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Thomas Braida
Interview

26 Novembre 2012

Thomas Braida parla poco e dipinge moltissimo. Sulla tela, su pagine di riviste, su piatti e, persino, su bilance pesapersone: in pratica, su qualsiasi cosa gli capiti a tiro. Come se non potesse fare a meno di dare costantemente corpo a personaggi e paesaggi tanto mostruosi quanto familiari. Sono quelli che ci circondano nella nostra realtà quotidiana – reale e virtuale – e che lui trasfigura in immagini senza tempo. Nato in Friuli Venezia Giulia trent’anni fa, vive a Venezia, dove si è diplomato all’Accademia di Belle Arti, ma ultimamente sta pensando di emigrare altrove, insieme al suo demone della pittura. Magari a Milano, dove, lo scorso giugno, ha stipato all’inverosimile l’eterodossa vetrina espositiva del Crepaccio, attirando molta attenzione su di sé.

Installazione di Thomas Braida per Il Crepaccio, Milano, 2012. / Installation by Thomas Braida for Il Crepaccio, Milan, 2012.

Installazione di Thomas Braida per Il Crepaccio, Milano, 2012.

Thomas, come ti definiresti?

Sono un pittore perché non saprei fare altro così bene.

E come lo sei diventato?

Ho provato a fare tutt’altro, prima, ma non ero mai soddisfatto e tornavo sempre a dipingere. Poi mi sono iscritto all’Accademia e ho capito, definitivamente, che dovevo fare quello.

In che senso?

Ho provato a suonare, poi volevo fare il barista, mi sono messo a studiare matematica. Sì, penso di non essere capace di fare altro meglio della pittura. Ma sarei comunque sopravvissuto senza. Meglio o peggio, non so.

In che ambiente sei cresciuto? 

Mio padre era un insegnante di storia dell’arte e artista per passione. Realizzava prevalentemente sculture. Posso dire di essere cresciuto in un clima in cui essere creativi era la norma.

Cosa significa, per te, essere creativi?

Costruirsi e inventarsi i giochi, per esempio, con quello che hai davanti, anche con niente.

Thomas Braida, Topolini , 2012.

Thomas Braida, Topolini, 2012.

Visto che sei cresciuto in un ambiente creativo, avrai iniziato presto: te lo ricordi il tuo primo lavoro? 

Sì, ero alle elementari, e ho fatto un disegno di cui io stesso non mi capacitavo: era meglio di me.

Adesso, quante ore al giorno disegni e dipingi? 

Dipende, anche otto o dodici ore. O niente. In media direi quattro ore, ma ogni giorno devo fare qualcosa, almeno un disegno.

E quando non fai niente cosa fai?

Sono bravissimo anche a oziare. Mi piace cucinare, camminare e se torno in Friuli vado nell’orto o in giro in bici.

Da dove trai ispirazione per i soggetti dei tuoi lavori?

Da tutto quello che vedo. Proprio tutto.

Anche se le tue opere sono stimolate dall’osservazione della realtà, a mio avviso c’è un potente processo di traduzione di questi stimoli attraverso la tua immaginazione.

È così. Ogni cosa, attraverso la mia mano, si trasforma e supera il reale. E diventa ancora più vera.

Thomas Braida, Saluto alla salma , 2012.

Thomas Braida, Saluto alla salma, 2012.

Ho visto per la prima volta il tuo lavoro quando ero nella giuria della 94ma Collettiva Giovani Artisti, premio Bevilacqua la Masa, alla fine del 2010. In particolare, la serie I tappi (2010): personaggi grotteschi dipinti a olio su tappi per conserve di varie dimensioni. Mi ha emozionata questo affresco,  dimesso nei mezzi ma di un’intensità prepotente, di un’umanità mostruosa e disperata, e mi ha colpita anche la sua provocatoria alterità rispetto a quanto proposto dagli altri artisti in quel contesto (e non solo). E poi c’erano, come accompagnamento, queste tue parole: “L’importanza e la bellezza della diversità cercano di essere espresse attraverso dei comunissimi tappi (da intendersi anche come persone non molto alte), come piccoli cammei o antiche foto ricordo di persone deformate, molto più simili ad animali, Mostri-Dei-Lottatori, esseri buffi e inquietanti, ognuno particolare ma carico di contraddittoria bellezza”. Qual è la tua definizione di bellezza?

La diversità è bellezza. Una cosa bella la “senti” subito e, magari, la capisci dopo. È un atto d’amore, l’arte.  Anche capire la diversità lo è.

Con tutti i libri di storia dell’arte che, suppongo, giravano a casa vostra, ci saranno stati degli artisti o delle opere che hanno colpito e formato la tua sensibilità artistica? Non è difficile intravedere nei tuoi lavori riferimenti alla pittura antica e contemporanea, da Condo a Ensor, ma non solo. Appena ci siamo conosciuti, ti ho detto che il tuo lavoro mi ricordava quello di Nathalie Djurberg per un’analoga compresenza di elementi grotteschi e sublimi, per la vostra capacità di rappresentare, appunto, la bellezza perversa della diversità. E vi accomuna anche un’urgenza creativa.

Sì, c’erano libri di storia dell’arte, ma non li guardavo con troppo interesse. Preferivo i libri illustrati sulla preistoria. Quelli sì che ti accendono l’immaginazione. Condo però non mi piace, la Djurberg certamente sì. Poi John Bock. L’arte africana moderna in generale è molto potente. Ma le immagini per me hanno tutte lo stesso valore viste sui libri o sul web, belle o meno. Dal vivo, è tutto un altro discorso. Da piccolo, a Vienna, ero rimasto molto affascinato dalle farfalle in bacheca al museo di storia naturale. Avevo tre anni e me lo ricordo ancora benissimo. A volte penso che mi sarebbe piaciuto essere un poeta francese tipo Verlaine. O un pittore come Grosz in Germania. Ma anche Goya.

Ecco un altro punto in comune tra te e Nathalie… e me: siamo fan di Goya! Ti definisci sempre pittore, e mai artista, però realizzi anche sculture, assemblando semplici oggetti d’uso quotidiano, su cui spesso intervieni col colore – e, adesso che l’hai citato, devo dire che in effetti rimandano a certi assemblaggi assurdi creati da John Bock durante le sue performances. Per te si tratta sempre di pittura? 

Sì sì, tutto è pittura per me. È come qualcosa di vivo che autonomamente se ne vuole uscire dal quadro, che se ne fotte. Tutto è pittura nel senso che guardo tutto attraverso il colore. Che tutto è fatto di colore.

Hai mai pensato di usare altri linguaggi, manuali, come la fotografia e il video? 

Sì, ma non ne sono capace. La tecnologia, poi, mi odia.

Thomas Braida, L'impagliatore , 2011.

Thomas Braida, L’impagliatore, 2011.

Eppure hai un sito piuttosto aggiornato con una selezione della tua produzione, e aggiorni, direi  quotidianamente, i contenuti della tua pagina Facebook. A proposito, come la usi? A vederla sembra quasi una versione digitale dei tuoi quaderni, dove convivono quadri antichi stravaganti e still da film assai ricercati, ritratti di Scilipoti e gatti buffi, foto stupide e raccapriccianti pescate nel Web…

Sì, in effetti è un quaderno di appunti digitali e di immagini, ma la uso anche per stare in contatto con amici. E anche per insinuare un po’ di immagini perverse su Facebook.

Oltre alle immagini, carichi molta musica sulla tua pagina Facebook: dalla colonna sonora di El Topo di Jodorowsky a Lady Gaga, passando per Glenn Miller. È quella che ascolti?

Sì, più o meno. Su Facebook metto anche musica trash che di solito non ascolto, ma che ogni tanto ci sta.

Cosa leggi?

Quotidiani e romanzi. Ora, per esempio, sto leggendo Il Nome della Rosa, ma di solito preferisco la fantascienza. Mi piace molto.

Sì, ma intanto leggi e citi Kurt Vonnegut, che di fantascienza ne ha scritta, ma si tratta di grande letteratura. Mi ricordo che nella domanda di partecipazione che avevi inviato per il premio LUM del 2011, dove io ero tra i curatori, citavi un passaggio da La colazione dei campioni per chiarire la tua posizione rispetto all’arte e alla pittura. Ne cito a mia volta un frammento: “Il quadro non esisteva finché non l’ho dipinto – proseguì Karabekian. Ora che esiste, nulla mi renderebbe più felice del vederlo riprodotto mille volte, e sostanzialmente migliorato, da tutti i bambini di cinque anni della città. Mi auguro che i vostri bambini possano scoprire in modo facile e divertente quel che a me ha richiesto anni e anni di rabbia”. Nella stessa lettera parlavi anche di  “sincerità insita nel lavoro” e di “espressione in parte inconscia legata al proprio personale”. Ti identifichi quindi nei bambini-pittori di Vonnegut con la loro istintualità artistica e naturale aggressività? Bataille diceva: “What are children if not animals becoming human?/cosa sono i bambini se non animali che stanno diventando umani?”. In effetti, bambini e animali sono accomunati da uno stato di “incoscienza pre-umana” in cui certamente provano paura, ma sono liberi dalla consapevolezza della finitezza umana, liberi dal terrore inconcepibile della morte. Liberi di esplorare territori resi tabù proprio dall’angoscia della morte, come il sesso e la violenza.

Beh sì, devi essere un po’ “animale” per arrivare ai sentimenti più profondi e capire come gettarli fuori con un pennello in mano.

Sei un tipo di poche parole, mentre il tuo lavoro è ridondante. Sicuramente sei coraggioso (o incosciente?), nel senso che non sembri avere paura di nulla, soprattutto di esagerare, quando lavori. Dipingi su tutto, ma proprio tutto: non solo sulle canoniche tele, ma anche su pagine di riviste e oggetti vari. In più disegni in continuazione su quaderni che porti sempre con te. Sembra quasi che dipingere, o disegnare, sia qualcosa che non puoi trattenere, come un conato di vomito.  

Dalla prima superiore ho smesso di usare vari quaderni per le diverse materie. Ne avevo uno che utilizzavo per tutte le lezioni, che alla fine si riempiva più che altro di disegni. Finita la scuola, lo tenevo sempre con me. Nei primi quaderni provavo anche a scrivere, ma il disegno era più immediato, più utile allo scopo di sfogo e traduzione del mio pensiero, che non è fatto di parole. Adesso il quaderno è la base di tutto il mio lavoro.

Battezzare l’autovettura, Il re porco in camera pensa, Regolamento di conti dell’Augusto, Le tentazioni di Sant’Antonio, Nel mare della tranquillità, sono alcuni dei titoli, molto evocativi, surreali, dei tuoi lavori. Come e quando decidi il titolo di un’opera?

Finito un quadro, libero un po’ di spazio tra le mie idee e magari parlo con un amico, guardo per caso un pezzo di film o leggo una frase su un manifesto. Dopo un “domino di idee” mi viene un titolo, che poi aggiusto e appioppo al quadro.

A cosa stai lavorando attualmente?

Grandi tele con reinterpretazioni dei miti antichi, anche religiosi. Con il mio stile, ovviamente.

E come sarebbe?

Il mio stile è fare un po’ come mi pare.

Thomas Braida, Battezzare l'autovettura, 2012.

Thomas Braida, Battezzare l’autovettura, 2012.

Thomas Braida, Lei, 2012.

Thomas Braida, Lei, 2012.

Thomas Braida, Evviva il limone, 2011.

Thomas Braida, Evviva il limone, 2011.

Thomas Braida, Senza titolo, 2012.

Thomas Braida, Senza titolo, 2012.

Thomas Braida, Cinghio, 2012.

Thomas Braida, Cinghio, 2012.

Thomas Braida, Pello al chiodo, 2012. Collezione privata.

Thomas Braida, Pello al chiodo, 2012. Collezione privata.

Thomas Braida in una fase di allestimento del suo intervento per Il Crepaccio, Milano, giugno 2012.

Thomas Braida in una fase di allestimento del suo intervento per Il Crepaccio, Milano, giugno 2012.

Thomas Braida, Pennellate a caso, 2012. Collezione privata.

Thomas Braida, Pennellate a caso, 2012. Collezione privata.

Thomas Braida, Le tentazioni di santantonio, 2012. Collezione privata.

Thomas Braida, Le tentazioni di santantonio, 2012. Collezione privata.


Caroline Corbetta

Da freelance, asseconda la sua irrequietudine e tenta di trascendere l’autoreferenzialità dell’arte. Scrive, tra gli altri, per DomusL’Uomo VogueRolling Stone e cura progetti per istituzioni come il Moderna Museet e Performa. Si diletta nello scouting di artisti da quando, una decina d’anni fa, si è imbattuta in una sconosciuta Nathalie Djurberg.


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