dello spazio così come la sua inconfondibile ispirazione poetica. Quanto a Fuller e Friedman, ho dedicato loro il titolo di un mio lavoro esposto al MACRO di Roma nel 2011: Cloudy Dunes. When Friedman Meets Bucky on Air-Port-City, un vero e proprio omaggio al loro pensiero. Di Buckminster Fuller, in particolare, mi ha sempre affascinato il tentativo di espandere i processi di condivisione delle risorse materiali a tutta l’umanità, e non soltanto a una sua piccola parte. Forse è proprio questa la lezione più grande che ho imparato da quei maestri: lo sforzo di spartire ciò che è di tutti, in un atto di estrema generosità.

Tomás Saraceno, On Space Time Foam, 2012. Photo: Alessandro Coco. Courtesy: Fondazione Hangar Bicocca, Milano.

Tomás Saraceno, On Space Time Foam, 2012. Foto: Alessandro Coco. Courtesy: Fondazione Hangar Bicocca, Milano.

Tomás Saraceno, Museo Aero Solar, 2011. Courtesy: Museo Aero Solar.

Tomás Saraceno, Museo Aero Solar, 2011. Courtesy: Museo Aero Solar.

Tomás Saraceno, Museo Aero Solar, 2011. Courtesy: Museo Aero Solar.

Tomás Saraceno, Museo Aero Solar, 2011. Courtesy: Museo Aero Solar.

Tomás Saraceno, Cloudy Dunes. When Friedman meets Bucky on Air-Port-City, 2006. Photo: © Alessandro Coco. Courtesy: © Studio Tomás Saraceno.

Tomás Saraceno, Cloudy Dunes. When Friedman meets Bucky on Air-Port-City, 2006. Foto: Alessandro Coco. Courtesy: © Studio Tomás Saraceno.

Tomás Saraceno, Cloudy Dunes. When Friedman meets Bucky on Air-Port-City, 2006. Photo: © Alessandro Coco. Courtesy: © Studio Tomás Saraceno.

Tomás Saraceno, Cloudy Dunes. When Friedman meets Bucky on Air-Port-City, 2006. Foto: Alessandro Coco. Courtesy: © Studio Tomás Saraceno.

Tomás Saraceno, Galaxies Forming along Filaments, like Droplets along the Strands of a Spider’s Web, 2009. Photo: © Alessandro Coco. Courtesy: © Studio Tomás Saraceno.

Tomás Saraceno, Galaxies Forming along Filaments, like Droplets along the Strands of a Spider’s Web, 2009. Foto: Alessandro Coco. Courtesy: © Studio Tomás Saraceno.

Tomás Saraceno, Cloud Cities, 2011. Photo e Courtesy: © Studio Tomás Saraceno.

Tomás Saraceno, Cloud Cities, 2011. Foto e Courtesy: © Studio Tomás Saraceno.


Federico Florian

Storico dell’arte e aspirante scrittore, vive a Milano e ha un debole per l’arte contemporanea. Collabora con Arte e Critica e altre testate. Violinista e instancabile viaggiatore, ama la buona letteratura. Sogna una critica d’arte agile e fresca, e aspetta di scrivere il romanzo perfetto.


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