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Coral Reef (esplorazione immersiva)

18 Luglio 2012

Il blog si chiama Coral Reef perché è da quando ho visto l’installazione di Mike Nelson alla Tate Britain (esposta per la prima volta alla Matt’s Gallery nel 2000) che non me la levo dalla testa (la sua Coral Reef). In un anno ci sarò tornata sei volte, a starci dentro, a camminarci, a sottoporre le “parti cieche” del cervello a quella strana forma di barriera corallina.

Coral Reef

Un posto “diverso”. A cominciare dall’ingresso, tenuto ben segreto: una porta piccola, ritagliata nella parete bianca. Mai avresti pensato di spingere quel pannello, sembrava un vano di servizio per scope e secchi.

Entravi in un labirinto di stanze in penombra, corridoi e spazi dove perdevi letteralmente l’orientamento. Ogni stanza aveva almeno due porte sporche e cigolanti. Quando cigolavano o sbattevano avvertivi che in giro c’era qualcuno che come te, cercava la strada (non necessariamente l’uscita). Capivi subito che era meglio abbandonare ogni resistenza: l’istinto geografico adoperato di solito (e con successo) lì non serviva a niente.

Coral Reef

Le stanze sembravano abitate da persone che non c’erano o che erano appena uscite. Sul banco all’ingresso, erano poggiati una mitragliatrice e una maschera da clown, in una specie di “torno subito”. E così apparivano il divano rosso bisunto o il sacco a pelo: appena utilizzati.

Coral Reef

Ti scoprivi a chiederti dove fossero andati tutti, e quando sarebbero tornati. Nelson dichiara che gli abitanti di Coral Reef erano “protagonisti assenti che occupavano posizioni di resistenza di fronte alle ideologie dominanti”.

Coral Reef

Spiegare un’opera di Nelson è impossibile. E Coral Reef era uno spazio inquietante, di quelli che giocano brutti scherzi. Gli interni erano logori e fatiscenti, vissuti. In giro, sparsi, i più svariati oggetti presi alla politica, al cinema, alla letteratura. Una stanza da motel trucido, un’altra come il covo terrorista, un’altra come un anonimo call center, uno era il botteghino per le prenotazioni dei minicab. “Coral Reef – ancora Nelson – è un lavoro che indaga le diverse forme di credo, dai fondamentalismi alla dipendenza da droghe, all’estremismo politico. In quei luoghi ci sono le preoccupazioni concrete di vite difficili, ai margini, di gente che esiste fuori dalle illusioni astratte e dai totem del capitalismo”. Tutto vero, tutto reale nella vita normale delle città, solo “tenuto nascosto” da noi stessi a noi stessi. E lì era come attraversare un mondo parallelo.

Coral Reef

In quelle stanze c’era l’abbandono e l’attesa dell’anticipazione. C’era fuga e contagio, nessuna narrazione palese o didattica, tutto era affidato all’esplorazione (dei luoghi e di se stessi di fronte al nulla apparente). Una esplorazione esponenziale in cui il “virus” dello sconfinamento cresceva a ogni passo, si acuiva a ogni dettaglio. Secondo Nelson lì dovevi sentirti “perso in un mondo di persone perdute”.

C’era l’istinto di restare e aspettare accadimenti, perdersi appunto. La curiosità iniziale un po’ distratta, si trasformava in uno stato di spaesamento quando avvertivi che non stavi solo osservando (un’opera d’arte) ma eri tra le cose, non dipinte o riprodotte, ma reali e a misura d’uomo.

Coral Reef

Alla fine del viaggio, se prima non si era deciso di ricorrere al custode per farsi accompagnare, si usciva da una stanza deposito che pareva un magazzino-lavori della Tate, tra calcinacci e cemento che sporcava le scarpe. Anche lì sull’ultima soglia, un tentennamento ancora, pensavi di dover tornare indietro, che quella era l’uscita sbagliata. Su sei visite, ho trovato la strada da sola tre volte.

Coral Reef

La mia Coral Reef non ha alcuna velleità di confronto con quella di Nelson. È solo un tributo all’opera e una sollecitazione a pensare (a sconfinare per scoprire, a contagiarsi per conoscere).

Questa Coral Reef non è claustrofobica né ansiogena (quell’adrenalina appartiene solo all’Arte); è un intreccio di rami sensori in cui si incastrano paesaggi umani e urbani, geografie, tempo e spazio in ordine non necessariamente logico e causale. Un barriera in cui immagini e racconti riportano pezzi di cose che succedono – s’impigliano – sotto la superficie di navigazione collettiva.

I racconti che si agganceranno a quei rami saranno sempre racconti spontanei. Altrimenti non ci saranno.

Nel tempo vuoto – tra un racconto e l’altro – sarò tra le lenzuola, nel “mare” del sonno creativo.

Coral Reef

Cielo limpido.  Vento da NW, forza 5. Mare molto mosso (ma al largo). Temperatura dell’acqua in superficie: 26.1° C. (Dal Bollettino meteomarino di Mercoledì, 18 Luglio 2012).

(Sotto la superficie di navigazione collettiva) c’è una nuova Coral Reef.



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