Marina Abramović
L’arte della performance

8 maggio 2015

Marina Abramović non ha bisogno di presentazioni, o forse sì. Prima di calcare la scena glamour internazionale, al fianco di celebrità come Lady Gaga, Jay-Z e James Franco, prima anche di trasformare una mostra, la sua personale al MoMA di New York del 2010, in uno scambio di sguardi, Marina Abramović ha sdoganato l’arte della performance. Una rivoluzione calibrata sui tempi di azione del corpo dell’artista, e su quelli di reazione di un pubblico sempre più ampio, e quanto mai polarizzato tra sentimenti di attaccamento e ostilità. Lei, sempre impassibile, ha messo in pericolo la sua vita con rivoltelle, coltelli e altri strumenti di tortura, e ha raggiunto livelli di impalpabile poesia camminando 2500 km lungo la Muraglia Cinese per chiudere la storia d’amore e il sodalizio artistico con il performer tedesco Ulay. Adesso per molti è una rockstar, per altri il guru dietro l’Abramović Method: un sistema di preparazione (del corpo e della mente) a performance artistiche di lunga durata, intorno al quale ruoteranno le attività del suo MAI Marina Abramović Institute, in costruzione a Hudson, nello stato di New York. L’abbiamo incontrata a San Paolo, dove è stata protagonista della mostra Terra Comunal al Sesc Pompeia.

Da quando ha adottato la performance come metodo di espressione artistica, ha imposto al suo corpo esperienze dolorose, che rimandano tutte a un senso di violenza e di morte. Penso a opere più esplicite come quelle del ciclo Rhythm (1973-74), dove si taglia e si sottopone alla roulette russa, ma anche a gesti più meditavi come Nude with Skeleton (2002, 2005, 2010, 2015). Poi qualcosa è cambiato nel suo approccio al corpo. Silenzio e immobilità hanno preso il sopravvento. Dobbiamo parlare di un prima e un dopo, o meglio di due Marina Abramović?

Non è la mia opera, sono io a essere cambiata. Quando fai questo tipo di lavoro, impari e cambi attraverso il lavoro stesso. Non ci sono due Marina Abramović. È sempre la stessa, che ha attraversato certe situazioni e ha imparato determinate cose. È molto facile essere violenti con il proprio corpo, ben più difficile è lavorare con la propria testa: dicono che usiamo solo il 33% del nostro cervello.

Marina Abramović, Brasil, 2015.

Marina Abramović, Sesc Pompeia, Brasile, 2015. Foto: Erika Mayumi.

Sta dicendo che ha attraversato un processo di apprendimento?

Ogni performance chiama in causa l’apprendimento. Ed è difficile. Quando crei un’opera d’arte vorresti metterci tutta te stessa, ma non ci riesci mai. È frustrante, ma è anche il motivo per cui, poi, produci un’altra opera, e un’altra ancora. Se riuscissi a mettere tutto in un’opera, smetterei di fare arte. Per me ogni lavoro è frutto di un processo di apprendimento, ed è un passo verso quello successivo. È fondamentale maturare attraverso il proprio lavoro. Non ha più senso che mi tagli: l’ho già fatto, mi ripeterei. E un artista non deve mai ripetersi. Ho fatto molta strada dai miei esordi negli anni Settanta, e oggi mi interessa soprattutto essere una guida per il pubblico. Non avrei mai pensato una cosa del genere quando ho cominciato. Ho avuto bisogno di tempo, anni, perché sono necessari anni per evolversi.

Sembra un percorso che si muove dall’esterno verso l’interno, dal corpo alla mente.

Sì, assolutamente.

Eppure, anche durante e dopo quello che molti considerano il punto di svolta della sua carriera, The Artist is Present (2010), si percepisce una certa esigenza di mettere a dura prova il corpo. Per quella performance, in particolare, lei rimase seduta in silenzio per sette ore al giorno, sei giorni su sette, per tutta la durata della sua mostra al MoMA di New York. Il logoramento fisico è un fil rouge esplicito nel suo lavoro?

No, il fil rouge è il tempo. E le performance di lunga durata orientano la mia ricerca sempre più sul senso del tempo. Il tempo è molto importante, ed è importante il tempo che serve a esaurire le proprie energie per mettersi in contatto con l’energia universale. Un semplice esempio: dopo una lunga corsa in un parco, può capitare di sentirsi così stanchi da voler solo andare a casa, farsi una doccia e riposare. Ma se nel preciso momento in cui smetti di correre un uomo ti punta una pistola e ti dice “Ti uccido se non corri”, come reagisci? Certamente ti metti a correre, nonostante tu abbia esaurito ogni riserva di energia. Ecco, quello è il momento in cui cominci ad attingere all’energia universale e, volendo, potresti correre per sempre.

Marina Abramović, Brasil, 2015.

Marina Abramović, Sesc Pompeia, Brasile, 2015. Foto: Erika Mayumi.

Nonostante il suo lavoro sia interamente dedicato alla performance e imperniato sul tempo, il grande pubblico ha la possibilità di apprezzarlo solo tramite foto e video, ovvero in una modalità che comprime o elimina del tutto il senso della durata. Le immagini sono spesso assai costruite e comunicano un senso di immobilità, come delle icone.

Fotografie e video sono semplicemente un modo per raggiungere chi non può assistere alle performance dal vivo. Ciò non toglie che la performance resti uno strumento più forte di qualsiasi immagine, tanto più oggi che le persone fanno un uso intenso della tecnologia. La performance è un’arte senza tempo, che richiede la presenza diretta dello spettatore: l’esperienza mediata non è mai la stessa cosa. Le mancherà sempre la forza della realtà.

E cosa succede quando l’artista non c’è, o non può più essere presente?

A questo proposito ho pensato di dare ad altri la possibilità di replicare le mie performance. Qui a San Paolo ho chiesto a dei giovani artisti brasiliani di riproporre Nude with Skeleton a SP Arte, e altri tre miei lavori alla mostra che si è tenuta al Secs Pompeia. È un modo di tenere in vita le performance: farle vivere attraverso la vita degli altri. Per questo ho ricevuto molte critiche da parte di artisti della mia generazione. Mi hanno detto: “È il tuo lavoro, come può essere replicato da qualcun altro?”. Credo sia un atteggiamento decisamente egoistico: devi dare ad altri l’opportunità di fare esperienza del tuo lavoro. Anche perché questo è l’unico modo per far sopravvivere il tuo lavoro: se l’altro ci mette la sua personalità, il suo carisma e la sua interpretazione, è comunque sempre meglio di niente.

Attualmente sta allestendo una struttura che si chiamerà Marina Abramović Institute. Si occuperà di gestire i diritti delle sue performance?

Sì, e non solo le mie. Sarà un’istituzione di riferimento per replicare anche le performance storiche di altri artisti. Quando ho realizzato Seven Easy Pieces (2005) per la mia mostra al Museo Guggenheim di New York, ho selezionato performance che non avevo mai visto dal vivo. Ho recuperato immagini d’archivio, ho dovuto ricostruirle prima di replicarle, e così facendo le ho trasformate in qualcosa di diverso. Questo processo mi ha fatto capire l’enorme potenzialità di un’operazione del genere, e ho iniziato a pensare che potrebbe funzionare per tutti.

Come hanno reagito i colleghi?

L’annuncio del progetto MAI mi ha esposto a molte critiche, che credo non tengano conto di un fatto: i giovani artisti replicano comunque le nostre performance, e di solito le rubano senza il nostro consenso. Non è giusto. È importante conoscere la storia e condividerla, così che altri artisti possano richiedere l’autorizzazione di utilizzare un determinato lavoro.

Marina Abramović, Brasil, 2015.

Marina Abramović, Sesc Pompeia, Brasile, 2015. Foto: Erika Mayumi.

Ottenere le autorizzazioni per replicare il lavoro altrui comporta un lavoro immane. Come si è organizzata?

È molto difficile trovare i soldi per realizzare struttura e progetto: ne abbiamo raccolti un po’ con una campagna di fundraising su Kickstarter. Ora siamo in viaggio, e ci fermeremo solo quando potremo entrare nella struttura che accoglierà l’istituto. Fino a quel giorno il Marina Abramović Institute mi seguirà ovunque: adesso è a San Paolo, domani in Australia. Sono molto soddisfatta di quanto è stato fatto in Brasile. Sono riuscita a produrre la mostra e a propagare il Metodo Abramović, che prepara alla fruizione delle opere di lunga durata da parte di giovani artisti brasiliani.

Parlami del MAI. Perché ha deciso di costruirlo a Hudson invece che in Europa dov’è nata o dove ha vissuto la maggior parte della sua vita?

Vede, ho vissuto in Europa per molto tempo, e lavorato in ogni paese e in ogni museo. Poi ho compiuto 58 anni, e mi sono trasferita a New York perché così voleva il mio fidanzato di allora. Ho detto “Ok, proviamo”, anche se temevo che la competizione sarebbe stata brutale. A New York vivono più di 400mila artisti, come sarei riuscita a fare qualcosa? Da allora in America ho realizzato solo quattro progetti, ma quei quattro progetti mi hanno proiettato in una dimensione che in Europa non avevo mai raggiunto. La verità è che agli europei interessa molto quello che fanno gli americani, mentre agli americani non frega nulla di quanto si fa nelle altre parti del mondo. Se guardi i loro programmi di news parlano di Brooklyn e di quello che gli succede attorno. Non sono per niente internazionali. E oggi in Europa ho molte più opportunità proprio perché vivo in America. E poi l’America è una società così squilibrata e materialistica: gli artisti dovrebbero vivere dove le cose sono difficili, non facili. Ho vissuto ad Amsterdam per molto tempo: lì è tutto pagato dal governo, la gente è fatta tutto il giorno, vive alla grande, può non fare nulla. Per me non era stimolante. A New York è tutto folle, senti un’enorme pressione, sei circondato da informazioni visive, hai un incredibile inquinamento acustico, è veramente stressante. Wow. È per questa città che ho creato The Artist is Present, è questa la ragione per cui ho introdotto pace e immobilità nella mia opera: qui è più efficace. Ogni altra città europea in confronto va al rallentatore.

Ho letto che per lei il MAI dovrebbe essere una sorta di “Bauhaus”, con energie provenienti da discipline assai diverse, dall’arte alla scienza, dalla tecnologia alla spiritualità. Ho anche letto una sua dichiarazione in cui sostiene che le attività dell’Istituto non saranno focalizzate sul suo lavoro. Perché allora gli ha dato il suo nome?

Perché sono diventata un brand, come la Coca Cola. Quando leggi il mio nome, sai che non si tratta di pittura o scultura, bensì di performance. Tutti i miliardari che donano soldi a musei e grandi istituzioni ricevono in cambio la possibilità di metterci il loro nome. Mi sembra giusto che un’artista che contribuisce alla cultura con il proprio lavoro possa fare lo stesso. Voglio il mio lascito, e non è questione di ego: ho dato tutto, 45 anni e oltre finché sono in vita, per qualcosa, per creare vita, per dare uno status all’arte della performance. Prima di me la performance non era nemmeno citata nei libri di storia dell’arte. Eppure non sono ricca e devo impegnarmi nel fundraising.

Marina Abramović, Shoes for Departure.

Marina Abramović, Shoes for Departure, 1991. Courtesy: Marina Abramović e Sean Kelly Gallery, New York.

I suoi detrattori sostengono che dopo The Artist is Present il suo lavoro abbia smesso di essere performance per diventare una sorta di autobiografia. È mai scesa a compromessi per raggiungere un obiettivo?

No, non sono mai scesa a compromessi, e non leggo né ascolto i critici. Faccio quello che voglio. I prezzi delle mie opere non sono aumentati dopo The Artist is Present: sono ancora quelli di un’artista a metà carriera. Certo, la mia popolarità è cresciuta, ma tra i giovani che non hanno soldi per acquistare opere d’arte.

Cosa significa essere così popolare presso questo pubblico? 

È una novità, e mi piace tantissimo perché significa che ho varcato una soglia: prima ero conosciuta solo negli ambienti artistici, oggi ho l’attenzione di un pubblico molto più ampio. Mezz’ora fa stavo camminando per strada, lontano dal Sesc Pompeia, e mi sono imbattuta in un gruppo di ragazzi di 15 o 17 anni, non di più. A un tratto hanno cominciato a gridare “Marina, ti amiamo!” e ho pensato “Come possono conoscere il mio lavoro?”. Sono sicura che non conoscevano nomi di altri artisti, perché non erano il pubblico che trovi nei musei. Eppure conoscevano il mio: saranno venuti a fare il Metodo. Probabilmente hanno messo le cuffie, e invece di ascoltare la musica hanno scoperto il silenzio…

Si aspettava di raggiungere questa popolarità?

No, perché come artista di solito arrivi, fai la tua mostra e te ne vai. Con il Metodo e le conferenze, invece, esaurisci tutte le tue energie lavorando ogni giorno. Ma ne vale la pena.

Ho partecipato a una delle sue conferenze, e ho avuto la sensazione che il punto di incontro con questo pubblico fosse un nuovo ingrediente di matrice spirituale che plasma sia il suo lavoro recente sia il Metodo. Ironia della sorte, ho letto che ha imparato molto da due sciamani brasiliani. È vero? Cosa le hanno detto?

È così. E li ho invitati entrambi, un uomo e una donna, a fare una conferenza al Sesc Pompeia, perché mi hanno insegnato molte cose. C’è in loro un’antica saggezza, che noi abbiamo perso a causa della nostra cultura materialistica, e per la fede che riponiamo nella tecnologia. Queste persone mettono a frutto conoscenze preziose, sono in contatto con la natura e attingono a un’energia universale di cui non sappiamo nulla. Li ho visti muovere il vento.

Mi incuriosisce: qual è, dunque, la differenza tra uno sciamano e un artista? 

Il contesto. Gli artisti espongono nei musei, gli sciamani no. Quanto a me, posso imparare da loro a costruire uno spazio carismatico, e fare in modo che la gente lo penetri. Non è niente di tangibile, ma ti fa sentire diverso.

Marina Abramović, The Artist is Present.

Marina Abramović, The Artist is Present, 2012.

Marina Abramović

Marina Abramović, Crystal Cinema I, 1991.

Marina Abramović, Rhythm 5.

Marina Abramović, Rhythm 5, 1974. Foto: Nebojsa Cankovic.

Marina Abramović, The Rest Is Silence.

Marina Abramović, The Rest Is Silence, 2013. Foto: Knut Bry e Ekebergeparken Oslo.

Marina Abramović. Photo: Nabil Elderkin, 2013.

Marina Abramović, 2013. Foto: Nabil Elderkin.


Sara Dolfi Agostini

Curatrice e giornalista, vive tra l’Italia e gli Stati Uniti, ma spesso cambia rotta per visitare musei, biennali e studi d’artista. Specializzata in arte contemporanea e fotografia, ha co-curato il progetto di arte pubblica ArtLine Milano e scritto il libro Collezionare Fotografia (2010, con Denis Curti). Collabora con Il Sole 24 Ore dal 2008.


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