Italian Limes #01
Confini mobili sulle Alpi

30 luglio 2014

Italian Limes è un progetto di ricerca e un’installazione presentata alla XIV Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, che ha inaugurato lo scorso 7 giugno e rimarrà aperta al pubblico fino al 23 novembre. Questo post è il primo di una serie di approfondimenti che nei prossimi mesi avranno l’obiettivo di espandere i temi di ricerca alla base del progetto, delineandone possibili sviluppi e presentando materiali inediti non presenti all’interno della mostra.

“Ci sono più confini nazionali oggi nel mondo di quanti ce ne siano mai stati in precedenza”. Questa affermazione costituisce l’incipit del volume A Companion to Border Studies di Thomas M. Wilson e Hastings Donnan, una delle pubblicazioni più recenti e importanti di un nuovo campo di ricerca, quello degli studi sul confine, all’intersezione fra geografia, antropologia e scienze politiche. È un’affermazione che pone l’accento su un dato spesso celato dalla retorica contemporanea dei mercati globali e dell’iper-connettività: anche se il processo di digitalizzazione in atto ha rimosso molti vincoli materiali al nostro vivere quotidiano, viviamo in un mondo ancora legato alla logica ottocentesca delle istituzioni nazionali e del loro principio di sovranità. La lotta per l’indipendenza territoriale rimane la priorità per qualsiasi minoranza, assecondando il pensiero per cui il riconoscimento da parte della comunità internazionale passi, innanzitutto, attraverso la definizione di un perimetro che circoscriva una porzione di terra inviolabile.

Quando ci è stato chiesto di formulare una proposta per Monditalia (una delle tre sezioni della Biennale di Architettura di quest’anno, in cui l’Italia diviene chiave di lettura della condizione globale contemporanea), eravamo interessati a esplorare la trasformazione che il Confine di Stato – in quanto istituzione formale – ha subito dopo la firma degli Accordi di Schengen del 1995. L’atto di valicare il confine – un tempo, una delle esperienze più vivide attraverso cui riconoscersi parte di una comunità nazionale – è progressivamente scomparso all’interno dell’Unione Europea. Nel corso degli ultimi vent’anni, quasi ogni presenza fisica del confine si è dissolta (da vedere il bel progetto fotografico sulle dogane abbandonate d’Europa del fotografo polacco Josef Schulz). Oggi, per un cittadino occidentale, la nozione stessa di confine rimane un concetto astratto, legato alla rappresentazione e alla memoria di una linea su una mappa. Il confine terrestre italiano, tuttavia, costituisce tuttora un limite visivo molto forte: l’arco alpino è una barriera naturale che dà all’Italia il suo profilo così ben riconoscibile – oltre a creare una forte discontinuità territoriale con il resto del continente. Inoltre, i confini che attraversano le Alpi hanno subito una notevole evoluzione del loro ruolo e della loro natura. Fino alla fine del secolo scorso, essi negoziavano un ampio spettro di relazioni internazionali: dai rapporti amichevoli con Francia e Austria (alleate NATO), alla mediazione con l’enclave economica e politica svizzera, fino alla ben sigillata frontiera con l’ex-Yugoslavia – di fatto, l’estremo tratto meridionale della Cortina di Ferro. Questo scenario, oggi, sembra un paesaggio dimenticato, coperto dalla polvere del passato.

Valico alpino, confine italo-austriaco. / Mountain pass on the Italian-Austrian border. Google Street View.

Valico alpino, confine italo-austriaco. Google Street View.

Ci interessava, inoltre, indagare cosa fosse un confine, da un punto di vista sia fisico che legislativo. Come lo si riconosce, quando lo si attraversa? Esistono sostanziali differenze fra confini naturali e artificiali? A quale grado una regione di confine risente della sua condizione liminale? Non da ultimo, volevamo guardare alle Alpi come a una particolarità prettamente europea: pur essendo come un grande parco nel tessuto di un’enorme città policentrica – quale è oggi l’Europa – è ancora un territorio formalmente diviso fra otto nazioni diverse. A partire da queste premesse si è iniziato il lavoro di ricerca, osservando inizialmente come una regione che è stata per molto tempo uno dei principali palcoscenici della geopolitica continentale, sia ora ridotta al campo di applicazione di mere forze economiche. Perdendo il loro ruolo di filtri di mediazione politica e culturale, i valichi montani si sono evoluti in semplici canali infrastrutturali, regolamentati da norme europee, performance di mercato e standard logistici. Allo stesso tempo, l’ecosistema naturale è diventato un vasto parco a tema dagli enormi profitti stagionali. Sullo fondo di questo paesaggio variegato, le vette alpine testimoniano di una divisione ancora ben presente – anche se muta e pressoché invisibile – fra una miriade di amministrazioni locali e modelli di governance.

Il confine italiano si snoda per quasi 2.000 km da Muggia, vicino Trieste, fino a Ventimiglia, nell’estremo Levante ligure. È un tracciato che segue la geometria della linea spartiacque, che separa i bacini idrografici adiacenti attraverso tutto l’arco alpino. Il Confine di Stato è definito e mantenuto dall’Istituto Geografico Militare, l’organo cartografico ufficiale dello Stato, che ha sede a Firenze fin dal 1865 ed è parte dell’Esercito. Il suo andamento deriva in gran parte dagli accordi del Trattato di Pace di Parigi, firmato nel 1947 alla fine della Seconda Guerra Mondiale. La sua breve storia riflette molte sfaccettature della storia politica dell’Europa del Novecento. Mentre il confine italo-svizzero non ha subito grandi variazioni dall’inizio del XIX secolo, quello italo-austriaco è stato pesantemente ridefinito dalle battaglie della Prima Guerra Mondiale; quello con la Francia è stato oggetto di alcune “secondarie” cessioni da parte dell’Italia fascista dopo la sconfitta bellica alla fine degli anni Quaranta. Sempre in merito al tratto francese, è interessante notare come una delle rare dispute di confine ancora presenti in Europa sia quella della cima del Monte Bianco, che, oltralpe, è considerata interamente territorio francese, mentre per gli italiani è parte della displuviale, e quindi esattamente sulla linea di confine. La frontiera con la Slovenia, infine, è di fatto la stessa che separava Italia e Yugoslavia a partire dal 1954, anno della caduta del Territorio Libero di Trieste.

Carta d’Italia del 1947 riportante gli accordi di confine stabiliti nel Trattato di Pace di Parigi (dai tipi dell’Istituto Geografico Militare).

Carta d’Italia del 1947 riportante gli accordi di confine stabiliti nel Trattato di Pace di Parigi (dai tipi dell’Istituto Geografico Militare).

A un certo punto della ricerca ci siamo imbattuti in una notizia apparentemente secondaria, un’eccezione nell’ordinaria amministrazione delle relazioni diplomatiche fra stati confinanti. A causa del riscaldamento globale e del conseguente – ed ormai costante – ritiro dei ghiacciai alpini, la displuviale – che corre su ghiacciai perenni alle altitudini più elevate – si è spostata considerevolmente negli ultimi anni. Fra il 2008 e il 2009, il Governo Italiano ha quindi dovuto negoziare una nuova definizione delle frontiere con Austria, Francia e Svizzera, introducendo nella legislazione nazionale il concetto inedito di confine mobile, e negando così la possibilità di determinare con certezza i propri confini. Ogni due anni un’apposita commissione, composta per metà da tecnici dell’IGM e per l’altra metà da rappresentanti degli istituti cartografici dei paesi confinanti, ripercorre l’intero tracciato del Confine di Stato. Oltre a eseguire la manutenzione dei termini di confine che lo punteggiano, lo scopo è quello di determinare, con l’ausilio di strumentazione GPS ad alta precisione, gli spostamenti della superficie del ghiaccio e calcolare l’esatta posizione della displuviale, così da stabilire il nuovo tracciato del confine.

Questa vicenda – in apparenza insignificante per la quotidianità di ciascuno di noi – ha da subito dato vita a una riflessione più ampia sulle dinamiche della geopolitica contemporanea. Ha messo in luce la natura provvisoria di qualsiasi condizione di confine; ha evidenziato come le frontiere naturali siano soggette all’evoluzione dei processi ecologici, e come, infine, la tecnologia influenzi oggi il modo in cui pensiamo e operiamo a tutti i livelli. I territori più remoti delle Alpi – inaccessibili al punto da essere considerati, fino all’inizio del secolo scorso, Terra Incognita – sono stati il campo per un costante avanzamento delle tecnologie di rappresentazione del territorio. La necessità di misurare con precisione i confini fra l’Italia e le altre nazioni europee ha portato dapprima all’invenzione della fotogrammetria nel XIX secolo, alle campagne ortofotogrammetriche durante la Prima Guerra Mondiale e, più recentemente, all’immane lavoro di definizione della rete trigonometrica nazionale. Oggi, la manifestazione di questo lavoro di mappatura è resa interamente invisibile dall’adozione della tecnologia GPS, che, allo stesso tempo, ci costringe però a un livello completamente nuovo di precisione e accuratezza, e alla definizione di nuovi parametri operativi.

Una volta messi a fuoco gli obiettivi dell’indagine, si è cercato di capire come produrre un’installazione che potesse trasmettere i contenuti della ricerca al pubblico della Biennale. Abbiamo scelto un caso studio – il ghiacciaio del Similaun, dove il confine fra Italia e Austria corre per circa 1.5 km a un’altitudine di 3.330 m sul livello del mare. La lunghezza relativamente contenuta di questo tratto di confine mobile ne rendeva possibile la misurazione sul campo, mentre una precedente intervista con i geografi dell’IGM aveva appurato il fatto che in quella posizione il confine si fosse spostato in modo evidente. Abbiamo quindi raggiunto la superficie del ghiacciaio il 4 maggio 2014: qui, dopo sei ore di lavoro in condizioni ambientali non facili (a inizio maggio sulle Alpi persiste un clima ancora invernale, a un’altitudine in cui la mancanza d’ossigeno si fa già sentire per un fisico non allenato), abbiamo installato cinque unità GPS alimentate da energia solare lungo la linea di confine corrispondente alle ultime misure ufficiali eseguite dall’IGM nell’estate 2012. Una volta ogni ora, i sensori GPS trasmettono le proprie coordinate geografiche a un server remoto tramite una connessione satellitare.

I sensori GPS, alimentati ad energia solare, sul ghiacciaio del Similaun. Foto di Marco Ferrari, maggio 2014. / The solar-powered GPS sensors on the Similaun glacier. Photo by Marco Ferrari, May 2014.

I sensori GPS, alimentati ad energia solare, sul ghiacciaio del Similaun. Foto di Marco Ferrari, maggio 2014.

L’installazione alle Corderie dell’Arsenale è composta da tre elementi lungo un percorso lineare: un plastico della cima del Similaun e del ghiacciaio che si stende ai suoi piedi, a est; una raccolta di documenti inediti dagli archivi dell’IGM; una drawing machine connessa alla rete. Il modello – una riproduzione in scala 1:3.000 di una porzione delle Alpi dell’Ötztal – è stato realizzato da una fresa a controllo numerico a partire da due blocchi di gesso (poi uniti per raggiungere l’altezza complessiva del rilievo), e viene usata come superficie per la proiezione tridimensionale di un’animazione composta da cartografia storica della zona e che illustra i cambiamenti nella geometria del confine italo-austriaco fra il 1920 ed il 2012. La documentazione IGM comprende materiale fotografico, mappe e diari di campagna che testimoniano l’infaticabile opera degli addetti alla manutenzione del confine e l’evoluzione delle tecniche e degli strumenti durante il corso del secolo scorso. La drawing machine – un pantografo robotizzato controllato da un processore Arduino e programmato con Processing – è in grado di tradurre in tempo reale le coordinate ricevute dai sensori GPS in una rappresentazione degli spostamenti del confine. Funziona autonomamente e può essere attivato su richiesta di ciascun visitatore, il quale può quindi disporre di una mappa – ogni volta diversa – di un tratto del confine fra Italia e Austria, realizzata nel momento esatto della visita all’installazione.

Due mesi dopo l’ancoraggio sulla superficie del ghiacciaio – e dopo la stampa di circa 4.000 mappe da parte del pantografo – i sensori GPS continuano a monitorare gli spostamenti del confine sul Similaun. Siamo ora in piena stagione estiva, durante la quale la maggior parte dei cedimenti del ghiaccio dovrebbe avvenire, in concomitanza con lo scioglimento della massa di neve che ne ricopre la superficie per la maggior parte dell’anno.

Italian Limes alle Corderie dell’Arsenale. Foto di Delfino Sisto Legnani, giugno 2014. / Italian Limes at the Corderie dell’Arsenale. Photo by Delfino Sisto Legnani, June 2014.

Italian Limes alle Corderie dell’Arsenale. Foto di Delfino Sisto Legnani, giugno 2014.

Italian Limes alle Corderie dell’Arsenale. Foto di Delfino Sisto Legnani, giugno 2014.

Italian Limes alle Corderie dell’Arsenale. Foto di Delfino Sisto Legnani, giugno 2014.

Italian Limes alle Corderie dell’Arsenale. Foto di Delfino Sisto Legnani, giugno 2014.

Italian Limes alle Corderie dell’Arsenale. Foto di Delfino Sisto Legnani, giugno 2014.

Italian Limes alle Corderie dell’Arsenale. Foto di Delfino Sisto Legnani, giugno 2014.

Italian Limes alle Corderie dell’Arsenale. Foto di Delfino Sisto Legnani, giugno 2014.

Letture consigliate

– Paolo Giaccaria, “Confine → Soglia”, in P. Perulli (a cura di), Terra mobile. Atlante della società globale, Einaudi, Torino 2014;

– Barry Smith, Achille C. Varzi, “Fiat and Bona Fide Boundaries”, in Philosophy and Phenomenological Research, 60:2 (2000)

Impressum

Italian Limes è un progetto di Folder (Marco Ferrari, Elisa Pasqual) con Pietro Leoni (interaction design), Delfino Sisto Legnani (fotografia), Dawid Górny, Alex Rothera, Angelo Semeraro (projection mapping), Alessandro Mason (coordinamento di produzione), Claudia Mainardi.

Italian Limes ha ricevuto una menzione speciale come progetto di ricerca della sezione Monditalia dalla giuria della XIV Mostra Internazionale di Architettura, La Biennale di Venezia.

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Marco Ferrari

Architetto, si occupa di design dell’informazione. Insegna all’ISIA di Urbino e allo IUAV di Venezia. Dal 2011 al 2013 è stato Creative Director di Domus. Nel 2012, assieme a Elisa Pasqual, ha fondato Folder, studio di ricerca e progettazione visiva con base a Milano. È nato nel 1981.


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