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Biennale di Venezia, Arte 2013
Islanda

16 Ottobre 2013

Il Gran Kan possiede un atlante in cui sono raccolte le mappe di tutte le città: quelle che elevano le loro mura su salde fondamenta, quelle che caddero in rovina e furono inghiottite dalla sabbia, quelle che esisteranno un giorno e al cui posto ancora non s’aprono che le tane delle lepri. […] Il catalogo delle forme è sterminato: finché ogni forma non avrà trovato la sua città, nuove città continueranno a nascere.

Italo Calvino, Le città invisibili (introduzione al IX capitolo)

Palazzo Zenobio, o Collegio Armeno, è un luogo piuttosto isolato, lontano dai circuiti turistici della città. Le sue mura grigie, incrostate di vecchio intonaco, mantengono soltanto il ricordo degli antichi sfarzi secenteschi. L’atmosfera è stregata, una dolce e malinconica desolazione accarezza il palazzo. È uno dei luoghi di Venezia che amo di più. Su un lato dell’edificio corre un’ampia distesa d’erba incolta: su di essa s’affaccia la lavanderia, un massiccio corpo squadrato privo di ornamenti e decori, il cui aspetto dimesso s’adatta pienamente alla funzione che ricopriva in passato. È questa la sede del Padiglione islandese, un modesto ex-lavatoio, un ambiente spoglio, austero ed essenziale. Ed è proprio qui che l’artista islandese Katrín Sigurðardóttir ha deciso di collocare la sua nuova installazione scultorea, intitolata Foundation.

Biennale di Venezia, Arte 2013, Padiglione Islanda

Il progetto, a cura di Ilaria Bonacossa e Mary Ceruti, consiste in un grande pavimento sopraelevato costituito da formelle d’ispirazione barocca, realizzate a mano dall’artista stessa e dai suoi collaboratori. La superficie fluttuante si estende oltre il perimetro della lavanderia: le mattonelle sfondano le pareti dell’edificio, le composizioni floreali bianche e nere ne trafiggono i muri per ricomporsi in una graziosa geometria al di là della cinta del fabbricato. L’area del pavimento baroccheggiante riproduce la pianta di un tradizionale padiglione settecentesco: architettura che s’inserisce a fatica nel corpo dell’edificio, spezzandosi in varie propaggini esteriori, invadendo parte del territorio circostante. La superficie galleggiante costituisce le fondamenta di un padiglione immaginario (il modello è quello dei padiglioni nazionali ai Giardini): la solidità del basamento rimanda a un’assenza – quella di una sede “ufficiale” dell’Islanda in Biennale – mentre la preziosità della fattura dissimula una condizione d’emarginazione – quella di un paese lontano, situato all’estremo nord dell’Europa, reduce dalla disastrosa bancarotta del 2008.

Biennale di Venezia, Arte 2013, Padiglione Islanda

A ben vedere, la forma stessa della scultura ricorda quella dell’Islanda. Il perimetro spezzettato del pavimento evoca le coste frastagliate dell’isola. Lo spessore della superficie, alla quale si accede tramite scalini, rammenta la compattezza dei ghiacci di cui è composta. L’artista impianta nel fabbricato secentesco una riproduzione imperfetta del proprio paese; gli arabeschi della decorazione pavimentale tracciano una rotta impossibile su di una mappa fittizia, immaginata. Per esplorare la superficie scultorea è necessario salire e scendere i gradini, curvarsi sotto piccole porticine, inerpicarsi su una scala che conduce al terrazzo – e godere, da qui, di una veduta “aerea”. Il pavimento di Foundation, in un certo senso, emerge da un impulso cartografico “emozionale” – così come ce lo descrive Giuliana Bruno nel suo Atlante delle emozioni: Katrín Sigurðardóttir racconta l’Islanda attraverso l’assenza, la separazione e l’inadeguatezza – tutti elementi della sua personale topografia.

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Federico Florian

Storico dell’arte e aspirante scrittore, vive a Milano e ha un debole per l’arte contemporanea. Collabora con Arte e Critica e altre testate. Violinista e instancabile viaggiatore, ama la buona letteratura. Sogna una critica d’arte agile e fresca, e aspetta di scrivere il romanzo perfetto.


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