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Shiawase Banana
Nendo

30 luglio 2015

Il primo a intuire il potenziale di frutta e verdura come imballaggio naturale per il trasporto e la conservazione degli alimenti, è stato il geniale Bruno Munari. In un meraviglioso capitolo di Da cosa nasce cosa il maestro milanese descrive come la conformazione dell’arancia e quella dei piselli siano già progetti perfetti di packaging che la natura fornisce ai consumatori, senza necessità di artifici supplementari. Sulla stessa scia, parecchi anni dopo, troviamo il giapponese Naoto Fukasawa, con una serie di prototipi per contenitori di succhi di frutta 100 per cento naturali nei quali texture, colori e aspetto esterno vengono riprodotti in forma di Tetra Brik, senza scritte evidenti. Ora tocca al prolifico Oki Sato, anima dello studio Nendo, che in sintonia con i suoi illustri predecessori ha dato vita al progetto Shiawase Banana. Le banane Shiawase, molto pregiate, sono coltivate in una piantagione che si trova a più di 1.000 metri di altezza, all’interno di un parco nazionale, nella regione centro-settentrionale dell’isola di Mindanao, nelle Filippine, utilizzando solo concimi organici e riducendo al minimo l’uso di pesticidi. Il packaging di queste banane sembra proprio il punto medio tra l’ispirazione data dalla natura, che Munari ci ha insegnato a cogliere, e il gioco di spiazzamento nello scarto tra reale e artificiale di Fukasawa. Nendo crea una pellicola adesiva, che riproduce fedelmente colore e polpa della buccia di banana, la quale una volta “sbucciata” rivela le informazioni nutrizionali di questo frutto speciale. La sua storia viene così raccontata giocando su una curiosità visiva in grado di generare un gesto spontaneo. Altrettanto mimetica è poi la confezione per il trasporto dell’intero frutto, con note grafiche e ulteriori informazioni che sfruttano la “piegabilità” di un altro supporto cartaceo, questa volta più ampio e a forma di foglia di banana. È un modo per raccontare una vicenda di buona coltivazione e produzione, capace di trasmettere un messaggio positivo anche nel nome: “shiawase” in giapponese significa “felicità”.

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Domitilla Dardi

Indecisa tra la storia dell’arte e quella dell’architettura, incontra alla fine del secolo scorso il design e da allora non lo molla più. Ama avere a che fare con tutto ciò che prevede l’uso di ingredienti, la loro scelta, miscelazione, trasformazione: dalla scrittura alla cucina, dalla maglia al progetto, dai profumi ai colori. È curatore per il design al MAXXI e docente di Storia del Design allo IED.


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