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Mostrare l’architettura. Common Ground, Venezia

16 Ottobre 2012

Nel 2010 Kazuyo Sejima, curatrice della 12. Mostra di Architettura, riporta l’esposizione a quella che è (o dovrebbe essere) la sua principale caratteristica, ben descritta da Portoghesi, primo curatore della Biennale, nel 1980: una mostra con l’architettura e non sull’architettura.

Il lavoro dell’architetto giapponese porta la mostra d’architettura ad avvicinarsi alle caratteristiche di una esposizione d’arte o, meglio, di una performance artistica. Lo fa attraverso una selezione piuttosto feroce degli espositori (alcuni giovani e non ancora “famosi”), con esclusioni eccellenti, accaparrandosi alcuni spazi chiave dell’esposizione, scegliendo un tema in assoluta sintonia con il proprio lavoro, ma assai labile per il resto dei partecipanti, tirando i fili, anche progettuali, dei lavori esposti alle Corderie.

Il lavoro di Sejima, così, diventa perno di una mostra nella quale il curatore ritorna a essere progettista, assumendosi, in quanto architetto, la responsabilità di scelte discutibili, ma di assoluta coerenza. E non è un caso che questa esposizione segua quella curata da Aaron Betsky, il quale decreta che gli edifici sono la tomba dell’architettura, spostando dunque le ragioni di uno spazio architettonico dal suo contenitore (l’edificio) a un qualcosa di non definito, che può essere il disegno, la scrittura, la virtualità. Per il critico statunitense il primato spetta al processo, ai codici, alle regole edilizie, finanziarie e di sicurezza. La centralità non va cercata nello spazio.

Per questa ragione, nel 2010, potevamo salutare l’esposizione curata da Sejima come un benefico ritorno alle origini, un percorso che non era un contenitore di rappresentazioni dell’architettura, bensì esperienza architettonica: effimera, ma giudicabile attraverso parametri spaziali.

Anche la Biennale curata da Chipperfield segna un ritorno alle caratteristiche della prima edizione, non nella forma, ma nel contenuto: la Presenza del passato era un saggio sulla legittimazione della sperimentazione architettonica attraverso stilemi tratti dalla storia, un camminare verso il futuro dandogli la schiena. Common Ground è un tentativo di ampliare questo sguardo non solo all’indietro, verso il passato, ma anche sui fianchi, per trovare compagni di viaggio. E senza dare un’occhiata in avanti, verso il futuro. In questo senso, dismette le funzioni prettamente curatoriali, che erano robuste nell’edizione precedente, evitando una scelta sintetica, ma ampliando a dismisura il numero di progettisti presenti.

Le Corderie divengono allora un contenitore indistinto dove, in alcuni casi, pare di visitare una fiera d’arte. Una sensazione che si prova, per esempio, nell’esposizione delle fotografie di Thomas Struth collocate su pareti bianche, anodine, senza alcuna caratteristica spaziale. L’allestimento stesso, in effetti, non esiste: ogni area si definisce autonomamente, dando vita a un percorso pieno di incidenti, che costringe a muoversi come schegge impazzite.

Foto: Diego Terna

Foto: Diego Terna

Il problema di qualsiasi esposizione veneziana, d’altronde, si situa proprio nella sua inclusività e nelle sue dimensioni, che tendono a ingigantire i contenuti presenti. Se si vuole costruire un approccio interessante, però, non è più possibile trasporre in uno spazio fisico quello che ormai è possibile osservare con facilità nel mondo virtuale. Se la Biennale diventa la riproposizione di un contenitore eclettico, come un qualsiasi sito web di architettura, perde il suo interesse: nessun visitatore potrà mai osservare con la dovuta attenzione il corpo totale dell’esposizione. La metafora della qualità basata sulla quantità, sulla molteplicità delle fonti, sull’identica valorizzazione di qualsiasi produzione, che funziona ottimamente nella Rete, qui diventa un limite decisivo, nonostante il tentativo di dare un recinto tematico alle opere. Non a caso, le Biennali che hanno destato un interesse duraturo sono state quelle che hanno scelto un tema forte, operando una selezione estrema. D’altra parte, non paiono funzionare neppure le esposizioni che lavorano su una supposta moralità, come il Less Aesthetics, More Ethics di Fuksas, per esempio, che viene in un certo senso ripreso da Common Ground, inteso come allontanamento del concetto di opera artistica individuale, a favore di un processo progettuale più collettivo.

Un approccio di questo tipo, che implica un giudizio su problematiche morali, sociali, economiche, politiche,  non permette una valutazione sulla reale qualità dello spazio architettonico: queste problematiche hanno sicuramente la capacità di influenzare anche il progetto di una architettura, ma non sono competenze di diretto controllo del progettista. In qualche maniera egli si adatta alle condizioni a contorno e, indirettamente, con tempi lunghi, può a sua volta influenzarle attraverso la propria opera.

Un esempio lampante di questo problema si è potuto osservare nell’assegnazione del Leone d’Oro a Urban-Think Tank e Justin McGuirk: il progetto presenta lo sviluppo di una favela verticale, nata dalla progressiva occupazione di un grattacielo abbandonato, che definisce alcuni spazi di sicuro interesse nella maniera inedita di rapportare occupazione e auto-costruzione, entro un ambito che non è il tipico sprawl orizzontale: le funzioni si raggruppano, adattando le condizioni di povertà imposte a un concetto più “ecologico”, evitando cioè il consumo forsennato di suolo e trasformando radicalmente i collegamenti fra gli spazi.

Foto: Chiara Quinzii

Foto: Chiara Quinzii

Il gruppo venezuelano decide, allora, di ricostruire un plausibile spazio della favela, predisponendo un fast-food di specialità locali e dando vita a una sorta di riserva di caccia da turismo di massa, una versione edulcorata delle complessità sociali, economiche e funzionali dell’edificio venezuelano. Con ipocrisia, e una malcelata ricerca di moralità, si lascia credere che il finto caos delle insegne al neon ricrei una parte del fecondo interesse del progetto reale. In questo senso, allora, è impossibile discernere le ragioni di un premio a un progetto interessante, la cui rivelazione fisica, a Venezia, non ha alcuna qualità.

Ci si chiede, dunque, su che basi possa essere giudicata una Biennale: sulle intenzioni o sui risultati visibili in esposizione?

La mostra diretta da Chipperfield punta sicuramente su altro, rispetto all’architettura: punta al contorno della produzione spaziale, al discorso fra architetti, al sistema di lavoro che risulta ben chiaro nella quotidianità e che qui viene esaltato come inedito, o presentato sotto nuove vesti. Eppure, visitando la mostra, pare di vedere esposti i comportamenti che ogni architetto formalizza in ambito lavorativo: ogni architetto ha un sistema di referenze che costituisce il proprio bagaglio di sensibilità, si trova a dialogare con istituzioni, cittadini, imprese, alla volta di progettare spazi per la collettività. Ha colleghi che invita a partecipare al lavoro, per esempio nel caso di grandi masterplan. Si trova ad affrontare il “senso comune” della cultura di massa, quando cerca di tradurre in spazio le esigenze funzionali, economiche, estetiche.

Il common ground dell’architetto inglese sembra, insomma, un ritorno alle tematiche analizzate dalla cultura architettonica degli anni Ottanta e ne sono un chiaro esempio le proposte accademiche di Kollhoff e Eisenman. Anche il tema scelto da FAT che pare estremo nella sua proposta di copia di opere del passato, ricorda le analisi di Rowe, che nel 1947, con il saggio The Mathematics of the Ideal Villa, mostrava assonanze più radicali di semplici referenze. O, ancora, le riflessioni sulla postproduzione nell’arte, espresse nel 2002 da Bourriaud in Postproduction. Come l’arte riprogramma il mondo.

Foto: Chiara Quinzii

Foto: Chiara Quinzii

Un intervento che riesce, invece, a centrare perfettamente il tema proposto, in un dialogo fatto di amara ironia, è Spain Mon Amour, curato da Fernández-Galiano, nel quale quindici progetti spagnoli bloccati dalla crisi economica sono adottati da bianchi fantasmi e quindi presentati ai visitatori, in cerca di una empatica pietà. Lo spiazzamento che ci provoca la visione di queste architetture mendicanti ci obbliga a riflettere sul ruolo stesso dell’architettura, sul fatto che l’altissima qualità dei progetti spagnoli si accompagnasse a una forte dose di doping finanziario, portando a chiederci se il rapporto fra architettura e denaro sia la sola maniera di preservare la qualità dello spazio, o se esistano altri approcci altrettanto validi. In questo senso, il common ground si ritrova esattamente in un ambito nel quale architettura e realtà economica camminano a braccetto, influenzando reciprocamente l’una le sorti dell’altra.

Foto: Diego Terna

Foto: Diego Terna

Un altro intervento che pone sotto un punto di vista interessante il tema, e lo fa suo malgrado, è l’opera 40.000 Hours, che espone decine di maquette, realizzate da altrettanti studenti di architettura, rigorosamente anonime. Ciò che colpisce è proprio questo anonimato, che renderebbe l’esposizione assai più interessante se fosse esteso a tutti i lavori esposti: l’autorialità si scioglierebbe nel mare delle opere realizzate, evidenziando un reale terreno comune fra le stesse. Il ground sottinteso in questo lavoro, invece, ci parla della realtà comune degli studenti, che diventeranno giovani professionisti: diventeranno, cioè, manodopera anonima, con il conseguente monte ore lavorativo, di tutti quegli studi di architettura che qui si preoccupano di sottolineare il proprio nome.

Foto: Diego Terna

Foto: Diego Terna

Il resto del viaggio all’interno della Biennale è la ricerca di brevi epifanie, che riescano a ristabilire una connessione fra allestimento e spazio architettonico. Nel mare di opere presentate sono molti i lavori che destano un interesse, ma due caratteristiche paiono accomunare molti di questi:

L’approccio Instagram: molti lavori si avvalgono di un apparato iconografico fatto di immagini che riducono la complessità dell’architettura entro i limiti di una fotografia curata, con accenni low-fi, non particolarmente definita, per certi versi criptica, parziale o focalizzata su un dettaglio. È un approccio che proviene direttamente dai social network, dalla produzione di massa di questi piccoli oggetti artistici che tendono a raccontare la realtà in maniera parziale, ma assai suggestiva, capace di aprire alla possibilità di costruire degli immaginari complessi che derivano proprio da questa parzialità. In alcuni lavori esposti alla Biennale, tale fertile approssimazione è divenuta terreno estetico, che sgancia l’architettura dal racconto dello spazio e la pone all’interno di suggestioni grafiche: è un approccio evidente nelle proposte di San Rocco, di Olgiati e di GranTouristas, ma se ne possono ravvisare le caratteristiche anche nelle icone del padiglione Romeno, negli spunti grafici di Piranesi Variations e, per certi versi, nel murales del padiglione Svizzero.

Foto: Diego Terna

Foto: Diego Terna

La griglia dimensionale: come antidoto all’enorme quantità di materiale prodotto, molti allestimenti adottano degli accorgimenti che permettano loro di costruire un layer che dia un ordine al materiale esposto. In molti casi, questo layer è fisico ed è costituito da una griglia tridimensionale che si materializza in supporti di maquette. In questa maniera, le opere esposte hanno dei limiti entro i quali configurarsi che permettono ai visitatori di notare le differenze e le assonanze fra le opere stesse. Così, si costruisce un template generativo che permette la declinazione indistinta di innumerevoli opere, andando a costituire, per vicinanza, il common ground ricercato. È un approccio usato soprattutto nei padiglioni nazionali: Thailandia, Perù, Macedonia, Svezia, Uruguay, Ungheria. Alcune declinazioni si trovano nei lavori di Grafton Architets, in 40.000 Hours, nel padiglione Giapponese.

Foto: Chiara Quinzii

Foto: Chiara Quinzii

Foto: Chiara Quinzii

Foto: Chiara Quinzii

All’Arsenale le opere più interessanti sono principalmente tre:

Pictograph – Statements of Contemporary Architects di Olgiati al quale basta la sovrapposizione di un grande volume bianco sopra il tavolo espositivo per inquadrare con forza uno spazio che sente la compressione del volume sovrastante e delimita, senza recinti, un luogo di riflessione.

Foto: Chiara Quinzii

Foto: Chiara Quinzii

Feel the Ground.Wall House: One to One di Kundoo che risponde alla domanda su come si possa mostrare l’architettura con quella che forse è l’unica risposta: costruendo un modello in scala 1:1 di un edificio, intervenendo con mirate variazioni, creando una sorta di meta progetto.

Foto: Chiara Quinzii

Foto: Chiara Quinzii

Elbphilharmonie – The construction site as a common ground of diverging interests di Herzog & de Meuron che evidenziano chiaramente come il ruolo dell’architettura, all’interno della società, sia in balia di forze impossibili da controllare da parte degli architetti e che quindi la buona architettura possa nascere solo dove il background culturale dei cittadini sia ricco e profondo.

Foto: Chiara Quinzii

Foto: Chiara Quinzii

Per quanto riguarda le partecipazioni nazionali, tre coppie di padiglioni riescono a riportare narrazioni di senso compiuto, lavorando su una contrapposizione Vuoto/Pieno:

Vuoto: il padiglione Olandese presenta un sistema di tende capace di cambiare, con inusuale leggerezza, la configurazione dello spazio interno. Pieno: il padiglione Canadese è il risultato di una sorta di concrezione legnosa, sulla quale sorgono poetici racconti architettonici in forma di maquette.

Foto: Chiara Quinzii

Foto: Chiara Quinzii

Vuoto: il padiglione Polacco libera il vuoto interno per permettere al suono di entrare, evidenziando come il rumore sia una componente essenziale nella conformazione di uno spazio. Pieno: il padiglione Serbo si riempie di un enorme tavolo, che obbliga i visitatori a disporsi attorno ad esso, costituendo a forza un common ground, perlomeno visivo.

Foto: Chiara Quinzii

Foto: Chiara Quinzii

Vuoto: il padiglione Russo costruisce un limite spaziale che assume nel suo spessore tutte le funzioni espositive, prima con piccoli oblò che racchiudono storie di un passato sconosciuto, poi trasformando qr-code in elementi architettonici, delimitando vuoti quasi vertiginosi. Pieno: Riposatevi di Lucio Costa al padiglione Brasiliano riempie lo spazio di amache, ambite da ogni visitatore, alleviando le fatiche di una ricerca affannosa.

Foto: Chiara Quinzii

Foto: Chiara Quinzii

brasilian pavilion_quinzii

di Diego Terna

(il testo si basa sul saggio pubblicato sulla rivista C3, n. 338, ottobre 2012)




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