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Andrea Pompilio
Cosmopolitaliano

12 giugno 2015

Andrea Pompilio è un nome noto nel mondo della moda almeno a partire dal 2011, quando a Pitti Immagine Uomo vinse il premio Who’s on Next nella categoria prêt-a-porter maschile – uno standard che ha saputo rivoluzionare senza rinunciare ai codici dell’eleganza italiana. Dopo tredici anni passati con Prada, Calvin Klein, Yves Saint Laurent e Alessandro Dell’Acqua, dal 2010 AP è sul mercato con un marchio omonimo che rilegge l’estetica modernista con grande disciplina cromatica e un approccio urbano e rilassato al menswear. È stato definito “la risposta maschile a Isabel Marant”, anche se ha ben poco degli stilemi boho-chic che identificano la designer francese. Eppure, l’accostamento non è arbitrario. In fondo, le due maison hanno un importante tratto in comune: la proposta di un abbigliamento di lusso, che si mantiene sempre decisamente indossabile.

Madre pittrice e padre architetto. Genio e regolatezza. Che ruolo hanno questi due poli nel tuo lavoro o nella tua vita?

Il mio modo di disegnare e di concepire i capi risente senza dubbio della metodologia acquisita da mio padre. I miei disegni hanno sempre linee nette e precise e sono realizzati rigorosamente su carta da lucido, quella usata dagli architetti. Anche le mie collezioni sono disseminate di elementi che ho ereditato da quel mondo: l’attenzione ai volumi e alle proporzioni, l’uso di motivi grafici. Ma altrettanto sicuramente, il mio stile riflette un’altra parte di me che si sente attratta da tutto ciò che è “sbagliato”: abbinamenti inesatti, dettagli fuori posto, colori apparentemente incoerenti. Questo dualismo tra regola ed estro è ricorrente nella mia vita come nelle mie creazioni. In un certo senso, è la chiave di lettura della fusione tra canoni sartoriali e contaminazioni urbane che è propria della mia estetica.

Cos’hanno in comune o di diverso l’architettura e la moda? La moda per te è più architettura o più pittura?

Hanno sicuramente in comune una costruzione che parte da un’idea e da una linea per arrivare alla materia. Credo che la moda sia una terza via, non perfettamente accostabile né all’architettura né alla pittura.

Hai detto che a otto anni volevi già fare il designer. Com’è possibile? Pesaro, insomma, non è Milano, né tantomeno New York. Sapevi già cosa facevano gli stilisti?

A Pesaro mia nonna era proprietaria di alcune boutique dove passavo molto del mio tempo. Ricordo bene i colori della moda di quegli anni, i materiali e i dettagli “over the top”, mi piaceva toccare i tessuti, osservare le clienti che andavano e venivano. E poi c’erano i miei due nonni: il primo un elegantissimo gentleman pesarese, l’altro un rigoroso ufficiale dall’impeccabile uniforme militare. La mia fascinazione per l’abbigliamento maschile ha risentito molto del loro stile, che ha influenzato anche la mia identità creativa. Sicuramente, a otto anni non avevo un’idea precisa del mestiere del designer, ma l’interesse per il mondo della moda era già molto forte.

Come sono stati gli anni Ottanta di Andrea Pompilio in provincia? Come si esprime il tuo interesse per la moda nell’adolescenza?

È vero, Pesaro non è Milano né New York, ma ha per esempio un ottimo Istituto d’Arte, lo stesso dove insegnava mio padre e dove si è formata quasi tutta la mia famiglia. Insomma, la provincia non è stata una costrizione, mi ha preparato a farmi strada in un mondo complesso che ho saputo affrontare al momento opportuno. Perché poi, per fortuna, sono venute anche Milano e New York.

A diciott’anni decidi di iscriverti all’Istituto Marangoni. Com’è l’impatto con Milano?

Lo ricordo molto bene, per me Milano era una megalopoli! E soprattutto, era la moda! Erano anni di grande fermento, il fashion system era in gran forma e si respirava un’atmosfera molto bella, che poi è quasi scomparsa, e che forse si è ricominciata a respirare solo di recente.

È lì che avviene il primo incontro con la tradizione della moda italiana?

Più che altro, lì avviene il mio primo incontro con la Moda, quella con la M maiuscola. Erano gli anni di Armani, Ferré, Versace.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015

Andrea Pompilio, Spring/Summer 2015.

A quando risale la tua prima collezione in assoluto? A cosa ti sei ispirato?

Nel 2010, dopo aver lavorato, tra gli altri, per Prada a Milano, Calvin Klein a New York e Yves Saint Laurent a Parigi, ho deciso di buttarmi in un progetto nuovo, un brand che portasse il mio nome: Andrea Pompilio. La crisi economica del 2008 aveva completamente appiattito l’offerta moda, in particolare nel menswear. La mia prima collezione “da solista”, l’autunno-inverno 2010/2011, altro non era che un piccolo guardaroba maschile: proponevo quello che non riuscivo a trovare nei negozi, qualcosa di fresco, originale, ironico. Stagione dopo stagione, quel piccolo guardaroba si è ampliato e arricchito.

Di te hanno scritto: “Conosce bene le radici dell’eleganza italiana, ma ha un’attitudine fortemente cosmopolita”. Ecco, mi piacerebbe riflettere su questa frase.

È una definizione in cui mi riconosco. Parto sempre dai canoni dell’eleganza sartoriale che hanno reso lo stile italiano celebre e desiderabile in tutto il mondo, ma cerco di reinterpretarli e di attualizzarli il più possibile. Il Made in Italy per me è un credo, ma deve essere il punto di partenza per realizzare un prodotto con un’attitudine globale.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015

Andrea Pompilio, Spring/Summer 2015.

Che cos’è l’eleganza italiana, e in che modo è presente nelle tue collezioni?

È soprattutto una straordinaria attenzione alle forme e ai dettagli. La considero il mio riferimento costante.

Cosa si aspettano i buyer dall’Italia?

Si aspettano tanta eleganza e qualità, ovvero quello per cui siamo riconosciuti, ma con un twist originale e contemporaneo.

“Attitudine cosmopolita” è un’espressione che incontro spesso nelle cartelle stampa dei brand italiani emergenti. Essere italiani non basta? Cosa vuol dire aggiungere un elemento cosmopolita al proprio design?

Si tratta di creare un prodotto rivolto a diverse persone e personalità, indipendentemente dal mercato di appartenenza. E di riflettere il lifestyle di oggi: sono italiano, ma la vita mi porta a viaggiare in tutto il mondo, il che inevitabilmente influenza ciò che creo.

La moda italiana si è affermata nel dopoguerra anche grazie al cinema e ai divi di Hollywood. Penso per esempio al Marcello Mastroianni de La dolce vita e al suo atteggiamento annoiato e blasé. È un tuo riferimento?

Certo, penso che Mastroianni rappresenti una delle massime icone dell’eleganza maschile.

Ti piace andare al cinema?

Guardo molti film, al cinema e a casa, sono ossigeno per la mente.

Al momento hai un regista o un genere preferito?

Mi piace molto Wes Anderson. Scelta banale? È vero che al momento ha un love affair con la moda, ma rivedo un po’ della sua estetica anche nelle mie collezioni di qualche anno fa.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015

Andrea Pompilio, Spring/Summer 2015.

Quale attore italiano contemporaneo ti piacerebbe vedere in AP? E tra gli stranieri? 

Tra gli italiani, mi piacerebbe vestire Filippo Timi e Riccardo Scamarcio. Tra gli internazionali, Louis Garrel e Xavier Dolan. Ma anche una donna, su tutte Alba Rohrwacher.

Qualche mese fa ho visto al cinema Cenerentola di Kenneth Branagh. Le bambine e le mamme, in sala, erano estasiate dal suo vestito azzurro. La moda serve a far sognare o a riportarci con i piedi per terra?

La moda deve far sognare, perché ha il potere di raccontare storie e di comunicare un’atmosfera. È importante però non lasciarsi prendere troppo la mano, perdendosi in inutili virtuosismi: al di là dello show, il prodotto finale deve risultare indossabile e desiderabile.

Come nasce una collezione AP? Quali sono i tuoi mondi di riferimento?

Sono un grande osservatore della realtà che mi circonda. Amo prendere ispirazione da pezzi di vita che mi trovo a osservare direttamente, siano essi il frenetico via vai di passeggeri nella hall di un aeroporto o dei momenti incorniciati in una dimensione più ordinaria. Assimilo tutto, lo rielaboro inconsapevolmente e lo trasporto come in un dejà vu nelle mie collezioni. Molto nasce da istantanee scattate qua e là, da appunti presi in viaggio che poi si traducono in un dettaglio, in un pezzo finale. Ma spesso solo a lavoro ultimato riesco a razionalizzare, e a riconoscere determinate ispirazioni, e perfino persone, in ciò che ho disegnato.

Hai iniziato dalla moda uomo. Adesso si parla molto di moda gender-neutral o genderless. Cosa significa? Che ne pensi?

Lo trovo un concetto molto interessante. È molto stimolante l’idea che uomo e donna possano condividere parte del guardaroba. Con le mie collezioni donna, per esempio, non punto a costruire un’identità distinta, ma piuttosto ad adattare il dna Andrea Pompilio alle esigenze femminili. Le collezioni donna partono dagli stessi temi di quelle maschili, e presentano perlopiù riadattamenti degli stessi capi.

Le donne che vestono AP desiderano essere sexy? 

Desiderano essere sensuali, ma di una sensualità non scontata, non convenzionale. Mi piace immaginare una donna forte, di grande personalità, che riesce a essere affascinante anche con una giacca sartoriale di taglio maschile.

Qual è la prima sfilata cui hai assistito dal vivo? 

Versace, poco dopo essermi trasferito a Milano. Fu un’emozione enorme ritrovarmi nel backstage accanto alle top model del momento. Per me era tutto nuovo, una sorpresa continua.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015

Andrea Pompilio, Spring/Summer 2015.

Che importanza ha la dimensione dello spettacolo per uno stilista?

Non dico che non ci sia, ma sicuramente non è la componente principale di questo mestiere. Come ripeto sempre, fare il designer, specialmente quando si lavora sul proprio progetto, è duro lavoro e poco glamour. Questo aiuta a tenere i piedi per terra.

Nelle tue collezioni uomo il colore cattura la vista. Ti interessa anche il tatto? Come scegli i tessuti?

Assolutamente. Giocare con il colore è una delle mie prerogative, ma altrettanto cruciale è la scelta dei tessuti. Di un tessuto mi interessano tatto, pesantezza, colore. Comunque, al di là di elementi specifici, è fondamentale quello che un materiale riesce a comunicarmi; anzi, spesso è proprio questo il punto di partenza per immaginare una collezione.

Sei naufrago come Tom Hanks in Cast Away. L’“amico Wilson” di Tom era un pallone. Quale sarebbe il tuo “amico Wilson”?

Se mai naufragassi su un’isola deserta, mi godrei un po’ di sana solitudine sotto il sole tropicale!

Andrea Pompilio

Andrea Pompilio.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015

Andrea Pompilio, Spring/Summer 2015.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015

Andrea Pompilio, Spring/Summer 2015.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015

Andrea Pompilio, Fall/Winter 2015-2016.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015

Andrea Pompilio, Fall/Winter 2015-2016.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015

Andrea Pompilio, Fall/Winter 2015-2016.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015

Andrea Pompilio, Fall/Winter 2015-2016.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015

Andrea Pompilio, Fall/Winter 2015-2016.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015-2016

Andrea Pompilio, Fall/Winter 2015-2016.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015-2016

Andrea Pompilio, Fall/Winter 2015-2016.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015-2016

Andrea Pompilio, Fall/Winter 2015-2016.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015-2016

Andrea Pompilio, Fall/Winter 2015-2016.

Andrea Pompilio, Autunno/Inverno 2015-2016

Andrea Pompilio, Fall/Winter 2015-2016.


Silvia Vacirca

Scrive di moda per FlairPIZZAdigitaleRivista StudioVestoj. Insegna Fashion & Media alla Richmond University in Rome. Ama le parole e il tiramisù.


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