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Biennale di Venezia, Arte 2013
Romania

4 Settembre 2013

Le labbra strette sul cannello d’ambra della pipa, la barba schiacciata contro la gorgera d’ametiste, gli alluci inarcati nervosamente nelle pantofole di seta, Kublai Kan ascoltava i resoconti di Marco Polo senza sollevare le ciglia. Erano le sere in cui un vapore ipocondriaco gravava sul suo cuore.

– Le tue città non esistono. Forse non sono mai esistite. Per certo non esisteranno più. Perché ti trastulli con favole consolanti? So bene che il mio impero marcisce come un cadavere nella palude, il cui contagio appesta tanto i corvi che lo beccano quanto i bambù che crescono concimati dal suo liquame. Perché non mi parli di questo? Perché menti all’imperatore dei tartari, straniero?

Italo Calvino, Le città invisibili (introduzione al IV capitolo)

Il padiglione della Romania è un vasto rettangolo bianco, spoglio, completamente vuoto. Un perfetto white cube, ma privo di installazioni o sculture. All’interno risuona un’eco poderosa – lo spazio pare concepito soltanto per contenere il suono gorgheggiante di tali rimbombi. Qualcosa ora si muove, le figure di alcuni performer emergono da una delle estremità della stanza. Una voce grida un titolo, un anno e un autore. In risposta all’ordine vocale, un uomo e una donna si accasciano a terra: uno si distende su un fianco, la testa sostenuta da un braccio, in una posa che ricorda una virile Venere tizianesca; l’altra si rannicchia accanto alla silhouette del compagno, raggomitolandosi su se stessa, come a imitare un masso dalla forma sferica. Restano così, per qualche minuto, muti e impassibili. Il pubblico li osserva sorpreso; poi qualche sorriso sornione spunta sulle facce degli astanti. È questa la messa in scena de La Nona Ora di Maurizio Cattelan.

Biennale Padiglione Romania

Alexandra Pirici e Manuel Pelmuş, An Immaterial Retrospective of the Venice Biennale, 2013. Messa in scena de La Nona Ora di Maurizio Cattelan, 1999. Foto: Eduard Constantin.

Alexandra Pirici e Manuel Pelmuş hanno immaginato l’intervento rumeno per la 55ma Biennale d’Arte di Venezia come una performance lunga sei mesi, mai uguale a se stessa, in cui gli unici protagonisti sono i performer con i loro corpi. An Immaterial Retrospective of the Venice Biennale consiste nella rappresentazione “corporea” dei lavori presentati nel corso delle passate edizioni della rassegna veneziana. Tale messa in scena include non solo interventi performativi ma anche pitture, oggetti e sculture. Il corpo simula forme disegnate o dipinte, riproduce le fogge dei materiali più disparati, e si serve del movimento per rappresentare punti di vista diversi o una natura in trasformazione. Così, i due artisti ricostruiscono un archivio immateriale dell’evento d’arte contemporanea più famoso al mondo; conferiscono un carattere impalpabile ed effimero a opere spesso concepite come monumentali e profondamente materiche.

Alexandra Pirici e Manuel Pelmuş: An Immaterial Retrospective of the Venice Biennale, 2013.

Alexandra Pirici e Manuel Pelmuş, An Immaterial Retrospective of the Venice Biennale, 2013. Messa in scena di Hotel Lobby di Edward Hopper. Foto: Alexandra Pirici.

Questa retrospettiva invisibile della Biennale mi riporta con la mente ad André Malraux e al suo musée imaginaire – un museo fatto di copie di opere d’arte, ovvero di immagini e riproduzioni fotografiche. Un museo piatto, bidimensionale, in cui la consistenza fisica dei manufatti non ha più importanza – archivio liquido, privo di muri, in continuo aggiornamento e in grado di accostare lavori conservati in luoghi della Terra molto distanti tra loro. L’intervento di Pelmuş e Pirici pare sviluppare ulteriormente le premesse del critico francese: quello all’interno del padiglione rumeno è un museo immaginario e immaginato, ma allo stesso tempo vivo e presente. Un museo immateriale reso possibile – paradossalmente – dalla consistenza fisica dei corpi dei performer. Un esperimento capace di vivificare ciò che è muto, inanimato, immobile. Un intervento, come affermano i due artisti, in cui “i lavori letteralmente prendono vita, respirano, sudano, tremano e ti osservano”.

Alexandra Pirici e Manuel Pelmuş: An Immaterial Retrospective of the Venice Biennale, 2013.

Alexandra Pirici and Manuel Pelmuş, An Immaterial Retrospective of the Venice Biennale, 2013. Quotation of Wall Enclosing a Space by Santiago Sierra. Photo: Eduard Constantin.

Alexandra Pirici e Manuel Pelmuş: An Immaterial Retrospective of the Venice Biennale, 2013.

Alexandra Pirici and Manuel Pelmuş, An Immaterial Retrospective of the Venice Biennale, 2013. Enactment of Black Circle, by Kazimir Malevich. Photo: Alexandra Pirici.

Alexandra Pirici e Manuel Pelmuş: An Immaterial Retrospective of the Venice Biennale, 2013.

Alexandra Pirici and Manuel Pelmuş, An Immaterial Retrospective of the Venice Biennale, 2013. Enactment of the retrospective of paintings by Amedeo Modigliani, 17th International Biennial Art Exhibition, 1930. Photo: Eduard Constantin.

Alexandra Pirici e Manuel Pelmuş: An Immaterial Retrospective of the Venice Biennale, 2013.

Alexandra Pirici and Manuel Pelmuş, An Immaterial Retrospective of the Venice Biennale, 2013. Enactment of + AND – by Mona Hatoum. Photo: Eduard Constantin.

Alexandra Pirici e Manuel Pelmuş: An Immaterial Retrospective of the Venice Biennale, 2013.

Alexandra Pirici and Manuel Pelmuş, An Immaterial Retrospective of the Venice Biennale, 2013. Enactment of Supreme Meeting by Giacomo Grosso. Photo: Eduard Constantin.

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Federico Florian

Storico dell’arte e aspirante scrittore, vive a Milano e ha un debole per l’arte contemporanea. Collabora con Arte e Critica e altre testate. Violinista e instancabile viaggiatore, ama la buona letteratura. Sogna una critica d’arte agile e fresca, e aspetta di scrivere il romanzo perfetto.


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