Biennale di Venezia, Arte 2013
Diario #02. Arsenale

(english text below)

In due modi si raggiunge Despina: per nave o per cammello. La città si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare. Il cammelliere che vede spuntare all’orizzonte dell’altipiano i pinnacoli dei grattacieli, le antenne radar, sbattere le maniche a vento bianche e rosse, buttare fumo i fumaioli, pensa a una nave, sa che è una città ma la pensa come un bastimento che lo porti via dal deserto, un veliero che stia per salpare, col vento che già gonfia le vele non ancora slegate...

Italo Calvino, Le città invisibili (I capitolo: Le città e il desiderio, 3)

Mi trovo all’Arsenale, la fabbrica navale dell’antica Repubblica di Venezia. Nella mia mente riecheggia un passo dell’Inferno dantesco: immagino gli spazi dell’edificio ribollire di pece nera, la stessa di cui i veneziani, proprio qui, si servivano per rispalmare le navi danneggiate dalle guerre. Imbocco le corderie – il luogo in cui si producevano, un tempo, le funi per le barche – e cerco un primo approdo sicuro. Ed è in questo punto che ritrovo il Palazzo Enciclopedico di Marino Auriti, incipit ideale alla prima sezione della mostra. Mi colpisce la torre centrale, a metà tra una piramide maya a gradoni e un prezioso grattacielo art-déco, contenitore del sapere universale e simbolo di questa stessa Biennale – intrico di forme, immagini e oggetti disparati, riuniti in un’unica camera delle meraviglie. Proseguo nel mio itinerario enciclopedico, una sorta di progressione (secondo le parole di Gioni) “dalle forme naturali a quelle artificiali” – wunderkammer dal carattere eccentrico e incompleto. È così che mi imbatto in una serie di campionari e tassonomie della natura: le fotografie di uccelli di Eliot Porter, i cuori-foreste di Lin Xue, le chiocciole spiraliformi di Ştefan Bertalan. Si tratta di inventari fortemente soggettivi, pervasi da uno slancio romantico – lungi da un’esatta operazione di mappatura positivista del reale.

Marino Auriti Il Encyclopedico Palazzo del Mondo or Encyclopedic Palace of the World, ca. 1950s
Marino Auriti, Il Encyclopedico Palazzo del Mondo, ca. 1950s. 55. Esposizione Internazionale d’Arte, Il Palazzo Enciclopedico, la Biennale di Venezia. Foto: Francesco Galli. Courtesy: Biennale di Venezia.

Mi aggiro tra i lavori esposti nelle sale delle corderie, un compendio irregolare di opere d’arte, idoli-feticci e testimonianze etnografiche. Il possente meteorite-menhir di Roberto Cuoghi torreggia al centro di una stanza: pare alludere a un Olimpo primordiale – mi ricorda la materica consistenza di un universo remoto. Universo di cui rispolvero la storia osservando il video di Camille Henrot, sorta di Genesi contemporanea in versione pop – riproposta, qualche sala dopo, in veste di epica graphic novel da Robert Crumb. Il resoconto cronachistico del principio del mondo preannuncia l’immagine della sua fine: è così che incappo nelle anime filiformi dei Venetians di Pawel Althamer, ritratti disossati degli abitanti di Venezia, erranti come in un limbo prima di ricongiungersi alla materia da cui sono stati plasmati. Immediatamente un campionario di corpi-fantocci, bambole e maschere rituali si apre al mio sguardo: è questa la piccola camera delle meraviglie allestita da Cindy Sherman, esperimento di meta-curatela, inteso a generare inquietudine e stupore nell’osservatore curioso.

Roberto Cuoghi Belinda, 2013
Roberto Cuoghi, Belinda, 2013. 55. Esposizione Internazionale d’Arte, Il Palazzo Enciclopedico, la Biennale di Venezia. Foto: Francesco Galli. Courtesy: Biennale di Venezia.

Oltrepasso il microcosmo isterico dei video di Ryan Trecartin, popolato da una parata di personaggi istrionici e improbabili – compendio di un’umanità esasperata, quella della società dello spettacolo. Per un momento sosto dinnanzi al video di Yuri Ancarani, una coreografia meccanica inscenata dagli arti di un robot chirurgico. Ed è proprio la precisione, l’esattezza dei movimenti robotici a predisporre il mio stato d’animo alla scultura che conclude il percorso dell’Arsenale: Apollo’s Ecstasy di Walter De Maria. La successione in diagonale delle aste cilindriche in bronzo dorato accenna a un catalogo di forme armoniche – genera per un momento l’illusione della possibilità di una classificazione rigorosa del reale. Ideale “apollineo”, quest’ultimo, o sogno illuminista, la cui inconsistenza pare annunciata dal suono stanco di alcuni fiati in lontananza: sono le trombe della “dionisiaca” barca S.S. Hangover di Ragnar Kjartansson, arenata nel bacino delle Gaggiandre. Quello che esce dalle bocche degli ottoni è un moderno inno a Bacco – espressione di un’energia estatica, immaginifica, che conduce l’uomo al desiderio febbrile (e mai pienamente realizzabile) di riassumere il mondo intero in un’immagine. Lentamente, la chiatta abbandona gli ormeggi e le vele scivolano dietro i pilastri degli archi sansoviniani. È tempo di cambiare rotta: direzione Giardini.

Federico Florian

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Despina can be reached in two ways: by ship or by camel. The city displays one face to the traveler arriving overland and a different one to him who arrives by sea.
When the camel driver sees, at the horizon of the tableland, the pinnacles of the skyscrapers come into view, the radar antennae, the white and red windsocks flapping, the chimneys belching smoke, he thinks of a ship; he knows it is a city, but he thinks of it as a vessel that will take him away from the desert, a windjammer about to cast off, with the breeze already swelling the sails, not yet unfurled [...].

Italo Calvino, Invisible Cities (Chapter I: “Cities and desire. 3”)

I am in the Arsenale, the ancient Republic of Venice’s complex of shipyards. A passage from Dante’s Inferno echoes in my: I imagine the spaces of the building boiling with black pitch, the substance that was used by the Venetians, right here, to tar ships damaged in battle. I turn into the Corderie—the place where ropes were once made for the boats—and look for a first safe landfall. And it’s at this point that I find Marino Auriti’s Encyclopedic Palace, ideal introduction to the first section of the exhibition. I’m struck by the central tower, halfway between a Mayan stepped pyramid and an ornate art deco skyscraper, container for the world’s knowledge and symbol of this Biennale—a jumble of disparate forms, images and objects, united in a single cabinet of curiosities. I continue along my encyclopedic route, a sort of progression (to use Gioni’s words) “from natural to artificial forms”—a Wunderkammer of eccentric and incomplete character. And so I come to a series of samples and taxonomies of nature: Eliot Porter’s photographs of birds, the heart-shaped forests of Lin Xue, the spiral snails of Ştefan Bertalan. They are highly subjective inventories, pervaded by a romantic impulse and remote from any precise operation of positivistic mapping of reality.

Paweł Althamer Venetians, 2013
Pawel Althamer, Venetians, 2013. 55th International Art Exhibition, Il Palazzo Enciclopedico, la Biennale di Venezia. Photo: Francesco Galli. Courtesy: Biennale di Venezia.

I wander around the objects on display in the rooms of the Corderie, an erratic compendium of works of art, idol-fetishes and ethnographic exhibits. Roberto Cuoghi’s mighty meteorite-menhir towers in the middle of one room: it seems to be alluding to a primordial Olympus—making me think of the material consistency of a remote universe. I get a brush-up on the history of this universe from watching Camille Henrot’s video, a kind of contemporary Genesis in a pop version—proposed again, a few rooms later, in the guise of an epic graphic novel by Robert Crumb. The chronicling of the beginning of the world portends the image of its end: and so I run into the spindly souls of Pawel Althamer’s Venetians, boneless portraits of the city’s inhabitants, roaming as if in limbo before reuniting with the material from which they have been molded. Immediately a collection of puppet-bodies, dolls and ritual masks is laid out before my eyes: this is the little cabinet of curiosities prepared by Cindy Sherman, an experiment in meta-curation intended to generate unease and wonder in the curious viewer.

Eliot Porter Chipping Sparrow, Great Spruce Head Island, Maine Dye transfer print from Birds in Flight portfolio, 1979
Eliot Porter, Chipping Sparrow, Great Spruce Head Island, Maine Dye transfer print from Birds in Flight portfolio, 1979. © 1990, Amon Carter Museum, Fort Worth, Texas, Bequest of Eliot Porter. Courtesy of Daniel Greenberg and Scheinbaum & Russek Ltd., Santa Fe, New Mexico.

R. CRUMB The Book of Genesis Illustrated by R. Crumb, 2009
R. Crumb, The Book of Genesis Illustrated by R. Crumb, 2009. © Robert Crumb, 2009. Courtesy the artist, Paul Morris, and David Zwirner, New York/London.

I walk past the hysterical microcosm of Ryan Trecartin’s videos, peopled by a parade of histrionic and unlikely characters—compendium of an exaggerated humanity, that of the society of the spectacle. For a moment I pause in front of Yuri Ancarani’s video, a mechanical choreography staged by the limbs of a surgical robot. And it is precisely the precision, the accuracy of these robotic movements that puts me in the right frame of mind for the sculpture that concludes the route through the Arsenale: Apollo’s Ecstasy by Walter De Maria. The diagonal sequence of cylindrical gilded bronze rods sketches out a catalogue of harmonic forms—creating for a moment the illusion of the possibility of a rigorous classification of reality. An “Apollinian” ideal, this last, or an Enlightenment dream, whose insubstantiality appears to be heralded by the tired sound of wind instruments in the distance: they are the horns of Ragnar Kjartansson’s “Dionysian” boat, the S.S. Hangover, stranded in the basin of the Gaggiandre. What comes out of the mouths of the brass instruments is a modern hymn to Bacchus—expression of an ecstatic, highly imaginative energy that induces in people a feverish (and never fully realizable) desire to sum up the whole world in an image. Slowly, the vessel leaves its moorings and its sails slip behind the pillars of Sansovino’s arches. It is time to change course and head for the Giardini.

Federico Florian

Camille Henrot Grosse Fatigue, 2013
Camille Henrot, Grosse Fatigue, 2013. Courtesy Camille Henrot e/and Kamel Mennour, Paris.

Vlassis Caniaris Paratirit・ [Observer], 1980/2005
Vlassis Caniaris, Paratirit・ [Observer], 1980/2005. 55th International Art Exhibition, Il Palazzo Enciclopedico, la Biennale di Venezia. Photo: Francesco Galli. Courtesy: Biennale di Venezia.

LIN Xue Untitled (2012-13) 2012
Lin Xue, Untitled (2012-13), 2012. Photo: Eddie C.Y. Lam. Courtesy: LIN Xue e/and Gallery EXIT

Walter De Maria Apollo's Ecstasy, 1990 Collection Stedelijk Museum Amsterdam
Walter De Maria, Apollo's Ecstasy, 1990. Collection Stedelijk Museum Amsterdam.

Stefan Bertalan Snails
Stefan Bertalan, Snails. Courtesy Johnen Galerie.

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12 June 2013 / 0 comments
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