Christo
The Floating Piers

10 giugno 2016

“In oltre cinquant’anni di attività, Jeanne-Claude e io abbiamo realizzato solo 22 delle 59 opere che abbiamo ideato, a causa delle difficoltà di ottenere i permessi. Per alcuni dei progetti incompiuti abbiamo perso interesse, altri invece ci sono rimasti nel cuore: The Floating Piers è uno di questi”. Sono passati oltre sei anni dalla scomparsa di sua moglie, ma Christo, al secolo Christo Vladimirov Yavachev, ne parla come se fosse ancora al suo fianco. Alla fine del 2009, Jeanne-Claude è scomparsa improvvisamente a causa di un aneurisma cerebrale, interrompendo un lungo sodalizio umano e professionale. Christo però non si è dato per vinto e ha continuato a battersi per realizzare le opere pensate insieme a lei. L’ultima delle quali sarà inaugurata il prossimo 18 giugno al lago d’Iseo. The Floating Piers è un sistema di pontili galleggianti che abbraccia l’isola di San Paolo e parte di Montisola, unendole alla terraferma (il percorso inizia dal paese di Sulzano). Una passeggiata a pelo d’acqua lunga più di tre chilometri, aperta al pubblico giorno e notte per tre settimane, e destinata a cambiare temporaneamente faccia al lago. I progetti della coppia di land-artist, per l’impatto che hanno sugli spazi pubblici, prevedono solitamente un lungo processo di realizzazione. Impacchettare il Reichstag tedesco (1995), rivestire il Pont Neuf di Parigi (1985) o disseminare il parco più famoso di New York di cancelli di tessuto colorato (2005), non sono operazioni semplici da compiere, richiedono un’infinità di permessi burocratici, oltre a un solido piano ingegneristico. “Tutti gli artisti vorrebbero che la loro arte facesse discutere. I nostri lavori sono gli unici capaci di farlo ancora prima di essere creati”, scherza Christo quando lo incontriamo sulla terrazza di un albergo al lago d’Iseo. L’artista 81enne parla inglese con un forte accento dell’Est Europa. È cittadino americano e vive a New York da oltre quarant’anni, ma le origini bulgare colorano ancora la sua voce. Con jeans, giubbotto antivento e stivali di gomma è appena tornato da un giro in barca per controllare lo stato di avanzamento della nuova installazione. Appare soddisfatto, questa volta ha fatto tutto in soli due anni, un record per i suoi standard. Un risultato ottenuto grazie al rapporto longevo che lo lega al mondo dell’arte italiano, e anche un po’ alla fortuna.

Christo, The Floating Piers, 2014. Disegno. Foto: André Grossmann.

Christo, The Floating Piers, 2014. Disegno. Foto: André Grossmann.

Come ha fatto a completare l’installazione in tempi così brevi?

Un po’ di fortuna ci vuole sempre e questa volta ne abbiamo avuta parecchia. Sapevo di dover ottenere i permessi da quattro soggetti principali: il presidente dell’autorità di bacino, i sindaci dei due comuni coinvolti – Montisola e Sulzano – e il proprietario dell’isola di San Paolo. Conosco il critico Germano Celant da tanti anni e gli ho chiesto se poteva darmi una mano. Abbiamo cominciato dall’isola privata, che è di proprietà della famiglia Beretta. Franco Beretta ha subito mostrato entusiasmo per il progetto e ha facilitato l’incontro con le autorità locali. Appena arrivato all’appuntamento, ho capito che il presidente dell’autorità del bacino, Giuseppe Faccanoni, era la persona giusta per sostenere The Floating Piers. Ha studiato a New York, conosceva il mio lavoro, aveva visto le istallazioni che feci a Milano negli anni Settanta. Viene da una famiglia illuminata, imparentata con Vladimir Nabokov. I suoi antenati hanno progettato la prima rete fognaria moderna nella Vienna asburgica e hanno costruito la più bella villa in stile liberty del lago. Non fosse stato per lui, probabilmente non sarei mai riuscito a portare a termine il progetto.

Christo nel suo studio mentre realizza i disegni preparatori per The Floating Piers, New York, novembre 2015

Christo nel suo studio mentre realizza i disegni preparatori per The Floating Piers, New York, novembre 2015.

Da dove viene l’idea di The Floating Piers?

Alcuni interventi sono pensati per un sito specifico – Wrapped Reichstag per il parlamento di Berlino e Surrounded Islands per le isole di Biscayne Bay a Miami, per esempio. Altri, invece, possono essere adattati a luoghi diversi, com’è stato per Wrapped Coast, dove abbiamo impacchettato un tratto di costa australiana, e Valley Curtain, che ci ha impegnati nella posa di una gigantesca tenda arancione fra due montagne in Colorado. The Floating Piers appartiene a questa seconda categoria: l’idea nasce nel 1970 e il primo tentativo fallito di realizzarla fu nel delta del Rio de la Plata, davanti a Buenos Aires. Il design era lo stesso, salvo prevedere la creazione di pontili fissi ricoperti di tessuto: allora non era ancora possibile renderli galleggianti, o comunque era tecnicamente molto difficile. Nel 1997 ci abbiamo riprovato in Giappone, nella baia di Tokyo. Abbiamo lavorato per due anni fra mille difficoltà con le autorità locali. Alla fine Jeanne-Claude era furiosa e abbiamo lasciato perdere. Nel 2014 stavo lavorando a due progetti, Over The River in USA e The Mastaba ad Abu Dhabi. Erano già passati nove anni da quando avevamo terminato l’ultima opera, The Gates a Central Park. Avevamo continuato a investire energie e soldi per portare avanti i due progetti, senza successo. Un giorno, mentre ero in viaggio da Basilea, dove ho un deposito di opere d’arte, mi sono detto: basta, voglio realizzare almeno un’altra opera finché sono in vita. E ho pensato che forse avrei potuto costruire The Floating Piers in Italia. Prima di emigrare negli Stati Uniti, Jeanne-Claude e io abbiamo passato molto tempo qui. Abbiamo fatto tre installazioni, a Spoleto nel 1968, a Milano nel 1970 e a Roma nel 1973. Siamo stati protagonisti di varie mostre, conosciamo curatori e galleristi. Mi piaceva l’idea di tornare in Italia e speravo di ricevere un’accoglienza migliore rispetto agli Stati Uniti o alla penisola araba. Questo è quello che mi ha convinto.

Christo, The Floating Piers, 2014. Disegno. Foto: André Grossmann.

Christo, The Floating Piers, 2014. Disegno. Foto: André Grossmann.

Perché ha scelto proprio il lago d’Iseo?

Conoscevo il lago dagli anni Sessanta. Sono venuto a fare un sopralluogo in incognito, dicendo a tutti che andavo al mio deposito in Svizzera. La presenza di Montisola è stata fondamentale. È la più alta isola lacustre d’Europa, dove vivono quasi duemila persone collegate alla terraferma solo da un traghetto. L’idea di unirle alla sponda con un pontile mi affascinava. Poi c’è il fattore topografico, che garantisce la possibilità di vedere l’installazione da diverse altezze. E la sua vicinanza a Milano e Venezia, che la rende facilmente raggiungibile anche dall’estero. E poi, come dicevo, c’era la speranza di ottenere i permessi in tempi ragionevoli.

Anche se la burocrazia italiana non è certo famosa per la sua rapidità.

Sì, ma in Italia ho buoni amici, sapevo di poter contare su di loro. Prima citavo Germano Celant, che conosco da più di cinquant’anni: lui mi ha aiutato e ha avuto l’accortezza di tenere il progetto segreto fino all’ultimo. Credo che questo abbia contribuito a evitare intoppi e a rendere il processo più spedito. Fortuna e conoscenze sono fondamentali, ma questo succede ovunque, non solo in Italia. Ho cominciato a chiedere i permessi per incartare il parlamento di Berlino nel 1971. La chiave per ottenere l’autorizzazione era convincere il presidente della Camera, ovvero il padrone di casa. Ho dovuto attendere l’elezione di sei presidenti diversi per trovare l’appoggio giusto. Una cosa simile è successa anche a New York per The Gates, che fu rifiutato due volte nel 1979 e nel 1981. A metà degli anni Ottanta, diventammo amici di un imprenditore che aveva appena fondato una piccola agenzia di stampa specializzata in notizie finanziarie. Solo quando questa persona è diventata sindaco di New York siamo riusciti finalmente a realizzare il progetto. Era Michael Bloomberg.

Christo, The Floating Piers, 2014. Disegno. Foto: André Grossmann.

Christo, The Floating Piers, 2014. Disegno. Foto: André Grossmann.

Quali difficoltà avete dovuto superare per portare a termine The Floating Piers?

Le nostre opere sono uniche, questo significa che, tecnicamente, non sappiamo mai come realizzarle a priori. Di solito funziona così: comincio a sognare e disegnare nel mio studio a Manhattan, poi creiamo una squadra di tecnici per valutare la fattibilità del progetto. In questo caso, abbiamo assunto una società d’ingegneri che ha redatto un documento di oltre 100 pagine per ottenere i permessi. I pontili sono formati da oltre 200.000 cubi galleggianti di plastica, ricoperti da 70.000 metri quadri di tessuto giallo cangiante (un nylon rinforzato) e ancorati al fondo del lago con 170 pesi da 5 tonnellate ciascuno. La copertura è più larga del pontile: in questo modo i bordi in tessuto fluttuano nell’acqua, creando un effetto disorientante. L’opera è molto tattile, non è fatta solo per essere ammirata da lontano e il miglior modo per viverla è camminandoci sopra a piedi nudi. E per scoprirlo abbiamo dovuto fare delle prove dal vero. Per farlo al riparo da sguardi indiscreti, abbiamo affittato un piccolo lago privato al confine fra Germania e Danimarca. Lì abbiamo montato un pontile in scala naturale per testare le proporzioni e i materiali. Ho scelto un nylon che cambia colore in base alla luce e all’umidità. E per essere certi che la struttura tenesse, ci siamo passati sopra con un fuoristrada.

Christo, The Floating Piers, 2015. Disegno. Foto: André Grossmann.

Christo, The Floating Piers, 2015. Disegno. Foto: André Grossmann.

Quanto costa un’operazione di questo genere?

Circa 15 milioni di euro, ma a questa domanda Jeanne-Claude avrebbe risposto: chi può dire esattamente quanto costa crescere un figlio? Quel che è certo, è che tutti i nostri interventi sono autofinanziati attraverso la vendita di opere preparatorie come quadri, disegni e schizzi. Non abbiamo mai accettato commissioni o sponsorizzazioni di alcun tipo perché vogliamo avere il controllo totale di quello che facciamo. Tutte le nostre opere hanno un valore puramente estetico, sono necessari solo per me e Jeanne-Claude.

L’uso di tessuti per impacchettare, ricoprire o mascherare spazi e strutture è una costante nel suo lavoro.

Il tessuto è un elemento che rende bene il carattere nomadico dei miei progetti. Permette di essere installato in situ nel giro di poco tempo, proprio come fanno i nomadi quando montano le proprie tende e si stabiliscono temporaneamente in un luogo. È anche un elemento fragile e primordiale, come un’estensione della nostra pelle. E ha un carattere sensuale che trasmette un certo magnetismo.

Progetta ancora nuove installazioni o concentra le energie nel portare a termine vecchi progetti?

Non ho un piano preciso, cerco di essere spontaneo. Prima di farmi prendere dal capriccio di realizzare The Floating Piers ero concentrato su Over The River e The Mastaba. Il primo vuole ricoprire un tratto del Colorado River con un tessuto sospeso, l’altro mira creare un’enorme scultura fatta con barili di greggio nel deserto di Abu Dhabi. I piani per quei due progetti sono talmente dettagliati che potrebbero essere terminati anche se domani morissi in un incidente aereo.

Christo, The Floating Piers, 2016. Disegno. Foto: André Grossmann.

Christo, The Floating Piers, 2016. Disegno. Foto: André Grossmann.

La collaborazione con sua moglie risale al 1961. Che effetto le fa ora trovarsi a lavorare da solo?

È molto difficile, Jeanne-Claude è sempre nei mei pensieri. Ho vissuto e lavorato con lei per più di cinquant’anni. È stata una perdita immensa. Ci incontrammo a Parigi quando avevamo entrambi 23 anni e da allora non ci siamo mai più separati. È diventata artista per amor mio. Diceva sempre che se fossi stato un dentista lo sarebbe diventata anche lei. Per me è ancora viva, è parte del lavoro.

C’è qualcosa che le manca particolarmente?

Il suo senso critico: discutevamo e ci confrontavamo continuamente. Mi manca anche il suo umorismo. Durante uno dei tanti incontri che abbiamo fatto per presentare in pubblico Over the River e ascoltare le obiezioni dei residenti della zona, una donna ci disse che i pali piantati nel terreno per tenere il tessuto sospeso sopra il fiume avrebbero sicuramente causato un terremoto. Ovviamente era un’assurdità, ma alla fine del dibattito Jeanne-Claude era felice perché diceva di essere l’unica donna al mondo capace di creare un terremoto.

Gli artisti tendono ad avere un ego piuttosto forte. Non c’è mai stato un momento in cui avete rischiato di soffocarvi a vicenda?

No. Tutto il nostro lavoro era finalizzato a completare la nostra opera. L’ego era nell’opera stessa. Riuscire a realizzarla in uno spazio pubblico, coinvolgendo tante persone è una soddisfazione talmente grande che tutto il resto non conta.

Vista aerea del cantiere di costruzione del progetto sulla penisola di Montecolino (a sinistra) e dell'area di parcheggio per le trenta sezioni di 100 x 16 metri sul Lago d'Iseo (a destra), Aprile 2016.

Vista aerea del cantiere di costruzione del progetto sulla penisola di Montecolino (a sinistra) e dell’area di parcheggio per le trenta sezioni di 100 x 16 metri sul Lago d’Iseo (a destra), aprile 2016. Foto: Wolfgang Volz.

I lavoratori spingono uno dei telai sotto i cubi prima di fissarlo con viti, Aprile 2016.

I lavoratori spingono uno dei telai sotto i cubi prima di fissarlo con viti, aprile 2016. Foto: Wolfgang Volz.

 Foto: Wolfgang Volz.

Christo, 2016. Foto: Wolfgang Volz.

Christo, <em>The Floating Piers</em>, 2016.

Christo, The Floating Piers, 2016. Foto: Wolfgang Volz.

Christo, <em>The Floating Piers</em>, 2016.

Christo, The Floating Piers, 2016. Foto: Wolfgang Volz.

Christo, <em>The Floating Piers</em>, 2016.

Christo, The Floating Piers, 2016. Foto: Wolfgang Volz.

Christo, <em>The Floating Piers</em>, 2016.

Christo, The Floating Piers, 2016. Foto: Wolfgang Volz.


Nicola Scevola

Affascinato dalla figura del giramondo, appende presto al chiodo la laurea in giurisprudenza per fare le valige e lasciare Milano. Illudendosi di vivere ancora ai tempi di Kapuściński e Terzani, si butta nel giornalismo. Quando si rende conto che la professione è cambiata, è troppo tardi per rinunciare al piacere di raccontare storie. E smettere di fare le valige.


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