Mario Cucinella
Building Green Futures

2 maggio 2017

Sono passati trent’anni da quando ha iniziato a fare l’architetto al Renzo Piano Building Workshop. In queste tre decadi Mario Cucinella, cinquantaseienne nato a Palermo, ma cresciuto a Piacenza e a Genova, ha vinto molti concorsi e aperto molti cantieri, in Europa, Nordafrica, Cina e Medioriente. A Bologna, dove il suo studio si è trasferito da Parigi nel 1999, dirige oggi uno staff di 60 architetti, ingegneri ed esperti di sostenibilità. L’aspetto sociale e quello ambientale sono al centro dei suoi progetti, delle sue lezioni in università e del lavoro per l’organizzazione non-profit Building Green Futures e per SOS | School of Sustainability – da lui create qualche anno fa. Le azioni di Cucinella sono decisamente in ascesa. Ha da poco aperto una sede a New York e la sua agenda è fitta, ma ha mantenuto un profilo basso e non si atteggia ad archistar. In pochi giorni si è reso disponibile per un incontro nella sede della MCA, che si trova in una viuzza defilata non lontana dalla stazione ferroviaria di Bologna, in un grande spazio industriale anonimo al punto che si rischia di ignorarlo. Ha un fisico imponente e una voce bassa e misurata che modula con intensità, intrecciando liberamente ricordi a storie di progetti.

Cominciamo a parlare delle città e delle architetture che hanno segnato la tua vita e la tua professione.

Sono nato a Palermo, ma ci ho vissuto pochissimo. Presto ci siamo trasferiti a Piacenza, dove ho frequentato un asilo progettato da Giuseppe Vaccaro, un architetto bolognese protagonista del modernismo italiano. Gli edifici non si muovono, ma sanno viaggiare nella memoria: la struttura di quegli spazi, il ricordo di quei banchi disposti dietro una grande vetrata dalla quale entrava sempre molto sole e del giardino cintato da un muretto bianco mi sono stati di ispirazione per il nido d’infanzia che ho realizzato a Guastalla nel 2015, un progetto a cui sono molto legato. Negli edifici dedicati all’educazione, che sono essi stessi una forma di educazione, le responsabilità dell’architetto sono maggiori.

Nido d’infanzia a Guastalla, 2015. Progetto Mario Cucinella Architects.

Nido d’infanzia a Guastalla, 2015. Progetto: Mario Cucinella Architects. Foto: Moreno Maggi.

Quando hai pensato per la prima volta di diventare architetto?

Negli anni del liceo a Genova, dove ho abitato dai tempi delle medie. Ci viveva un cugino di mia madre che aveva uno studio di architettura nel centro storico: ero più affascinato da quel luogo pieno di disegni che dalla bottega di mio padre, un artigiano. Mi sono iscritto al liceo artistico e poi all’università dove, a quei tempi, gli indirizzi erano due: figura e architettura.

Quale tipo di formazione ti ha dato l’università di Genova? 

Aveva un’impostazione molto pragmatica, c’erano buoni professori nelle discipline tecniche e la base scientifico-matematica era molto forte – il preside veniva da ingegneria –, ma in composizione ho avuto docenti modesti. Ricordo con piacere però le lezioni di Guido Campodonico. Poi, all’ultimo anno, è arrivato un insegnante che aveva la statura di un Mies van der Rohe: Giancarlo De Carlo. Ho studiato con lui fino alla tesi.

Cosa ti ha dato De Carlo?

Il nostro rapporto non è stato facile. Il suo profilo intellettuale era indiscusso, ma faticavo a capire e accettare il suo modo particolare di fare architettura. In lui, la ragione prevaleva sull’istinto, e per me che avevo una grandissima voglia di fare, mosso da grandi passioni, quella sua caratteristica rappresentava quasi un freno. Solo più tardi ho compreso a fondo la forza delle sue riflessioni visionarie e poetiche, il valore del suo impegno politico e sociale. L’eredità più importante che ci ha lasciato De Carlo consiste nell’aver sottolineato la necessità di affiancare i valori etici a quelli tecnici nella pratica dell’architettura.

Expo Village, sviluppo residenziale Cascina Merlata, Milano, 2015. Progetto Mario Cucinella Architects.

Expo Village, sviluppo residenziale Cascina Merlata, Milano, 2015. Progetto: Mario Cucinella Architects. Foto: Guido Maria Isolabella.

Da De Carlo sei passato a Piano. Un’altra bella scuola.

Nel suo studio c’erano un’atmosfera vivace e molta voglia di fare, si dava grande spazio alla creatività ed erano molti i progetti stimolanti da seguire. Ho cominciato con un lavoro estivo. Ero molto motivato e non mi importava di passare il mio tempo a plasmare policarbonato o polistirolo: mi bastava solo stare in quell’ambiente entusiasmante. Poi sono passato a lavorare a tempo pieno, intensamente. Dopo quattro anni ero pronto al cambiamento, volevo costruire un percorso tutto mio. Genova era una città molto bella, ma anche chiusa. Pensavo di trasferirmi a Parigi e Renzo mi suggerì di rivolgermi a Jean Nouvel, ma finii nello studio di Piano in Rue Sainte-Croix de la Bretonnerie.

Hai trovato quello che cercavi a Parigi?

Era una città bellissima e stimolante, una grande boccata d’aria rispetto a Genova. Là ho visto per la prima volta tutti i film di Pasolini e Fellini. Ma l’esperienza al Renzo Piano Building Workshop non è durata molto. Il problema, con i maestri, è che sono ingombranti, a un certo punto devi staccarti.

Qual è stata la molla che ti ha fatto spiccare il volo?

Una serie di fortunate coincidenze. Avevo vinto un concorso indetto dalle Nazioni Unite per l’Unione Internazionale di Architettura. Lo avevo preparato la sera, dopo il lavoro in studio. Era il mese di aprile del 1992. In Italia era scoppiato lo scandalo di Tangentopoli, ma a Parigi si respirava tutt’altra aria: erano stati indetti molti concorsi per l’area della Grande Arche de la Défense. Avevo saputo che si era liberato uno degli atelier della Maison Planeix di Le Corbusier nel 13mo arrondissement, affittato solo il tempo necessario per lavorare a una di quelle gare. Ho avuto le chiavi dopo un’ora di chiacchiere con il proprietario, tra sigarette e drink. In quello stesso momento, Renzo decise di spostare i suoi uffici in Rue des Archives e di cambiare l’arredo. Mi regalò i suoi vecchi mobili e mi offrì un contratto di consulenza di sei mesi, per aiutarmi ad affrontare economicamente il distacco. Ho passato i primi tre anni lavorando a concorsi al primo livello di quell’atelier e vivendo nel secondo. L’ufficio nel tempo è cresciuto, abbiamo vinto due o tre gare e avviato progetti anche in Italia.

Poi, nel 1999, hai trasferito lo studio a Bologna. Perché hai deciso di tornare in Italia?

Ero stanco dei ritmi impegnativi di una metropoli come Parigi, di abitare in un bel condominio dove non conoscevo nessuno. A Bologna atterravo venendo da Parigi per andare nelle Marche, dove seguivo il progetto per la nuova sede de iGuzzini. Mi è piaciuta la sua dimensione “media”, trovavo fosse una città dotata di un grande potenziale.

One Airport Square, Accra, Ghana, 2010-2015. Progetto: Mario Cucinella Architects + Deweger Gruter Brown & Partners. Foto: Fernando Guerra.

One Airport Square, Accra, Ghana, 2010-2015. Progetto: Mario Cucinella Architects + Deweger Gruter Brown & Partners. Foto: Fernando Guerra.

Negli anni di lavoro in Italia hai affinato gli aspetti del progetto legati alla sostenibilità, adottando pratiche specifiche applicate alle abitazioni residenziali e ai piani regolatori urbani. Oggi la parola “green” la usano in molti, forse superficialmente. Quali requisiti deve avere un progetto sostenibile?

Se usata impropriamente, la parola si consuma in fretta. Il suo significato reale riguarda il passaggio dall’era dei combustibili fossili a quella cosiddetta post carbon. Un passaggio necessario che nasce da una consapevolezza: il mondo in cui viviamo ha bisogno di cure. Immaginare edifici sostenibili vuol dire aprire un profondo dialogo con il clima e con il luogo, utilizzando poca tecnologia e lavorando molto sulla forma e sui materiali – materiali che stanno assumendo un ruolo sempre più attivo nel raggiungimento del risultato, in quanto capaci di svolgere un lavoro invisibile all’interno di una nuova economia circolare. Non si tratta di un percorso semplice, ma non ci sono alternative: non c’è futuro senza sostenibilità.

Tra i tuoi progetti più importanti sotto questo profilo c’è la Casa 100k, che però non è diventata realtà.

Garantiva zero emissioni di CO2 grazie al fotovoltaico integrato nell’architettura e all’adozione di molteplici accorgimenti strutturali che rendevano la casa una perfetta macchina bioclimatica. Abbiamo provato a realizzare questo progetto prima a Settimo Torinese, poi a Lodi e infine in Calabria, puntando sull’avallo delle amministrazioni comunali – si trattava di un progetto di housing sociale –, ma siamo ancora al punto di partenza, anche se la Casa 100k è sempre attuale e pronta a partire, io non mollo.

La Casa da 100 K €, 2007-2009. Progetto Mario Cucinella Architects.

Casa 100k, 2007-2009. Progetto: Mario Cucinella Architects.

L’housing sociale, tema forte degli anni Settanta, è ancora di grande attualità. Pensi potrebbe aiutare a superare la crisi dell’edilizia?

Quando abbiamo lanciato l’idea della Casa 100k, nel 2007, i costruttori l’hanno accolta con molto scetticismo, temevano delle ricadute negative sui loro profitti. Le basi del nostro lavoro erano tecniche e sociologiche: si fondavano su una ricerca dello studioso Mario Abis sull’evoluzione dell’abitare, sviluppata analizzando le diverse strutture sociali. La ricerca ha individuato otto tipologie per altrettanti stili di vita e abitazioni. L’analisi sociale del mercato, che non fanno né i costruttori né i politici, è una premessa indispensabile per misurarsi con i bisogni reali, ed è sicuramente uno strumento utile a combattere la crisi edilizia.

Quanto conta la ricerca nel tuo lavoro?

È fondamentale. Ho uno staff dedicato che si concentra sull’analisi ambientale e climatica. La ricerca mi aiuta anche nelle scelte architettoniche ed estetiche, e rafforza la mia filosofia, che si riassume nel concetto di “empatia creativa”, ovvero cercare di comprendere un luogo in tutta la sua complessità e utilizzare la creatività per dare forma al progetto. Portiamo avanti anche indagini su temi specifici che lo studio vuole sviluppare: il più recente riguarda una discarica in Toscana e il suo impatto sul territorio. Uno studio di architettura è un’impresa culturale, non ci si occupa solo di fare profitto. Con la ricerca si anticipano le riposte a possibili domande.

Coima Headquarters, Porta Nuova, Milano, 2013 – in corso di costruzione. Progetto Mario Cucinella Architects.

COIMA Headquarters, Porta Nuova, Milano, 2013 – in corso di costruzione. Progetto: Mario Cucinella Architects. Foto: Moreno Maggi.

Il 2017 ti vede molto impegnato in Italia con cantieri avviati e altri in partenza. 

Sì. A Ferrara, dopo dieci anni dall’aggiudicazione del concorso si completerà la nuova sede dell’Agenzia Regionale per la Prevenzione, l’Ambiente e l’Energia della città. A Milano sono in corso progetti importanti come la nuova sede di COIMA, che sarà completata entro l’estate, o il nuovo polo chirurgico e delle urgenze IRCCS dell’Ospedale San Raffaele, e la Torre UnipolSai di 23 piani a Porta Nuova, con i cantieri in fase di avvio. Lavoriamo anche per una fondazione privata in corso Venezia che raccoglierà la collezione di arte etrusca di una famiglia milanese. Sono poi finalmente iniziati i lavori per le bonifiche dell’area Falck a Sesto San Giovanni, anche su pressione dell’opinione pubblica: qui sorgerà la Città della Salute e della Ricerca. Proseguono le attività per la Chiesa di Santa Maria Goretti a Mormanno, in Calabria, mentre partirà il cantiere per il Centro Arti e Scienze della Fondazione Golinelli a Bologna. Mi stanno particolarmente a cuore anche i cinque interventi in Emilia scaturiti dal Workshop Ricostruzione Emilia, che mi ha coinvolto in prima persona: riporteranno in vita altrettanti paesi colpiti dal sisma nel 2012.

Milano è al centro delle tue attività. Pensi sia una città matura per accogliere la tua filosofia progettuale?

La struttura economica e politica di Milano crea le condizioni giuste per avviare progetti di qualità. Ci sono persone che investono nella città, per questo sono successe e stanno succedendo tante cose interessanti, molto diverse tra loro. E la politica è un attore importante di queste trasformazioni, è coraggiosa.

Parlando di investimenti e coraggio mi viene alla mente il caso della molto dibattuta Fondazione Stavros Niarchos di Atene progettata da Renzo Piano, finanziata dall’armatore greco e “regalata” alla città. Farà del bene alla città e al Paese? 

In Grecia c’è una sola strada per uscire dalla recessione: investire in cultura. Il Paese non ha infrastrutture o industrie competitive, e vive di turismo: per questo, arricchire l’offerta culturale è una buona scelta. Pensa a Sydney e all’Opera House di Jørn Utzon: ci hanno messo 30 anni per realizzarla, ma genera ogni anno due miliardi di dollari di indotto. Opere di queste dimensioni sono difficili da far partire, ma hanno un potenziale enorme.

Su piccola scala ci sono iniziative come il progetto sulle periferie G124 di Renzo Piano.

È un lavoro poco glamour e molto efficace che ha dato a poco a poco i suoi frutti, una bella intuizione che ha messo il tema delle periferie al centro di un dibattito dimenticato e ha generato altre azioni, come lo stanziamento di 500 milioni di euro da parte del Governo e il lancio di programmi di recupero da parte dei Comuni. Sono stato molto felice di aver lavorato al progetto su Catania. Al momento, il mio studio sta collaborando al Piano Casa Italia.

3M Italia Headquarters, Pioltello, Milano, 2010. Progetto: Mario Cucinella Architects.

3M Italia Headquarters, Pioltello, Milano, 2010. Progetto: Mario Cucinella Architects. Foto: Daniele Domenicali.

Quello della ricostruzione è un tema tragicamente attuale. Come è più corretto intervenire? 

In due modi: ricostruendo post sisma e puntando sulla prevenzione. Ci vorranno almeno due generazioni per lavorare sul patrimonio esistente, mettendo a punto una diagnostica che sappia trattare i problemi strutturali degli edifici. Ripristinare edifici colpiti è anche un modo per avviare nuove economie. Credo che una politica di prevenzione seria dovrebbe studiare forme di incentivo su questo aspetto simili all’ecobonus. Possediamo tutti gli strumenti conoscitivi per affrontare il problema seriamente, siamo colpevoli se non facciamo nulla.

La formazione è un tema importante per guardare al futuro con intelligenza. Come funziona la tua SOS – School of Sustainability?

Ha sede al piano superiore di questo edificio ed è seguita da due giovani dello studio. Partecipando in giro per il mondo a conferenze sui temi dell’architettura sostenibile, ho intuito che c’era uno spazio da riempire, trascurato dal mondo accademico e da quello professionale. Così ho pensato di ideare un luogo a metà strada tra questi due mondi, da frequentare post laurea, per un anno, dove poter integrare le competenze già maturate con nuovi strumenti di lavoro. Organizziamo incontri con climatologi, giornalisti, bibliotecari, sociologi, e insegniamo a usare gli strumenti digitali e di simulazione. Organizziamo momenti di confronto con persone che hanno visioni diverse. Tutto questo lavoro viene finalizzato in un progetto di ricerca.

Mario Cucinella Architects, Bologna.

Mario Cucinella Architects, studio, Bologna. Foto: Giovanni De Sandre.

Quali progetti sono nati dalla SOS?

Tra gli altri, abbiamo lavorato a un masterplan per la riqualificazione di un’area demaniale ad ovest della città di Bologna. Poi a una iniziativa pensata per l’India che presenteremo alla FAO: abbiamo a messo a punto una “catena del freddo” per aiutare le micro imprese familiari con meno di due ettari di terreno a trasportare frutta e verdura dai luoghi di produzione a quelli di vendita. Trasferiamo la nostra conoscenza nella scuola per costruire un percorso didattico e fornire gli strumenti utili alla formazione di un nuovo professionista.

Tutto questo a Bologna. Ma ormai la MCA è sbarcata anche a New York. 

Siamo agli inizi di una storia bellissima, ne sono certo, anche se al momento non abbiamo ancora lavori attivi in quel Paese. Del resto, neppure quando avevo aperto lo studio a Parigi ne avevo. È un investimento che faremo nei prossimi 10 anni, io trascorrerò parte del mio tempo in America. È importante vivere nei luoghi dove c’è un’energia forte. Negli Stati Uniti c’è un mercato complicato e molta conflittualità, perché è un Paese fatto da tanta gente diversa, ma c’è anche molta fiducia. Ci vuole sempre un pizzico di incoscienza per affrontare cose nuove e impreviste, ma l’imprevisto è una componente fondamentale della creatività. Se non va, torneremo a casa con una bella esperienza americana e con un po’ di energia in più.

Approdi in America con Trump alla guida, emblema del negazionismo sul riscaldamento globale e su altri rischi ambientali. Non è certo un dettaglio per un architetto che ha il tuo approccio al progetto. 

La posizione presa da Trump in merito ai cambiamenti climatici può generare una forte reazione in difesa dell’ambiente. Per questo motivo, ha ancora più senso oggi essere partecipanti attivi della scena statunitense.

Kwame Nkrumah Presidential Library, Volta Lake, Ghana, 2013 – in corso.

Kwame Nkrumah Presidential Library, Lake Volta, Ghana, 2013 – in corso. Progetto: Mario Cucinella Architects.

Nuova Sede del Rettorato dell’Università Roma TRE, Roma, 2016 – in corso.

Nuova Sede del Rettorato dell’Università Roma TRE, Roma, 2016 – in corso. Progetto: Mario Cucinella Architects.

SIEEB, Sino-Italian Ecological and Energy Efficient Building, Pechino, Cina, 2006.

SIEEB, Sino-Italian Ecological and Energy Efficient Building, Pechino, Cina, 2006. Progetto: Mario Cucinella Architects. Foto: Daniele Domenicali.

Centro Direzionale Gruppo Unipol, Milano, 2015 – in corso.

Centro Direzionale Gruppo Unipol, Milano, 2015 – in corso. Progetto: Mario Cucinella Architects.

CSET, Centre for Sustainable Energy Technologies, Ningbo, Cina, 2008.

CSET, Centre for Sustainable Energy Technologies, Ningbo, Cina, 2008. Progetto: Mario Cucinella Architects. Foto: Daniele Domenicali.


Loredana Mascheroni

Giornalista, pratica il design da sempre. Appassionata di arte contemporanea e architettura, lavora a Domus dal 1997 dopo un apprendistato decennale in riviste di settore e un esordio come giornalista TV che le ha lasciato un debole per le video interviste. Fa yoga e corre, per sciogliere le tensioni da tablet.


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