Biennale di Venezia, Arte 2013
Giardini

19 giugno 2013

Di là, dopo sei giorni e sette notti, l’uomo arriva a Zobeide, città bianca, ben esposta alla luna, con vie che girano su se stesse come in un gomitolo. Questo si racconta della sua fondazione: uomini di nazioni diverse ebbero un sogno uguale, videro una donna correre di notte per una città sconosciuta, da dietro, coi capelli lunghi, ed era nuda. Sognarono d’inseguirla. Gira gira ognuno la perdette. Dopo il sogno andarono cercando quella città; non la trovarono ma si trovarono tra loro; decisero di costruire una città come nel sogno…

Italo Calvino, Le città invisibili (III capitolo: Le città e il desiderio, 5)

Percorro il viale alberato dei Giardini, in direzione del Padiglione Centrale. Ne scorgo la geometrica facciata bianca, dall’inconfondibile pronao a colonne: è questo il cuore pulsante della Biennale ed è qui che è allestita la seconda sezione de Il Palazzo Enciclopedico. Varco la soglia dell’edificio e mi ritrovo in un ambiente circolare, quasi mistico. Il mio sguardo si perde in un tripudio di forme sovrumane e immagini apocalittiche: osservo le illustrazioni del Libro Rosso di Carl Gustav Jung, l’opera a cui il noto psicanalista svizzero dedicò più di sedici anni della sua vita. Il manoscritto contiene le trascrizioni delle sue allucinazioni autoindotte, accompagnate da un delirante corredo di disegni – diario delle ossessioni e dei voli dell’immaginazione di una mente profetica e visionaria. M’imbatto nel volto in gesso di Breton scolpito da René Iché – maschera mortuaria o raffigurazione di un’estasi surrealista – e assisto alla nenia rituale inscenata dai performer di Tino Sehgal; poco oltre, i disegni colorati delle lavagne di Rudolf Steiner mi portano con la mente agli slanci esoterici dell’Antroposofia, tentativo utopistico di applicare il metodo della scienza moderna al mondo spirituale.

Rudolf Steiner Disegni alla lavagna, 1923

Rudolf Steiner, Disegni alla lavagna, 1923. Courtesy Rudolf Steiner Archive, Dornach, Switzerland.

Così, il mio tragitto all’interno del padiglione comincia a prendere forma e ad acquisire senso. È qui, nel labirinto delle sale espositive, che posso sperimentare il carattere umano e soggettivo di ogni sforzo enciclopedico – uno sforzo volto a comprendere anche il lato invisibile del reale, quel mondo interiore che Steiner desiderava decifrare e classificare. L’altare polverizzato di Roger Hiorns – un misero cumulo di cenere, calco atomizzato di un monumento liturgico – mi introduce a ignoti culti misterici: seguo con lo sguardo le traiettorie circolari delle forme dipinte da Hilma af Klint – artista dai poteri medianici, in dialogo con entità soprannaturali – e ammiro la simmetria dei disegni caleidoscopici di Emma Kunz, risultato di sessioni radiestesiche e rituali divinatori.

Le sale del Padiglione Centrale si susseguono senza ordine: qui domina la realtà disfatta dei sogni. Incappo nei disegni mostruosi di Christiana Soulou, ispirati al Libro degli esseri immaginari di Borges – bestiario di fantasia attiguo a quello di Levi Fischer Ames, composto da sculturine di belve fiabesche finemente lavorate. Come in una sessione jungiana di immaginazione attiva, il sogno conduce al trauma, e il trauma riporta all’infanzia: mi aggiro tra le spettrali case di bambola di Andra Ursuta, riproduzioni in miniatura delle stanze in cui l’artista abitava da bambina. Sono reliquie di un passato inquieto, infestate da invisibili presenze da incubo.

Christiana Soulou Griffon, 2012

Christiana Soulou, Griffon, 2012. Copyright the artist, courtesy Sadie Coles HQ, London.

Oramai sono quasi alla fine del mio percorso di visita, breve itinerario attraverso l’enciclopedia dell’immaginario. Poco prima di raggiungere l’ingresso dell’edificio, ritrovo le splendide marine dipinte da Thierry De Cordier. Ne scruto la cupa composizione materica, come fossero residui di un’antica era geologica. Mi fanno pensare a surreali ambientazioni da sogno, abitate da onde minacciose sul punto di tramutarsi in solide falde di roccia. Le immagini affiorano in superficie come ricordi rimossi, dando forma a un archivio di paesaggi interiori – ultimo tentativo enciclopedico di mappare il fumoso territorio dello spirito.

Thierry De Cordier MER MONTÉE, 2011

Thierry De Cordier, Mer Montée, 2011. Private Collection, Belgium. Courtesy the Artist and Xavier Hufkens, Brussels. Photo: © 2013 Dirk Pauwels, Gent.

Hilma af Klint The Dove, no. 12, Series UW, 1915

Hilma af Klint, The Dove, no. 12, Series UW, 1915. Courtesy The Hilma Af Klint Foundation.

Harry Smith Film No. 12 (Heaven and Earth Magic), 1959-61

Harry Smith, Film No. 12 (Heaven and Earth Magic), 1959-61. Copyright Anthology Film Archives.

Melvin Moti Eigenlicht, 2012

Melvin Moti, Eigenlicht, 2012. Courtesy the artist and Meyer Riegger.

Roger Hiorns Untitled, 2013

Roger Hiorns, Untitled, 2013. Courtesy: The artist; Corvi-Mora, London and Annet Gelink Gallery, Amsterdam. Photo: Marcus Leith Photography. © Roger Hiorns.

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Federico Florian

Storico dell’arte e aspirante scrittore, vive a Milano e ha un debole per l’arte contemporanea. Collabora con Arte e Critica e altre testate. Violinista e instancabile viaggiatore, ama la buona letteratura. Sogna una critica d’arte agile e fresca, e aspetta di scrivere il romanzo perfetto.


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