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Timothy Greenfield-Sanders
“Ho imparato da Bette Davis”

20 novembre 2015

Timothy Greenfield-Sanders (Miami Beach, 1952) illumina il talento degli altri. Artisti e politici si sentono al sicuro quando entrano nella sua casa-studio, un ex convento anglicano dell’East Village trasformato in una vera e propria cattedrale della fotografia e ora anche del cinema. “L’ho comprata nel 1978 grazie a un annuncio sul Village Voice”, racconta in cucina mentre prepara la colazione con uova strapazzate e caffè. “In quel periodo New York era economicamente molto fragile. Il mercato immobiliare era conveniente e questo era un quartiere periferico. Penso che questo palazzo abbia giocato un ruolo importante nella mia carriera. È un luogo molto riconoscibile, che piace. In un certo senso, aumenta il mio fascino. Le persone qui si trovano a proprio agio. Preferisco sempre ritrarre qui, quando è possibile”. Greenfield-Sanders instaura una naturale empatia con il proprio interlocutore. Il suo timbro cortese invoglia le persone a rilassarsi. Offre loro ciò di cui hanno bisogno e, se vuole fare un ritratto, le accompagna nella grande sala al piano terra, con alle spalle un fondale grigio chiaro e di fronte una Folmer & Schwing 11 x 14 pollici (28 x 36 cm) in legno del 1905. Poi accende una sola luce, di solito quella destra, e non dà particolare risalto agli elementi narrativi. Il più delle volte chiede solo di guardare dritto in camera. La sensazione di qualcuno che ti guarda da una fotografia è potente. Lui l’ha riproposta anche nei suoi film. L’ultimo si chiama The Women’s List.

Timothy Greenfield-Sanders: È da poco stato trasmesso dalla PBS, qui negli Stati Uniti. È il seguito della serie che comprende The Black List, The Latino List,

The Out List e The Boomer List. Questa volta sono quindici donne, che vanno da Madeleine Albright a Edie Falco, da Wendy Williams e Rosie Perez. Ne sono molto orgoglioso. E sono riuscito a convincere Toni Morrison a scrivere una dichiarazione speciale sulle donne di oggi e leggerla come introduzione. Toni ha scritto un minuto incredibile, favoloso. Siamo amici da trentacinque anni. È stata molto gentile.

Di recente, Toni Morrison ha condannato tutti quei poliziotti bianchi che negli Stati Uniti si sono resi colpevoli dell’omicidio di uomini neri. I repubblicani più convinti sono ancora furiosi per l’elezione di Obama?

Sì, temo sia vero. Gli americani della destra radicale sono razzisti nati. È un ultimo gesto disperato del controllo bianco.

Rifiutano chi considerano diverso?

Sì. E molti dei miei film parlano della diversità.

Hai già pensato al prossimo?

The Trans List per HBO. Al momento non è ancora stato annunciato. Uscirà tra circa un anno, spero per il Pride di giugno.

Hai già iniziato le riprese?

Sono appena rientrato da Los Angeles, dov’ero per alcuni servizi fotografici durante delle interviste. Quattro soggetti in un giorno. Storie incredibili. Davvero fantastiche. Una è una sopravvissuta delle rivolte di Stonewall, si chiama Miss Major. Le persone trans erano in prima linea nei movimenti LGBT. Miss Major è una donna trans di quasi un metro e novanta, una persona davvero eccezionale. La comunità trans la venera. Abbiamo intervistato anche un uomo trans che fa la pornostar. È tatuato e molto mascolino, ma ha ancora la vagina. Nell’intervista spiega che esistono molti più uomini gay di quanti possiamo immaginare ai quali piace fare sesso con un uomo virile che ha la vagina.

E gli altri due?

Il terzo è un giovane militare latinoamericano con il corpo da culturista. È entrato nell’esercito come donna e ora è un uomo. La sua è una storia davvero significativa. E la quarta è una donna trans, anche lei latinoamericana, che ha raccontato dei suoi anni in prigione, della sua vita di strada e di come ha superato tutto ciò prima di diventare un’attivista che aiuta le donne transessuali.

Alfred Hitchcock e Timothy Greenfield Sanders.

Alfred Hitchcock e Timothy Greenfield Sanders.

Alcuni anni fa al parlamento italiano c’era una donna trans: Vladimir Luxuria, la prima persona transessuale a essere eletta al parlamento di uno Stato europeo. Oggi si parla molto di questo argomento grazie a Caitlyn Jenner.

Sì, è vero. Speriamo di averla nel film. Caitlyn è un’importantissima chiave di lettura del mondo trans. Quando era ancora Bruce Jenner era molto amata e credo che ciò invoglierà le persone a capire perché qualcuno possa fare questa scelta.

L’hai mai incontrata?

Non ho incontrato lei. Ho incontrato lui, anni fa, a una festa a Hollywood.

E Laverne Cox, l’attrice di Orange Is the New Black?

Laverne ha accettato di far parte del film.

Lavori sempre con persone di grande talento.  

Ci provo. Per me è importante. Gli altri film della serie List ora sono popolari.

Fai dei ritratti fotografici di chi partecipa ai tuoi film?

Sì, li ho sempre fotografati tutti. Per The Trans List vorrei fotografarne di più rispetto ai quindici personaggi presenti nel documentario. Mi piacerebbe fotografare cinquanta persone trans e poi fare una mostra e un libro.

Come scegli il cast dei tuoi film?

È difficile, la scelta è molto ampia. Cerchiamo di offrire una gamma di personaggi molto diversi tra loro. Con The Black List abbiamo fatto attenzione a evitare che ci fossero troppi attori, atleti o musicisti. Volevamo dimostrare che ci sono molte persone di talento anche al di fuori dei settori più popolari. Volere persone famose è naturale, perché aiutano ad attirare l’attenzione sul film. La stampa ama le persone famose! Ma non possono esserci soltanto facce popolari.

Ti occupi tu di tutto? Intendo dell’ideazione, della presentazione, dell’aspetto logistico, etc.

La serie delle List è stata una mia idea: volevo dar vita ai miei ritratti. E fin dalla prima delle mie List il presupposto è rimasto quello. Però non è necessario che sia io l’operatore affinché i film abbiano la mia impronta, né che mi occupi per forza del montaggio o che conduca personalmente le interviste.

Hai degli assistenti?

Sì, certo. Ho un po’ di manie di controllo e mi piace seguire tutto, ma ho una squadra grandiosa.

Chi fa le interviste?

Dipende dai film. Le giornaliste Sandra Guzman e Maria Hinojosa hanno intervistato i soggetti di The Latino List. Per The Out List è stato il regista Sam McConnell, che è omosessuale. È di grande aiuto che l’intervistatore conosca il terreno su cui si muove. La donna che fa le interviste per The Trans List è la scrittrice Janet Mock, transessuale. È splendida. Siamo molto felici che faccia parte della squadra.

In che anno sei arrivato a New York?

Mi sono trasferito qui per il college nel 1970, quando avevo diciotto anni. Sono andato alla Columbia University per studiare storia dell’arte e in seguito ho frequentato l’American Film Institute (AFI) di Los Angeles. Poi, io e Karin siamo tornati a New York e abbiamo comprato questo stabile.

Cosa fa tua moglie?

È un avvocato. Si occupa principalmente di opere di beneficenza a scopo ambientale. Ha lavorato anche con alcuni artisti. Karin è il cervello della famiglia.

Nel 1999 hai vinto un Grammy per il miglior lungometraggio musicale con il tuo primo film Lou Reed: Rock and Roll Heart. Che effetto fa?

Non credevo che un Grammy fosse una cosa importante. Poi un giorno ne ho vinto uno. Ora credo sia importante. È un grande onore!

Reed Lou. Foto: Timothy Greenfield Sanders.

Lou Reed. Foto: Timothy Greenfield Sanders.

Quando hai incontrato Lou Reed?

L’avevo incontrato di sfuggita tanti anni fa, ma più come fan che come amico. Ci siamo conosciuti davvero quando è venuto nel mio studio, nel 1992, per un servizio fotografico. Siamo diventati amici all’istante, davvero.

È stato lui a presentarti Fernanda Pivano?

Sì, la prima volta che l’ho incontrata è stata al Festival di Poesia di Conegliano. Infatti, per un breve momento appare nel documentario su Lou Reed. Anni dopo era in viaggio a New York e l’ho invitata a farmi visita in studio per un ritratto. Una persona magnifica, un personaggio unico. La Gertrude Stein italiana. L’ultima volta che ci siamo incontrati è stato a Milano.

In Italia sei molto conosciuto.

Molti anni fa Demetrio Paparoni è venuto qui a trovarmi. Abbiamo legato subito ed è anche grazie a lui se in Italia ho avuto tanta visibilità e successo.

Sei ancora in contatto con Laurie Anderson?

Sì, certo. Laurie è stata a Venezia lo scorso settembre per il suo nuovo film, Heart of a Dog. Non l’ho ancora visto. Laurie è in The Women’s List.

Hai due figlie, Isca e Liliana, entrambe artiste: una pittrice, l’altra scrittrice e regista. Come hai trasmesso loro l’amore per l’arte?

Sono cresciute in una casa dove ogni giorno veniva a farci visita qualcuno di importante. Potevano rientrare da scuola e prendere un tè con Jasper Johns o un gelato con John Malkovich. Il minimo che si possa dire è che la loro non è stata un’educazione ordinaria. Quando mia figlia Isca ha sposato Sebastian, Lou Reed si è esibito alla cerimonia. Hanno imparato fin da piccole come si posa per una foto. Sanno comportarsi. Sono cresciute vedendo con i propri occhi i vantaggi e gli svantaggi della celebrità e della fama. Fortunatamente hanno incontrato artisti veri, attori di talento, scrittori brillanti. Così, per loro fama e celebrità sono sempre state legate al talento. Non grazie ai reality o a YouTube, ma a persone che si sono date da fare per creare qualcosa di diverso.

È vero che la prima persona che ti ha insegnato a fotografare è stata Bette Davis?

Sì, è vero. È stata la prima persona a manifestare interesse per me, come fotografo. Ero uno studente dell’American Film Institute. Studiavamo i film di tutte le grandi leggende di Hollywood e loro venivano da noi per tenere seminari. Hitchcock, Bergman, Truffaut, un giovane Steven Spielberg. Sono venuti tutti. Era un luogo davvero privilegiato. Quando è venuta Bette Davis, io ero diventato da poco il fotografo della scuola. Immortalavo questi eventi per l’archivio dell’AFI. Non voleva farlo nessuno. La fotografia era meno importante del cinema. Ma io non sapevo bene cosa facevo. Non ero ancora un fotografo. Sapevo solo scattare istantanee. Così, quando mi sono messo a fotografare Bette Davis, mi sono chinato e lei mi ha detto: “Che cazzo fai? Fotografi dal basso? Non si fotografa mai dal basso. Non si fa!”. Poi mi ha chiesto se sapevo guidare. Le ho risposto di sì e lei mi ha detto: “Bene, io ti insegno a fotografare e tu mi fai da autista per una settimana a Los Angeles”. Così, per tutta la settimana seguente, sono andato a prenderla ogni giorno: parlavamo di fotografia e dei film che le piacevano, i registi che erano davvero bravi. A un certo punto sapevo tutto di lei, ero diventato un suo grande fan. Nonostante fosse ormai in là con gli anni, per me rimaneva una leggenda. Amavo lei e tutto ciò che aveva fatto. Era iconica. Immagina che fortuna fare un’esperienza simile. Bette mi ha iniziato all’opera di tutti i grandi fotografi di Hollywood, persone come George Hurrell. Mi spiegava come lui le avrebbe illuminato il volto e perché avrebbe usato una determinata lente. Le mie lezioni di fotografia si sono tenute su una vecchia Ford Customline del 1954, con Bette Davis come insegnante.

Hai ricevuto lezioni private da altri miti come lei?

Sono diventato amico anche di Hitchcock. Mi ha invitato a fargli visita agli studi della Universal e a conoscere i ragazzi delle luci, perché aveva visto che non ne sapevo nulla. L’AFI era la più importante scuola di cinema e Hollywood era interessata a noi. Eravamo il futuro del cinema.

Era una sorta di scambio tra giovani allievi e grandi maestri?

Esattamente. Una delle cose più importanti che ho imparato all’AFI è stato come comportarmi con le persone famose. L’ho imparato quando avevo ventiquattro, venticinque anni. Ero molto giovane.

Bette Davis. Foto: Timothy Greenfield Sanders.

Bette Davis. Foto: Timothy Greenfield Sanders.

Hai incontrato anche Tennessee Williams, se non sbaglio.

Sì. Era un grande amico di mio zio, David Wolkowsky. Ma io ero troppo giovane per capire di avere davanti una leggenda. Ero un adolescente. Tennessee Williams non era nessuno per me.

Davvero?

Quando hai tredici anni nel tuo radar Tennessee Williams non c’è. Non avevo letto le sue opere. Io e mio fratello andavano a trovare mio zio e a pescare. Prendevamo dei pesci per cena e Tennessee li cucinava. Difficile crederci, vero? Intuivo che fosse una persona importante, anche a tredici anni, questo sì. Lo capivo da come reagivano le persone incontrandolo.

Quanti anni aveva?

Più o meno cinquantacinque anni. Per me voleva dire essere vecchi! Alcuni anni dopo, quando mi sono trasferito a New York, ho avuto la fortuna di vederlo in una piccola produzione teatrale di Small Craft Warnings. Tennessee recitava al fianco di Michael York e Candy Darling. Da quel momento, mi è stato chiaro quanto fossi fortunato a conoscerlo.

Tuo zio è un artista?

No, mio zio era un operatore immobiliare a Key West. Adesso ha novantasei anni. È considerato il re di Key West. Ha avuto lungimiranza e buongusto. Ha costruito il primo albergo importante dell’isola, il Pier House. Ma era come Gertrude Stein, amava la letteratura e gli scrittori. Era come Fernanda Pivano. Ricorda che Key West negli anni Settanta era “il posto” per gli artisti. Ci andavano tutti a trascorrere l’inverno. Nel suo momento migliore è stato un posto davvero speciale. Il mercato immobiliare e gli affitti erano economici, il clima era una scappatoia dal freddo del Nord. Era una vera e propria colonia di artisti. E mio zio era il proprietario del miglior albergo della città. Adoravo andare a Key West con i miei amici. Mio zio ci dava un bel posto dove stare, nel quale non c’erano regole.

Chi altro hai incontrato in quel periodo?

Da adolescente ho incontrato Leonard Bernstein. Mia madre era musicista e sia lei che mio padre erano coinvolti nella lotta per i diritti civili. Mia madre una volta ha pranzato insieme a Martin Luther King, ma io ai tempi non sapevo nemmeno chi fosse: avevo soltanto dieci anni.

Parliamo della New York di oggi. Cosa mi dici del sindaco Bill de Blasio? 

Ciò che mi piace di de Blasio è che è parente di un mio grande amico napoletano, Davide de Blasio, proprietario della ditta Tramontano. Realizzano la pelletteria migliore. Davide era un grande fan di Lou Reed e col tempo è diventato uno dei suoi amici più intimi. Lou amava Tramontano e i loro prodotti. Ad ogni modo, qualche anno fa Davide ha detto che sarebbe venuto a New York per incontrare un suo lontano cugino, un tipo chiamato Bill de Blasio. Poco dopo de Blasio si è candidato a sindaco.

Secondo la stampa americana, nessuno è contento del suo operato.

New York è una città molto difficile da governare. Non credo che de Blasio sia così impopolare. È uno stratagemma dei media perché è un liberal. Al New York Post piace che a governare la città ci siano quelli di destra. Gli piacciono i dittatori come Giuliani.

Di Giuliani si parla come di colui che ha ridotto il tasso di criminalità.

Il tasso di criminalità non è sceso grazie a Giuliani. È sceso grazie a cambiamenti nella popolazione e al miglioramento dell’economia. C’è uno studio affascinante sugli effetti della messa al bando della vernice al piombo e il crimine. Giuliani ha saputo rassicurare i suoi cittadini quando erano terrorizzati dall’11 settembre, è vero, ma da sindaco ha fatto diverse cose razziste e illegali. Credo che de Blasio abbia un buon cuore. Un cosa che non direi mai di Giuliani.

Sembra che il numero dei senzatetto sia aumentato, rispetto a qualche anno fa.

Non eri qui negli anni Settanta. In confronto adesso siamo a Disneyland!

Clinton Hillary. Foto: Timothy Greenfield Sanders.

Hillary Clinton. Foto: Timothy Greenfield Sanders.

Cosa mi dici delle campagne elettorali per il prossimo Presidente degli Stati Uniti?

Credo sia presto. L’unica che ha cervello è Hillary Clinton. Gli altri sono dei buffoni. Riesci a prendere sul serio Trump? Fa delle dichiarazioni così sconcertanti. Al contempo, è vero che conosce bene i mezzi di comunicazione.

È corretto dire che è una sorta di Berlusconi americano?

Non credo che Trump abbia fatto sesso con prostitute minorenni, finora (scoppia a ridere, nda)! Trump è un fenomeno molto americano, una personalità sopra le righe che parla prima di pensare. Questo è il motivo per cui è pericoloso. I suoi commenti sui sudamericani sono disgustosi. Sarei sorpreso se arrivasse a essere il candidato repubblicano. Non credo che ci riuscirà, perché i repubblicani vogliono qualcuno che possa essere controllato. E quel qualcuno non è Donald Trump.

Hai fotografato Hillary Clinton. Donald Trump l’hai mai incontrato?

Sì, ho fotografato anche lui.

D’altronde anche lui è una persona di talento!

Sì. Ha talento nel manipolare i media. Pensa a noi, e a tutto il tempo che stiamo sprecando a parlare di lui.

Spiegami ancora una cosa. Qui tutti parlano di latino e afro-americani. Perché nessuno parla dei cinesi o di altre popolazioni d’Oriente?

Negli Stati Uniti le minoranze più ampie sono i neri e i latini. Paragonate alle loro, le popolazioni asiatiche sono piuttosto piccole. Sebbene stiano aumentando di numero e in alcune città siano importanti, hanno altri tipi di problemi. Bisogna anche considerare la barriera linguistica, che è alta. A differenza degli europei, la maggioranza degli americani parla solo una lingua. Diciamo che il cinese è decisamente più difficile dello spagnolo!

Hai mai ritratto cinesi?

Ho cominciato proprio adesso una serie sugli artisti cinesi. Finora ho più o meno una dozzina di ritratti.

Potrebbe essere il tuo prossimo progetto!

Difficile, ritrarre persone che non ti capiscono non è affatto facile.

Trump Donald. Foto: Timothy Greenfield Sanders.

Donald Trump. Foto: Timothy Greenfield Sanders.

Fernanda Piano. Foto: Timothy Greenfield Sanders.

Fernanda Pivano. Foto: Timothy Greenfield Sanders.

Morrison Toni. Foto: Timothy Greenfield Sanders.

Toni Morrison. Foto: Timothy Greenfield Sanders.

Alfred Hitchcock. Foto: Timothy Greenfield Sanders.

Alfred Hitchcock. Foto: Timothy Greenfield Sanders.


Enrico Rotelli

Intervista autori americani per La Lettura del Corriere della Sera e collabora con la Fondazione Fabrizio De André. È stato assistente di Fernanda Pivano, di cui ha curato i libri Diari 1917-1973Diari Volume 2 1974-2009 e Medaglioni. È curatore anche delle autobiografie di Valentina Cortese, Carla Fracci e Paola Turci.


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