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Biennale di Venezia, Arte 2013
When Attitudes Become Form

30 Ottobre 2013

Non c’è città più di Eusapia propensa a godere la vita e a sfuggire gli affanni. E perché il salto dalla vita alla morte sia meno brusco, gli abitanti hanno costruito una copia identica della loro città sottoterra. I cadaveri, seccati in modo che ne resti lo scheletro rivestito di pelle gialla, vengono portati là sotto a continuare le occupazioni di prima. Di queste, sono i momenti spensierati ad avere la preferenza: i più di loro vengono seduti attorno a tavole imbandite, o atteggiati in posizioni di danza o nel gesto di suonare trombette.

Italo Calvino, Le città invisibili (VII capitolo: Le città e i morti, 3)

When Attitudes Become Form suona come l’incipit di una lirica crepuscolare – quando le pose, gli atteggiamenti divengono forma. Ogni volta che rileggo questo titolo – non il nome di un’opera letteraria o di un’antologia in versi, ma il titolo di una mostra tenutasi a Berna nel 1969 – la mia immaginazione mi riporta ai primordi della creazione, alle burrasche telluriche di un’era geologica ancestrale: l’epoca in cui la vita invade il mondo e comincia a prendere forma.

Fondazione Prada, When Attitudes Become Form, Venezia 2013
Stephen Kaltenbach, Graffiti Stamp: Lips of Artist, 1968.
When Attitudes Become Form: Bern 1969/Venice 2013, Photo: Attilio Maranzano. Courtesy: Fondazione Prada

Per l’appunto, l’esposizione curata da Harald Szeemann alla Kunsthalle Bern alla fine degli anni Sessanta poneva l’accento sull’energia creatrice e l’esuberante vitalità di un’arte difficilmente categorizzabile, diversa da tutto quanto veniva prima (la Pop Art e il Minimalismo), priva di qualsiasi limite o costrizione – prima fra tutte, la dimensione compiuta e immota dell’oggetto. La processualità, l’apertura e la metamorfosi ne erano i tratti peculiari, il che rendeva quest’arte un complesso magmatico di approcci e situazioni, in costante sviluppo e ridefinizione. Si trattava di artisti europei e americani riconducibili ai movimenti dell’Arte Concettuale, della Land Art e dell’Arte Povera, quelli che sarebbero poi divenuti i grandi maestri del contemporaneo: Carl Andre, Bruce Nauman, Joseph Beuys, Daniel Buren, Joseph Kosuth, Lawrence Weiner e Alighiero Boetti, per citarne solo alcuni.

Oggi, dopo 44 anni, la Fondazione Prada a Ca’ Corner della Regina ripropone la medesima mostra, affidandone la curatela a Germano Celant – braccio destro di Miuccia Prada – insieme al contributo scientifico di Rem Koolhaas e Thomas Demand. When Attitudes Become Form: Bern 1969/Venice 2013 costituisce a tutti gli effetti un remake letterale dell’esposizione bernese: stesse opere, stessi artisti, stessi spazi. Le stanze novecentesche della Kunsthalle sono state riprodotte con esattezza all’interno dei saloni settecenteschi del palazzo veneziano: i muri, i pavimenti, le finestre e persino i caloriferi sono stati duplicati in scala 1:1, con l’eccezione dei soffitti affrescati. Alcune opere, esposte a Berna ma assenti a Venezia perché disperse o non più disponibili, sono segnalate mediante una fotografia d’epoca e una sagoma tratteggiata sul muro o il pavimento. Un’ampia sezione della mostra, invece, ospita la documentazione fotografica, i filmati, gli appunti e i ritagli stampa relativi alla mitica esposizione del ’69.

Fondazione Prada, When Attitudes Become Form, Venezia 2013
Da sinistra a destra/From left to right: opere di/works by Eva Hesse, Bill Bollinger, Gary B. Kuehn and Keith Sonnier.
When Attitudes Become Form: Bern 1969/Venice 2013, Photo: Attilio Maranzano. Courtesy: Fondazione Prada

Celant definisce l’esperimento un ready-made. L’intera mostra ideata alla Kunsthalle Bern e ripresentata a Venezia è assimilabile a un oggetto, prelevato, de-contestualizzato ed esposto in un altro luogo e in un’altra epoca. Proprio come accadeva con i ready-made di Duchamp e Man Ray – basti pensare al cesso rovesciato (Fountain, 1917) o al ferro da stiro chiodato (Cadeau, 1921) – la riproposizione (o meglio, il prelievo anacronistico) di When Attitudes all’interno di un palazzo signorile affacciato sul Canal Grande, dopo diversi decenni, genera nello spettatore una forte sensazione di spaesamento e smarrimento – il medesimo straniamento che doveva suscitare un orinatoio in un museo.

Fondazione Prada, When Attitudes Become Form, Venezia 2013
Da sinistra a destra/From left to right: opere di/works by Keith Sonnier, Richard Artschwager, Richard Tuttle, Alan Saret, Gary B. Kuehn e/and Walter De Maria. When Attitudes Become Form: Bern 1969/Venice 2013, Photo: Attilio Maranzano. Courtesy: Fondazione Prada.

Percorrendo le sale di Ca’ Corner, tuttavia, è naturale domandarsi: cosa è rimasto della vitalità di quegli stessi lavori esposti a Berna più di quarant’anni fa? Che ne è dell’energia, della carica liberatoria di una mostra ricordata per il suo carattere avanguardistico e sovversivo? Una nota nostalgica pervade le stanze del palazzo veneziano, ne romanticizza gli spazi, così magnificenti e dimessi allo stesso tempo. E, al suo interno, quelle che ammiriamo sono come rovine – meravigliosi reperti archeologici di un passato recente, ma ormai svanito.

Fondazione Prada, When Attitudes Become Form, Venezia 2013
Giovanni Anselmo, Torsione, 1968. When Attitudes Become Form: Bern 1969/Venice 2013, Photo: Attilio Maranzano. Courtesy: Fondazione Prada.

Fondazione Prada, When Attitudes Become Form, Venezia 2013
Neil Jenney, The Siegmund Biederman Piece, 1968. When Attitudes Become Form: Bern 1969/Venice 2013, Photo: Attilio Maranzano. Courtesy: Fondazione Prada.

Fondazione Prada, When Attitudes Become Form, Venezia 2013
Allen Ruppersberg, Untitled Travel Piece, Part 1, 1969. When Attitudes Become Form: Bern 1969/Venice 2013, Photo: Attilio Maranzano. Courtesy: Fondazione Prada.

Fondazione Prada, When Attitudes Become Form, Venezia 2013
Ger van Elk, Tres Qualitates Lucis, in Modo Rustico Californiae, 1968–69. When Attitudes Become Form: Bern 1969/Venice 2013, Photo: Attilio Maranzano. Courtesy: Fondazione Prada.

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Federico Florian

Storico dell’arte e aspirante scrittore, vive a Milano e ha un debole per l’arte contemporanea. Collabora con Arte e Critica e altre testate. Violinista e instancabile viaggiatore, ama la buona letteratura. Sogna una critica d’arte agile e fresca, e aspetta di scrivere il romanzo perfetto.


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