Davide Monteleone
Interview

17 settembre 2013

Davide Monteleone è nato a Potenza nel 1974. La fotografia è entrata nella sua vita nel 1998, una volta abbandonati gli studi di ingegneria. Da allora è stato un crescendo di impegni e riconoscimenti: prima corrispondente per l’agenzia Contrasto, poi collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali, dal 2011 membro dell’agenzia VII Photo. Nel 2007 ha pubblicato il suo primo libro, Dusha, anima russa, mentre del 2009 è La linea inesistente, sulla cortina di ferro che, secondo la famosa definizione di Winston Churchill, separava l’Europa orientale da quella occidentale. Nel 2012, con Il cardo rosso, ha indagato le atmosfere tolstojane dei popoli del Caucaso settentrionale, e seguendo la stessa linea di ricerca lo scorso luglio si è aggiudicato il quarto Carmignac Gestion Photojournalism Award con un lavoro sulla Cecenia contemporanea intitolato Spasibo. Quest’ultimo progetto diventerà presto un volume e, dall’8 novembre al 4 dicembre, sarà protagonista di una mostra alla Chapelle de l’Ecole des Beaux-Arts di Parigi. Davide Monteleone ha vinto per ben tre volte il World Press Photo: nel 2007, nel 2009 e nel 2011.

Sei partito da Potenza per girare il mondo. Tra i vari Paesi: Stati Uniti, Inghilterra e molta Russia, terreno fertile per tanti progetti. A quale geografia senti di appartenere?

Sono e rimango italiano. In fondo ho passato qui la maggior parte della mia vita e i miei genitori sono entrambi italiani.

Da gennaio ad aprile di quest’anno sei stato in Cecenia, facendo base a Groznyj. Il progetto Spasibo (grazie, in russo) nasce dal desiderio di fotografare la Cecenia contemporanea. Da quali interrogativi sei partito per questo lavoro?

Mi sono chiesto come appare la Cecenia, all’estero e agli stessi ceceni. La posizione dell’Occidente è spesso banalmente accusatoria, quindi mi interessava spostare l’ago della bilancia verso una prospettiva diversa da quella eurocentrica e trovare una nuova chiave di lettura. Mi sono chiesto chi avesse vinto davvero nella guerra fra russi e ceceni. Sicuramente i russi, ma è bene ricordare il fatto che, grazie al loro presidente megalomane Ramzan Kadyrov, i ceceni ora godono di un’autonomia inimmaginabile in ogni altra repubblica russa.

Davide Monteleone

Davide Monteleone, Spasibo, Cecenia, Russia, 2013. © Davide Monteleone

Una situazione tutto sommato positiva?

Direi molto complessa. Oggi in Cecenia si sentono ovunque gli effetti della violenza psicologica esercitata dalla politica: la gente è felice di vedere ricostruite le proprie case e le proprie città, ma è una soddisfazione che ricorda i celebri villaggi Potemkin, le perfette e irreali messinscene dell’epoca di Caterina la Grande. Se scavi appena sotto la superficie, scopri invece che le generazioni più giovani hanno subito un vero e proprio lavaggio del cervello: in molti hanno una visione distorta della verità e della democrazia.

Fra le fotografie emergono figure di donna, come il ritratto della giovanissima Rada mentre si prova un vestito da sposa. In che modo le donne raccontano il popolo ceceno?

Le donne sono tenaci, forti, e sono più numerose degli uomini dal momento che la guerra ha ucciso moltissimi mariti, figli e fratelli. Il matrimonio delle ragazzine a 13 o 14 anni è una tradizione in Cecenia come in altri paesi musulmani, ed è parte integrante della loro cultura. A questo si aggiunga che il presidente Kadyrov vuole plasmare il suo paese su tradizioni e forme che rispecchino la sua megalomania autocratica. Si dice felice di vedere ragazzine cecene molto giovani, appena adolescenti, andare spose a uomini ceceni, e questo nonostante nella Federazione Russa, di cui la Cecenia bene o male fa parte, ci siano leggi che vietano questo tipo di legami. Eppure anche qui la questione è complessa: in Cecenia i diritti delle donne non sono sviluppati, ma non si può parlare di una persecuzione diretta dell’universo femminile.

Con il progetto Reversed Seæ, vincitore del Follow Your Convictions Grant, hai documentato l’evolversi della Primavera araba. Quest’estate l’Egitto è tornato al centro della cronaca, assieme agli scontri in Siria. Dove vorresti essere in questo momento, cosa vorresti documentare?

Non vorrei essere in Egitto né in Siria. Con il tempo ho maturato un altro modo di vedere e di pensare il mio mestiere. La fotografia che si occupa di news non è più nelle mie corde, non mi interessa. A meno che non sia parte di un progetto più ampio, con una prospettiva dilatata rispetto all’immediatezza degli eventi.

Qual è il tipo di fotografia che ti interessa ora?

Non saprei, non mi appassiona suddividere la fotografia in generi. La fotografia vive di contaminazioni, soprattutto oggi, anche dal punto di vista del mercato. Chi fa il fotogiornalista, per esempio, fatica a farsi remunerare e sceglie di indirizzare la propria ricerca altrove. Questo significa ripensare creativamente il proprio lavoro, combinare tecniche ed esperienze, miscelare luci di studio e fotografia documentaria, ritratto e reportage. Da queste contaminazioni nascono spesso soluzioni stilistiche piuttosto interessanti, al di là dei generi.

Parliamo di Russia. Gogol’ raccontava di aver incontrato Puškin poco prima della sua morte, e di avergli letto la prima stesura delle Anime morte. Dopo un lungo silenzio, pare che Puškin abbia risposto: “Dio, com’è triste la nostra Russia!”. A distanza di quasi duecent’anni, si potrebbe dire la stessa cosa?

In effetti, la Russia è proprio un po’ triste. A me interessa perché è una società che ha avuto un’evoluzione molto rapida, soprattutto se paragonata alla nostra, che è ferma da tempo. I russi, nonostante la loro malinconia, procedono a passo spedito. Ma in realtà quando mi chiedono della Russia non so mai cosa rispondere: è come parlare di una relazione personale e dei piccoli segreti che non vanno rivelati. Ci sono delle peculiarità che, anche a spiegarle, non verrebbero capite perché fanno parte del rapporto fra me e la Russia.

Davide Monteleone, Republic of Dagestan, Russia 2009.

Davide Monteleone, Il cardo rosso/Red Thistle, Russia, 2009. © Davide Monteleone

Per restare ai grandi russi, il titolo del tuo penultimo libro fotografico, Il cardo rosso, richiama il fiore pungente e bellissimo utilizzato da Tolstoj per tratteggiare il carattere ostile e fiero dei caucasici. Quanto sono importanti le suggestioni letterarie per la tua ricerca?

La fotografia, come tutte le forme espressive, è il risultato di una serie di esperienze e conoscenze che vengono dalla letteratura, dal cinema, dalle arti visive o dalle più minute attività quotidiane, come quella di curare le piante. Tutto si accumula, per poi prendere forma nel momento in cui nasce un’idea nuova. Nella mia fotografia c’è sicuramente tanta letteratura, ma anche tante passeggiate in montagna e tanta vita di tutti i giorni. Potremmo dire che una buona immagine è come un buon libro, o che una cattiva immagine è come un pessimo libro. A me interessa la fotografia come mezzo estetico per entrare in nuovi mondi.

Come ti sei trovato a Mosca?

Mosca è una città aggressiva, che cambia molto rapidamente: alle volte è sporca, altre volte è estremamente elegante. In genere è cambiata moltissimo negli ultimi decenni, mantiene sempre una forte identità sovietica, ma ormai offre servizi e comodità a livello di New York, Parigi o Londra. Una cosa che mi ha sempre colpito è che a Mosca l’architettura è costruita per le masse e non per l’individuo: questo la rende una città non a misura d’uomo, e complica la gestione dei rapporti umani. Dal punto di vista fotografico, il momento perfetto per scattare è d’estate, verso le nove di sera. A quell’ora c’è ancora tanta luce, piuttosto diffusa, bassa, che si riflette magnificamente sui palazzi. Sono i momenti in cui la tristezza di Mosca scompare del tutto.

In che modo nascono i tuoi progetti?

Leggendo qualcosa di interessante, o ascoltando la radio mentre bevo il caffè di mattina: sento una notizia che mi stimola e mi spinge ad approfondire. Può anche capitare che qualcuno mi chieda di fare un piccolo lavoro, che poi si rivela molto più importante di quanto pensavo. Un’idea può essere stimolata in vari modi, per trasformarla in un progetto concreto però ci vogliono tanta tenacia, dedizione e passione. E occorre tempo: il tempo giusto per realizzarla e farla crescere, maturare, così che possa essere compresa e accettata dagli altri.

Oltre a fotografare, insegni anche l’arte della fotografia, con lezioni, laboratori, incontri, workshop. Perché insegnare fotografia oggi?

Lo faccio perché non frequento uno psicologo e trovo molto terapeutico raccontare agli altri quello che vorresti dire a te stesso. Ci scherzo spesso con i miei studenti. Nel corso delle lezioni comunque ci tengo a chiarire che oggi come oggi non c’è alcuna vera necessità di nuove fotografie, e che quindi non servono nemmeno nuovi fotografi. Con una punta di cattiveria e di realismo, li invito a pensare seriamente se sia necessario che su questo nostro pianeta si creino nuovi produttori di immagini. Non tanto perché è un momento difficile o perché c’è poco lavoro, o perché nessuno ti paga o perché si tratta di un mestiere faticoso. Credo davvero che l’immagine sia estremamente inflazionata, spesso e volentieri mi chiedo se le mie fotografie abbiano ragione di esistere. E garantisco che spesso e volentieri la risposta è no.

Davide Monteleone

Davide Monteleone, Modern Odissey, Russia-Cina, 2012. © Davide Monteleone

Addirittura?

Basti pensare alle centinaia di migliaia di fotografie che vengono caricate ogni giorno sui social network. Molte sono pure interessanti. Non è indispensabile produrne altre.

Oltre la fotografia. Il tuo primo cortometraggio, Modern Odyssey, girato a bordo di una nave che trasportava 70mila tonnellate di ferro, è stato selezionato all’International Hamburg Short Film Festival. Sei alla scoperta di nuovi linguaggi?

Chi lo sa, in futuro potrei fare un grande film e vincere il Festival di Cannes. Scherzo, però mi piacerebbe. Il video di cui parli è nato a bordo di un cargo dove sapevo fin dall’inizio che mi sarei annoiato moltissimo. Allora ho deciso di girare del materiale. E’ stata un’esperienza davvero interessante.

Come lavora Davide Monteleone, tecnicamente parlando? 

Fino a qualche mese fa lavoravo solo ed esclusivamente in pellicola, ora ho un sistema ibrido: una macchina molto tradizionale con un dorso digitale.

Davide Monteleone

Davide Monteleone, Spasibo, Cecenia, Russia, 2013. © Davide Monteleone

Davide Monteleone, Spasibo

Davide Monteleone, Spasibo, Cecenia, Russia, 2013. © Davide Monteleone

Davide Monteleone, Il cardo rosso, Russia, 2008. © Davide Monteleone

Davide Monteleone, Il cardo rosso, Russia, 2008. © Davide Monteleone

Davide Monteleone. Photo: Lorenzo Poli

Davide Monteleone. Photo: Lorenzo Poli


Francesca Esposito

Giornalista, collabora per diverse testate, scrivendo di design, architettura, donne, teatro, arte, costume, economia e città. Vive a Milano, di fianco a un mercato dell’usato, dopo aver vissuto a Shenzhen, in Cina, in un palazzo al 17° piano, vicino a un orto botanico (a Roma), sopra a una copisteria (a Parma), accanto a un negozio di vinili (a Londra) e su una barca (a Parigi). Sta programmando una fuga.


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