Oliviero Toscani
Back to the future #06

26 febbraio 2013

A grande richiesta, abbiamo deciso di pubblicare sul sito le lunghe e straordinarie interviste apparse sul magazine cartaceo dal 2009 al 2011. Quaranta trascinanti conversazioni con i protagonisti dell’arte contemporanea, del design e dell’architettura. Una volta alla settimana, un appuntamento da non perdere. Un regalo. Oggi tocca a Oliviero Toscani.

Klat #03, estate 2010.

Oliviero Toscani è molto più di un fotografo, è un brand. Il suo logo OT comprende Oliviero Toscani Studio, OT Horses, OT Società Agricola (che produce il nuovo OT Wine) e La Sterpaia, Bottega dell’Arte della Comunicazione, dove si creano, in Toscana, progetti differenti che hanno la fotografia come mezzo centrale per raccontare la contemporaneità. Che questo avvenga attraverso campagne pubblicitarie o uno shooting itinerante per mappare l’Italia attraverso i ritratti dei suoi abitanti, non importa. Attorno al Maestro ci lavorano giovani che arrivano da tutti i paesi, per liberare la propria dose di creatività. Foto, cavalli, vino rosso, comunicazione, libri e anche una linea d’occhiali da lui disegnata. Aspetti molteplici di un’unica visione, quella di Oliviero Toscani: radicale, inimitabile, innamorata della realtà e della sua immagine. Dalle celebri campagne per la Benetton, che hanno dato rilievo e spessore alla differenza (sessuale, politica, religiosa), fino alle ultime che hanno disvelato il male dell’anoressia, diffuso quanto nascosto, le immagini di Toscani smuovono. I suoi scatti, preparati attraverso un lungo processo di ricerca e di scrittura, agiscono come turbolenze sullo stato d’indifferenza causato dall’eccesso di informazioni visive. Immagini forti, controverse, scandalose: chi ha dimenticato il volto del malato di Aids sul letto di morte, abbracciato dai parenti, icona di un decennio che ha visto morire eserciti di persone sotto i colpi del virus HIV? La fotografia di Toscani pone lo spettatore di fronte alle proprie responsabilità individuali senza via di scampo, lo stimola a interrogarsi sul suo presente, proprio come fa molta arte contemporanea. Ma attenti ad accostare Oliviero Toscani all’art world, potrebbe arrabbiarsi seriamente…

Vorrei cominciare chiedendole cosa vuol dire essere etici oggi. Credo che l’etica sia una parola chiave anche nel vostro lavoro a La Sterpaia.

Non credo che l’etica sia cambiata nel tempo: continua a essere qualcosa di scomodo, che ha molto a che vedere con l’integrità e la condizione umana. Oggi l’etica si ferma più spesso alla forma, all’economia, all’interesse. L’unica etica degna di questo nome è quella che riguarda la condizione umana e la sua dignità. Non ne riconosco un altro tipo, più superficiale o di facciata. Con questo non voglio dire che in passato l’etica avesse un altro spessore, non appartengo alla schiera di persone che ritengono il passato comunque migliore del presente. Dico solo che l’etica, quella vera, è rara e immutabile.

Oliviero Toscani. Pubblicità per/ Advertising for United Colors of Benetton, 1989. © Oliviero Toscani

Oliviero Toscani. Pubblicità per United Colors of Benetton, 1989. © Oliviero Toscani

Spostiamo allora il discorso più precisamente attorno all’immagine, e chiediamoci cosa rende un’immagine etica.

Non esiste un’immagine non etica, almeno per quanto riguarda la fotografia. Per la pittura il discorso è completamente diverso, perché con questo linguaggio si riusciva, per esempio, a dipingere la Vergine Maria, l’Inferno e il Paradiso, tutto il repertorio della pubblicità menzognera della Chiesa Cattolica. Nella Cappella Sistina, la pittura racconta di personaggi, fatti ed eventi mai esistiti, così come fanno l’iconografia religiosa e la pittura del Rinascimento in generale, che possiamo senza dubbio definire menzognere. D’altronde, la comunicazione è sempre stata al servizio del potere e l’arte non è altro che il punto più alto della comunicazione, la comunicazione al suo culmine. L’arte si è sempre servita del potere per esprimersi e viceversa il potere si è servito dell’arte per affermarsi e consolidarsi. La Chiesa faceva disegnare la Vergine Maria, ma non è mai stato provato che fosse vergine e, soprattutto, che fosse esistita. In pittura, insomma, si può rappresentare qualsiasi cosa, anche eventi o episodi inesistenti, raccontando bugie. Per la fotografia il discorso è diverso, perché uno scatto documenta primariamente la realtà, fatti, cose e persone che ci circondano. Certo, anche una foto può essere ritoccata, soprattutto oggi, ma la base di partenza è diversa. Le violenze, gli eccidi, i bambini maltrattati: tutto ciò che è giusto o sbagliato entra a far parte della memoria storica attraverso la fotografia. Quindi, ritengo che non ci siano immagini fotografiche più o meno giuste da un punto di vista etico: tutte le immagini sono etiche, anche l’album di famiglia e le foto che trovo nei cataloghi di un centro commerciale, perché sono un documento di ciò che siamo e che eravamo, della vicenda umana.

Lei è figlio di un fotoreporter, cosa le ha insegnato del mestiere suo padre? Sebbene abbia scelto un altro campo d’azione, la fotografia resta l’elemento comune di confronto…

Ma io sono un fotoreporter! Semplicemente, ho utilizzato mezzi meno tradizionali. Spesso il fotoreporter lavora per un solo giornale dal quale è necessariamente condizionato, come nel caso di mio padre, che era legato al Corriere della Sera. E i giornali devono sempre rispondere al loro consiglio di amministrazione. Tutti i fotografi, non solo gli autori di reportage, creano immagini che saranno la memoria storica dell’umanità, anche quando immortalano le mutande per un grande magazzino. Anzi, forse sono proprio le foto commerciali, più della grande fotografia, a farci comprendere meglio la società in cui viviamo. In effetti, i manifesti appesi per le strade di una città dicono molto di più di noi, del nostro Paese, di quanto riescano a dire gli articoli di terza pagina di un giornale. La pubblicità è il linguaggio della produzione e del consumo, e questo linguaggio è lo specchio della nostra società.

Mi interessava approfondire il discorso sulla professione del fotoreporter, che sta vivendo un momento di crisi: chiudono le grandi agenzie fotografiche, pochi giornali possono permettersi o comunque vogliono pagare un reportage autentico…

Il percorso è noto: prima regnava la stampa, poi la televisione, adesso c’è internet, la Rete. Oggi chiunque, in ogni momento, può scattare e pubblicare foto. Ogni periodo storico trova il modo migliore per comunicare. Quando non c’era la stampa, si entrava in una chiesa e si riceveva uno choc visivo attraverso quelle meravigliose pitture, quegli affreschi, che costituivano, come dicevamo, la pubblicità della chiesa. La chiesa vendeva il suo prodotto e lo faceva molto bene. A finanziare questo meccanismo era inizialmente il potere politico, più tardi quello industriale. Poi sono venuti i giornali, che ancora oggi curano gli interessi di chi li finanzia. Ed è in nome di questo interesse che utilizzano le immagini acquisite da fonti differenti. La Rete è più libera, forse. In ogni caso, al di là di questi interessi e dei canali utilizzati, la fotografia continua a rappresentare la memoria storica dell’umanità e molto spesso crea un fastidio agli occhi di chi la guarda. Quando è morta Lady Diana, per esempio, ci si preoccupò della presenza o meno di un fotoreporter nel momento della morte, non di quella di possibili testimoni oculari. E questo perché la fotografia disturba, ponendoci di fronte alla nostra responsabilità individuale. L’immagine del bambino che esce dal ghetto di Varsavia con le mani alzate, scattata da un fotografo ignoto, ci mette tutti di fronte alla nostra responsabilità etica. Da questo deriva lo scandalo. Sangue, soprusi, ricchezza o imbecillità poco importa. Siamo tutti responsabili di certe atrocità, di certe sofferenze, magari indirettamente: la fotografia ce lo ricorda e questo crea imbarazzo, fastidio.

Crede sia il caso della sua foto che aveva come protagonista una ragazza anoressica ritratta nuda in tutta la sua magrezza? Foto poi utilizzata per la campagna pubblicitaria di Nolita.

Certamente. L’anoressia è una malattia diffusa, un problema sociale, familiare, di costume che facciamo finta di non vedere: è una realtà che vogliamo tenere nascosta, lontana dagli occhi. Quello scatto è arrivato al termine di un lungo processo: era da tempo che lavoravo sull’anoressia, avevamo girato un documentario su questo soggetto, dopo aver frequentato per molto tempo gli ospedali. Il tema mi interessava perché sono proprio i marchi, la televisione e i giornali di moda che contribuiscono a diffondere questa malattia. Una adolescente legge, ascolta, si guarda intorno e appena capisce cos’è la seduzione, se il suo corpo non è perfetto, almeno secondo i canoni imposti dai media, va in crisi. E non a caso sono stati proprio gli stessi giornali a ignorare la nostra campagna, a censurarla, come anche i politici, e tra questi il sindaco di Milano Letizia Moratti, che si è battuta proprio perché quell’immagine girasse il meno possibile. Ma non è certo l’unico caso in cui tutti sanno e fanno finta di niente, anzi. Era chiaro a tutti, per esempio, dell’omosessualità dei preti e delle suore, del loro problema nella gestione del corpo, però non se ne è parlato fino a oggi, quando tutti fingono di sorprendersi di certe abitudini sessuali dei sacerdoti. Non si tratta dunque soltanto di un problema di immagine, ma piuttosto di mancanza di comunicazione, di disonestà nei rapporti umani.

Oliviero Toscani. Pubblicità per/ Advertising for Nolita, 2007. © Oliviero Toscani

Oliviero Toscani. Pubblicità per Nolita, 2007. © Oliviero Toscani

Lei però si occupa soprattutto di immagini. Come arriva a comprendere che si tratta di una immagine giusta?

Credo di essere un “immaginatore” e lavoro per costruire l’immagine più adatta al problema in questione. È come fare un film, un’opera complessa come quella di Fellini o di Antonioni. Si comincia con lo scrivere il soggetto, poi si procede togliendo un elemento e aggiungendone un altro, fino a che non si arriva al risultato ottimale. Le luci naturalmente sono al centro di questo processo. Ci si dimentica troppo spesso che la fotografia è fatta di luci ed è proprio attraverso il loro giusto utilizzo che si ottiene il risultato finale, ovvero l’immagine giusta, in grado di rappresentare in modo efficace e inequivocabile ciò che si vuole dire. Per quanto riguarda il contenuto, invece, ci sono temi particolarmente delicati per l’essere umano, dei problemi che non abbiamo ancora risolto come il sesso e la morte, contrapposti tra loro: è lì che finisce sempre il mio interesse.

Si dice che tutti i grandi artisti abbiano affrontato il tema della morte. E se le dico che guardando il suo lavoro mi viene in mente quello di Maurizio Cattelan, cosa mi risponde?

Sono uno dei pochi che ha difeso Cattelan quando tutti si sono scandalizzati per i fantocci impiccati in Piazza XXIV maggio, a Milano. In generale, però, non ho nessuna stima della cosiddetta arte contemporanea. L’arte non ha più nessun rapporto con il potere vero, ma lo ha con i ricchi collezionisti e con i musei. I suoi referenti sono personaggi come Pinault che, quando la moglie gli dice di portare via tutte le cianfrusaglie artistiche accumulate, decide di costruire un museo come quello di Punta della Dogana, a Venezia. Niente contro Tadao Ando, beninteso, sono il primo ad averlo fatto lavorare in Europa, ma mi colpisce l’inutilità dell’arte contemporanea e del mondo che la circonda. Non la si applica più alle grandi architetture, alle grandi chiese. Sono arrivato a odiare l’arte contemporanea, pur essendo un maniaco dell’arte: per me è finita con Bacon.

Cosa le dà fastidio dell’arte, oltre all’ambiente che la circonda?

La sua mediocrità, il suo perdersi nella forma, nella composizione, nei colori, nella superficie. Il fine unico dell’arte è la condizione umana. Dall’Urlo di Munch ai quadri di Goya o alle sculture di Michelangelo, non possiamo distinguere tra arte contemporanea, moderna e antica. Possiamo forse dire che il Cristo Morto del Mantegna non è moderno o contemporaneo? È più che moderno, più che contemporaneo! Se dobbiamo definire “contemporanea” un’opera d’arte, allora vuol dire che le manca qualcosa. Esiste solo la vera arte o, al contrario, la sua assenza. La vera arte riempie lo spazio che c’è tra noi e la perfezione, ci aiuta a comprendere e a colmare questo spazio, questa distanza. Una pianta, una quercia, una foglia non hanno bisogno dell’arte, perché sono già perfette.

Lei che lavora alla costruzione di immagini capaci di comunicare con immediatezza, sarà pure stato sorpreso da un’opera vista in una grande mostra di arte contemporanea, alla Biennale di Venezia per esempio.

Un’opera davvero moderna non ha tempo, non ha data; le Biennali di Venezia sono manifestazioni commerciali fatte da ricchi per ricchi, non riescono a raccontare davvero la condizione umana. Non mi ha stupito proprio nessuno: né la Abramović, né Jeff Koons, che doveva fare il vetrinista, mentre in Cattelan riconosco l’intento, ma deve passare alla fotografia! La fotografia, infatti, è comunicazione di massa, la si trova ovunque, sfogliando semplicemente un giornale. Non deve stare necessariamente all’interno di una stanza chiusa o di un museo, è immediatamente fruibile dal pubblico.

Cosa pensa invece del lavoro di Andy Warhol? So che lo ha conosciuto abbastanza bene…

Warhol ha capito subito che l’arte era un business e che tutto ruotava attorno al denaro. Questa consapevolezza lo ha reso un vero protagonista dell’arte. Viveva tutto in prima persona. Era un marziano, il pilota di una navicella spaziale. Apprezzavo i suoi aspetti meno noti: collezionava antiquariato, gli piaceva lo stile impero in particolare, tutte le cose dorate. Adorava fare il modello, per me ha posato in una campagna della Polaroid: quando arrivava in studio, prima di tutto si faceva firmare il contratto e poi andavamo a mangiare… È stato molto divertente. Più tardi è venuto in Italia, e abbiamo girato insieme a lungo: era davvero un personaggio straordinario.

Andy Warhol e/and Oliviero Toscani, 1973. © Oliviero Toscani

Andy Warhol e Oliviero Toscani, 1973. © Oliviero Toscani

A proposito di Italia, sta dedicando a questo Paese il progetto Razza Umana, un insieme di ritratti che raccontano la nostra contemporaneità.

No, Razza Umana per ora è qui ma andrà altrove, non mi sento affatto legato all’Italia, non devo niente a questo Paese e anzi mi sta proprio sulle palle essere italiano. Non ho nessun rispetto per l’Italia, pensi che non ho mai avuto un governo votato da me in tanti anni! Mi dà fastidio tutto, a partire dall’educazione a scuola. Quando ero studente mi annoiavo a morte, e ancora oggi resiste un’istruzione imbecille.

Però alla fine anche un personaggio con la sua creatività può essere prodotto dall’Italia.

Io sono stato fortunato e privilegiato, individualmente e come generazione: ho vissuto gli anni Sessanta, prima che il Sessantotto rovinasse tutto. Erano anni di sperimentazione, pieni di energia, durante i quali ho cercato davvero di fare quello che volevo. Sono stato fortunato perché ho avuto l’età giusta al momento giusto, ho viaggiato in molti Paesi, ho vissuto gli anni Sessanta a Londra, in una scuola d’arte. Insomma, parlo cinque lingue senza averne studiata nessuna e questo dà la misura dei miei trascorsi. Le persone in gamba sono quelle che non appartengono a nessun Paese e in particolare non hanno niente a che fare con il nostro, una nazione che sopravvive sulle individualità, sui singoli.

Torniamo a Razza Umana, uno shooting itinerante che comunque permette di intravedere il presente di questo Paese.

In Razza Umana mi interessa la ripetitività dell’immagine, non la virtuosità della fotografia. Mi piace la ripetizione meccanica, come quella di una fototessera dalla quale emerge l’irripetibilità dell’essere umano. Per spiegare la nostra personalità non c’è niente di meglio che una fototessera: non serve andare dallo psicanalista, basta osservare quella piccola immagine e sappiamo chi siamo. Mi interessa questo contenuto quasi magico della fotografia. Del resto, noi ci facciamo una opinione delle persone attraverso i loro ritratti, per questo ritengo che la fotografia sia l’arte moderna per eccellenza.

Oliviero Toscani, Razza Umana, 2009. © La Sterpaia

Oliviero Toscani, Razza Umana, 2009. © La Sterpaia

Oliviero Toscani, Razza Umana, 2009. © La Sterpaia

Oliviero Toscani, Razza Umana, 2009. © La Sterpaia

La fotografia è certamente l’arte più democratica; tutti, indipendentemente dai risultati, scattano immagini con il cellulare, con macchine digitali piccole o grandi.

Tutti la praticano, ma pochi lo fanno con cognizione. Spesso non si tiene conto di tutti i significati che questa azione comporta.

Un altro aspetto interessante della fotografia è il suo utilizzo da parte dei personaggi politici per potersi creare un’immagine vincente…

Se si riferisce a Berlusconi, è un guercio tra i ciechi: ha un gusto tremendo, sovietico. Ciò detto, l’immagine è comunicazione, e la comunicazione e il potere si aiutano a vicenda.

Lei si circonda di persone, di giovani provenienti da tutto il mondo; come funziona il vostro processo creativo?

Lavoriamo insieme perché la creatività, pur essendo individuale, è la conseguenza di un percorso comune. Ognuno ha le sue intuizioni ed è stando insieme che si capisce se un’intuizione produce qualcosa di veramente creativo oppure no. In ogni caso, non c’è democrazia nella creatività: l’artista fa ciò che pensa e il risultato diventa un’opera d’arte. Io cerco di mettere insieme questo tipo di giovani, particolarmente individualisti. Si lavora assieme, ma non si diventa una squadra, ognuno continua a pensarla a modo suo. Penso che Enrico Fermi e Robert Oppenheimer avessero idee differenti a proposito dell’atomo. Arte e scienza sono simili: entrambe sono alla ricerca di ciò che ancora non si conosce, e per essere creativi bisogna avere il coraggio di essere costantemente insicuri. La creatività ha un elemento di instabilità ed è per questo che fa paura ai burocrati.

Quindi a La Sterpaia è sempre Oliviero Toscani al centro del processo creativo?

Certo. Pur essendo circondato da giovani creativi, come Warhol nella Factory, sono sempre io a dirigere il discorso. Fabrica, a Treviso, non esiste praticamente più da quando non ci sono io: non mi sembra abbiano creato niente di interessante dopo la mia partenza.

Mi piacerebbe concludere parlando del concetto di famiglia oggi: cos’è secondo lei la famiglia, cosa rappresenta?

Fabrica e La Sterpaia sono delle famiglie. Per me la famiglia ha una valenza molto grande. Personalmente, sono contrario al matrimonio: ho sei figli, ma non sono mai stato sposato e allo stesso tempo non sono per le famiglie allargate. La famiglia, comunque la si viva, deve essere una scelta etica, vera, pulita, fortemente individuale. E soprattutto, deve cercare di dare felicità. Non deve certo essere una scelta demoniaca, a meno che qualcuno non sia felice con il diavolo…

Oliviero Toscani. Pubblicità per United Colors of Benetton, 1994. © Oliviero Toscani

Oliviero Toscani. Pubblicità per United Colors of Benetton, 1994. © Oliviero Toscani

Oliviero Toscani. Pubblicità per United Colors of Benetton, 1994. © Oliviero Toscani

Oliviero Toscani. Pubblicità per United Colors of Benetton, 1994. © Oliviero Toscani

Oliviero Toscani. Pubblicità per United Colors of Benetton, 1994. © Oliviero Toscani

Oliviero Toscani. Pubblicità per United Colors of Benetton, 1994. © Oliviero Toscani

Oliviero Toscani. Pubblicità per United Colors of Benetton, 1991. © Oliviero Toscani

Oliviero Toscani. Pubblicità per United Colors of Benetton, 1991. © Oliviero Toscani

Oliviero Toscani, Razza Umana, 2009. © La Sterpaia

Oliviero Toscani, Razza Umana, 2009. © La Sterpaia

Oliviero Toscani, Razza Umana, 2009. © La Sterpaia

Oliviero Toscani, Razza Umana, 2009. © La Sterpaia

Oliviero Toscani. Pubblicità per United Colors of Benetton, 1991. © Oliviero Toscani

Oliviero Toscani. Pubblicità per United Colors of Benetton, 1991. © Oliviero Toscani

Oliviero Toscani. Pubblicità per Ra-Re, 2006. © Oliviero Toscani

Oliviero Toscani. Pubblicità per Ra-Re, 2006. © Oliviero Toscani

Oliviero Toscani. Pubblicità per United Colors of Benetton, 1991. © Oliviero Toscani

Oliviero Toscani. Pubblicità per United Colors of Benetton, 1991. © Oliviero Toscani



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