Boylston Street, un anno dopo. Un’indagine dei luoghi

15 aprile 2014

Tredici è il numero dei secondi che passarono tra l’esplosione di una prima bomba sul traguardo della maratona di Boston e l’esplosione di una seconda bomba, qualche centinaio di metri più indietro, alle 14.39 del 15 aprile 2013. Tre è il numero delle persone uccise, tra cui un bambino di otto anni; 264 quello delle persone ferite, in buona parte dei casi mutilate per sempre. Nove è il numero dei giorni che furono necessari prima di poter riaprire al pubblico la strada dove esplosero le bombe, che non è una strada qualsiasi. “New York ha Fifth Avenue. Parigi ha l’Avenue des Champs-Élysées. Boston – la nuova Boston – ha Boylston Street”, scrisse il Boston Globe per spiegare al mondo che significato avesse il luogo in cui due fratelli ceceni, Dzhokhar e Tamerlan Tsarnaev, avevano messo due zaini ognuno con dentro una pentola a pressione piena di polvere da sparo estratta da fuochi d’artificio, bulloni, chiodi, pezzi di ferro e cuscinetti a sfera. Boylston Street è “un incrocio vibrante tra commercio e cultura che si fa strada dentro il cuore di Back Bay”, il quartiere più importante, ricco e rappresentativo di Boston: in un certo senso, insomma, Boylston Street è Boston.

Boylston Street, a Year Later. An investigation of the places

Boylston Street si estende per 3,5 chilometri da Park Drive fino a Washington Street, nei pressi di Downtown Boston. Soprattutto nei due chilometri centrali che separano Massachusetts Avenue da Tremont Street, Boylston Street ha dentro tutto: zone residenziali e grattacieli, chiese e ristoranti, attrazioni turistiche e brutti palazzoni. Sempre il Boston Globe, che lo dice meglio di tutti: “Boylston Street è un miscuglio di concretezza urbana da grande città e lusso raffinato, dove si può comprare un biglietto della lotteria o un caffellatte, dove si può vedere una partita di softball o un musical, dove si può fare un corso universitario o passare a piedi per arrivare al Fenway Park, lo stadio dei Boston Red Sox. È il posto in cui vecchio e nuovo siedono gomito a gomito, ispirando milioni di visitatori ogni anno per ammirare il passato, il presente e il futuro della città”. Suona come una frase da agenzia del turismo, come spesso accade alle espressioni un po’ banali, ma a volte certe espressioni sono banali perché sono vere. Boylston Street è davvero così: certamente molto meno glamour di Fifth Avenue o degli Champs-Élysées, ma comunque un posto in cui si parlano decine di lingue diverse, in cui convivono botteghe vecchissime a conduzione familiare e negozi di Hermès e Gucci, pizzerie un po’ zozze e ristoranti di lusso, una biblioteca maestosa e tante importanti istituzione culturali e didattiche – d’altra parte ci troviamo nella città che ospita forse le due migliori università al mondo, Harvard e il Massachusetts Institute of Technology.

Boylston Street si chiama così da Ward Nicholas Boylston, un ricco mercante e filantropo di Boston che all’inizio dell’Ottocento donò una barca di soldi all’università di Harvard ponendo come unica condizione l’assegnazione di una docenza a John Quincy Adams, che da lì a qualche anno sarebbe stato eletto presidente degli Stati Uniti. Non è sempre stata la strada centrale della città: lo è diventata più o meno a metà del Novecento, dopo l’allargamento della linea metropolitana e la costruzione di due grandi grattacieli: John Hancock Tower e Prudential Tower. Ma il modo migliore per raccontare cos’è, non è procedere in ordine cronologico, come fosse una storia, bensì porta dopo porta, come fosse una passeggiata: come se stessimo camminando lungo Boylston Street partendo da ovest, da dove incrocia il fiume Muddy.

boylston street, garden

Boston Public Garden.

Prima di incrociare il fiume, infatti, Boylston Street è per lunghi tratti un normale stradone di una normale grande città, con le stazioni di servizio e i negozi brutti, i palazzi anonimi, ogni tanto una caffetteria, una lavanderia o un Subway. Dopo poche centinaia di metri, però, cominciando a costeggiare i Fenway Victory Gardens, la strada cambia: da un lato si cominciano a vedere dei palazzi residenziali, bassi; dall’altro gli alberi, il Muddy. Dopo il bivio con Charlesgate si inizia a vedere un pezzo della Boylston Street più famosa, a cominciare dalla Prudential Tower in lontananza, e la zona diventa più elegante e residenziale. Siamo ancora fuori dal vero centro. Le aiuole sono ordinate. Le facciate degli edifici sono chiare e pulite. Le macchine viaggiano su una sola corsia: non è più uno stradone.

C’è un edificio imponente sulla destra, con l’ingresso circondato da quattro colonne: è la sede della Massachusetts Historical Society, progettata alla fine dell’Ottocento da Edmund March Wheelwright, all’epoca city architect del Comune. È un’istituzione che oggi organizza eventi vari sulla storia degli Stati Uniti e la sua sede è ufficialmente un National Historic Landmark, cioè un posto considerato di grande interesse storico dal governo degli Stati Uniti. Quando fu inaugurata, il Boston Herald scrisse che l’edificio sarebbe certamente stato considerato in futuro come “il più affidabile serbatoio della conoscenza storica della città”. In altre città un posto del genere basterebbe a riempire una strada, ma qui siamo ancora all’inizio: e camminando solo pochi metri, sempre sulla destra, si arriva al Berklee College of Music, un posto strepitoso dove ha studiato così tanta gente degna di nota che Wikipedia ha una pagina apposita, sterminata: Steve Vai, per dirne uno, ma il mio “me” diciottenne avrebbe notato subito quattro tra membri ed ex membri dei Dream Theater, tra i molti altri. Il Berklee è considerato uno dei posti più importanti e prestigiosi al mondo dove studiare musica e ha sfornato fin qui i vincitori di 229 Grammy Awards.

Massachusetts Historical Society

Massachusetts Historical Society.

In tutto questo comunque siamo ancora alle porte di Back Bay: all’ingresso della parte più famosa di Boylston Street. Si supera Little Steve’s Pizza, una pizzeria aperta fino a tardi che per questo motivo è diventata punto di ritrovo dei tifosi all’uscita da Fenway Park dopo le partite dei Red Sox, e ci si imbatte in un edificio enorme, il John B. Hynes Convention Center. È stato costruito nel 1988 e ci fanno tante cose, tra cui un’annuale grande fiera per appassionati di cartoni animati giapponesi, un festone la notte di Capodanno e la simulazione delle Nazioni Unite organizzata dall’università di Harvard. Di fronte c’è il Tennis and Racquet Club, un altro posto che esiste da oltre cent’anni e che ospita il più antico circolo sportivo della città, dove si pratica e si promuove qualsiasi sport che preveda l’uso di una racchetta, dal tennis allo squash.

Da qui in poi, cambia anche il tipo di persone che si incrociano a Boylston Street. La strada diventa più eterogenea e variegata: gli studenti iniziano a farsi notare, insieme a qualche turista; la gente della zona inizia a mescolarsi con quella che arriva per lavorare. Ci si imbatte in meno persone con le borse della spesa e in più persone con in mano un caffè da portare via. Di conseguenza aumentano anche il numero delle lingue che si sentono parlare in giro, nonché la frequenza con cui si passa davanti a un ristorante o a uno Starbucks. Sono quelle cose di cui ci si accorge solo dopo qualche minuto nel nuovo contesto, ma neanche il tempo di elaborare questo pensiero e sempre camminando saremo davanti alla gigantesca Prudential Tower, il secondo edificio più alto di Boston (il più alto se si considera anche l’antenna): 52 piani e in cima una terrazza – lo Skywalk Observatory – che è il punto di osservazione più alto di tutto il New England e da cui si ha una vista meravigliosa. Quando fu costruito, nel 1964, era l’edificio più alto del mondo fuori da New York; oggi non è nemmeno tra i primi 50 più alti degli Stati Uniti. La cosa triste e divertente insieme è che la Prudential Tower è stata sempre considerata molto brutta, megalomane, fuori posto. Un normale edificio brutto, di solito, vince i premi per l’edificio più brutto della città; la Prudential Tower presta addirittura il suo nome al premio per l’edificio più brutto della città, il Pru Award. Gli abitanti del posto comunque si sono affezionati, col passare del tempo. Quando si gioca una partita importante di baseball o di hockey, le luci sulle pareti della Prudential Tower costruiscono scritte come “GO B’s”, in riferimento ai Bruins, o “GO SOX” per i Red Sox. Dopo le bombe alla maratona di Boston le luci disegnarono solo il numero “1”, come dichiarazione di sostegno al fondo “The One” per le vittime dell’attentato. Un critico architettonico ha scritto che il grattacielo “è stato così a lungo il nostro simbolo della bruttezza che se scomparisse ci mancherebbe”.

Pochi metri più avanti c’è l’Apple Store, innaturalmente eppure elegantemente diverso da tutto quello che gli sta attorno, vetro su cemento e grande mela morsicata al centro. Poi un albergone per turisti facoltosi – siamo entrati pienamente nella parte più elegante della strada – e a sinistra, all’altezza del numero 755, c’è il Forum. Un ristorante un po’ caro ma buono, ma soprattutto il ristorante davanti a cui il 15 aprile del 2013 esplose la seconda bomba. L’esplosione distrusse le vetrine e parte degli interni. I camerieri e lo staff del ristorante furono tra i primi a soccorrere i feriti. Per parecchio tempo è stato chiuso e ha riaperto soltanto ad agosto, prima con una serata di beneficenza e poi con il servizio regolare. Ogni giorno qualcuno ci passa davanti, spesso un turista, e lo fotografa; i camerieri ci hanno fatto l’abitudine.

Apple Store

Apple Store.

Proseguendo ancora, superando un centro commerciale piuttosto brutto, ci si trova davanti la monumentale Boston Public Library: massiccia, piena di cemento, sembra una fortezza o la sede di una vecchia banca. Invece è una biblioteca e sulle pareti c’è scritto, molto in grande: “The Commonwealth requires the education of the people as the safeguard of order and liberty”. Il Commonwealth ha bisogno dell’istruzione del popolo a salvaguardia dell’ordine e della libertà. Ho notato che frasi che in altri contesti ci sembrerebbero esageratamente ampollose e solenni, ci suonano favorevolmente retoriche se applicate alla cultura: e mi sono ricordato che mi era piaciuta molto un’altra frase che lessi incisa sul marmo nella biblioteca di New York: “La preservazione e la perpetuazione delle nostre istituzioni libere si basano sulla diffusione dell’istruzione tra le persone”.  La Boston Public Library contiene più o meno 9 milioni di libri e costa ogni anno l’1 per cento dell’intero budget della città – non è poco, se ci pensate. Ma è un posto incredibile, ha un cortile interno ispirato a quello del Palazzo della Cancelleria di Roma e una collezione di altissimo livello, soprattutto per quel che riguarda la storia dell’arte e la storia degli Stati Uniti. Di fronte c’è un negozietto di articoli sportivi di quelli che da un anno improvvisamente è impossibile non notare, e non solo perché l’insegna dice Marathon Place: è il posto in cui il 15 aprile del 2013 esplose la prima bomba. In una recensione del negozio pubblicata su Yelp, una ragazza qualche mese dopo ha scritto: “Ci sono andata dopo le bombe per comprare delle cose in vista di una mezza maratona e ho sentito un cliente ringraziare un commesso e mettersi a piangere; e sono rimasta davvero colpita dal modo in cui il commesso a sua volta lo ha abbracciato e ringraziato”.

Siamo praticamente nel punto centrale della strada centrale, cioè Copley Square, una piazza circondata da un gran numero di edifici e luoghi rilevanti, oltre a quelli di cui sopra, nonché il posto dove fino al 1986 si concludeva la maratona di Boston. Di fronte c’è una bellissima chiesa gotica, la Old South Church, e poco più avanti c’è la Trinity Church: l’unica chiesa in tutto il paese – nonché il solo edificio di Boston – a essere inclusa nella lista dei “10 più significativi edifici degli Stati Uniti” stilata dall’associazione architetti americani. Quella lista viene rinnovata e aggiornata ogni anno dal 1885: la Trinity Church di Boston c’è sempre stata. Purtroppo il fatto che si paghi un biglietto per visitarla scoraggia la gran parte dei turisti.

Old South Church

Old South Church.

A questo punto è comprensibile che qualcuno possa pensare: ancora? Ci sono ancora posti speciali a Boylston Street? Quante cose rilevanti e degne di nota possono esserci in una sola strada? Qualcosa ancora c’è. C’è il Five Hundred Boylston, un edificio in stile post-moderno che gli spettatori della serie tv Boston Legal riconosceranno al volo; ci sono una miriade di bar e ristoranti anche molto diversi tra loro; ci sono soprattutto gli ingressi del Boston Common, cioè il più vecchio parco urbano degli Stati Uniti, la più grande macchia verde nelle cartine di ogni turista nonché il posto in cui negli anni hanno pronunciato discorsi Martin Luther King Jr. e Papa Giovanni Paolo II. C’è un grande, vecchio e meraviglioso negozio di pianoforti, che esiste da oltre cent’anni e di recente è caduto in disgrazia, e c’è l’Emerson College, un college specializzato in comunicazione e arti liberali.

Siamo ormai fuori dalla parte centrale di Boylston Street. La strada si fa più normale, più vuota e persino più lenta: si ha come l’impressione di lasciarsi alle spalle odori e rumori. Da queste parti ci sono la fermata della metropolitana di Boylston, la più vecchia della storia degli Stati Uniti, e il Saint Francis House, un dignitoso e organizzato rifugio per i senzatetto della città: ogni anno mette in piedi una mostra per esporre le opere dei senzatetto, molte vengono vendute. Ma insomma, siamo fuori, siamo usciti. Abbiamo attraversato le vie dello shopping e quelle dove andare a mangiare qualcosa, quelle con i caffé che fanno venir voglia di entrare e quelle con i musei e le istituzioni culturali, quelle con le chiese e quelle con le università, quelle con gli uffici e quelle con le case: le abbiamo attraversate tutte ed erano tutte la stessa strada, che riesce allo stesso tempo a essere ricchissima ma non frenetica, speciale e normale. Un posto dove “i marciapiedi sono ampi e quindi si può camminare lentamente”, come scrive in modo laconicamente essenziale una persona su Tripadvisor: una cosa inconsueta per la grande strada di una grande metropoli. La definizione può andar bene anche per Boston, e non solo oggi: vale anche per la Boston di un anno fa, quella del giorno delle bombe e degli altri giorni tristi che arrivarono dopo. Un uomo intervistato dal Boston Globe poco dopo l’attentato rispose così a chi gli chiedeva conto dell’atmosfera in città: “Si avverte che qui è successo qualcosa, ma in un qualche modo è come se le cose continuassero ad andare avanti normalmente. Questa è Copley Square. Questa è Boston”.

Tennis and Racquet Club, Boston

Tennis and Racquet Club.

Boston Public Library

Boston Public Library.

Old South Church

Old South Church.


Francesco Costa

È nato nel 1984, fa il giornalista al Post , ha scritto per IL magazine del Sole 24 Orel’Unità Internazionale il Foglio l’Ultimo Uomo Grazia . Vive a Milano ed è malato di politica americana, calcio, Roma (la squadra) e hamburger.


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