Wes Anderson
You Can Do Magic

9 maggio 2014

È il ponte tra l’infanzia finita e quella interminabile, senza data, dove la morte c’è, ma si nasconde. È quel teschio-bambino che sorride indistruttibile dietro a uno dei sipari strappati di Hitchcock. Il cinema di Wes Anderson, dotato di una prospettiva pittorica e obliqua, comic & fun, fa i conti con i box di Cornell e i romanzi di Nabokov, da sempre. La magia dell’arte di Anderson è pura scarnificazione dell’autentico: come ha scritto il premio Pulitzer Michael Chabon, “l’artificio, espresso apertamente, è la sola vera autenticità che un artista può rivendicare”. Un colpo da dilettanti (1994), Rushmore (1998), I Tenenbaum (2001), Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004), Il treno per Darjeeling (2007), Fantastic Mr. Fox (2009), Moonrise Kingdom (2012) e Grand Budapest Hotel (ancora nelle sale) fondono bellezza e frattura dell’anima, fallimento e riscossa universale, decadenza e risurrezione, dolcezza e veemenza.

Grand Budapest Hotel di Wes Anderson

Wes Anderson sul set di Grand Budapest Hotel (2013).

Per i prossimi inganni, Wes Anderson tornerà a chiudere il mondo in una scatola, sorta di culla avvelenata da tavolozze di colori dark e glitter. E di opera in opera il regista/demiurgo aggiungerà qualcosa in più, un pezzo di mondo (suo o nostro) per completare il diorama. Proprio come accade a Grand Budapest Hotel, presentato a Berlino in chiave di “tragicommedia mitteleuropea”, ingranaggio sospeso nel serpeggio di labirinti, botole, prigioni, dolciumi, templi, ascensori, capace di iscrivere il vecchio albergo sulle montagne del centro Europa nei rimandi più classici della celluloide: da Lubitsch a Don Knotts, fino alle meraviglie sbriciolate dei Betamax. Lo stesso vale per i personaggi che penzolano nella Repubblica di Zubrowka. C’è lo scrittore giovane (Jude Law) che si inabissa nella storia del Grand Budapest tutto décor ottocentesco (ma con un “break” architettonico sovietico color arancio). C’è lo staff: un tempo impareggiabile, oggi arrugginito. Il proprietario, Zero Moustafa (F. Murray Abraham) che fa da nastro aspira-memorie, sino a riavvolgere gallerie e cornici dell’hotel dritto verso gli albori, quando l’albergo era una macchina oliata, grazie alla dedizione del portiere Gustave (Ralph Fiennes), iperattivo, misterioso, inappuntabile e ben presto… nei guai.

Grand Budapest Hotel di Wes Anderson

Grand Budapest Hotel, 2013.

Abbiamo incontrato Wes Anderson alla New York Public Library, in conversazione con Paul Holdengräber, e al TheTimesCenter. In circostanze del genere ci si aspetta sempre poca generosità intellettuale, invece le sue parole prendono subito una forma candida e delicata, dando vita a quella bubble incrociata di cartone elettrico e carne senza fine, oggi di culto. Dietro la passione di Anderson per il cinema, ci sono François Truffaut e Marcel Proust. Il primo “scoperto a 17 anni al videonoleggio di Houston, Texas”, con I 400 colpi a fare da apripista: “Una storia così personale, quella raccontata da Truffaut: è come se fosse la sua prima parola, il suo primo romanzo, è totalmente suo, e al tempo stesso è emotivo, vivo, un debutto potente, un preludio alla new wave, come quando senti i Velvet Underground e capisci che la band ha dato origine a nuove influenze artistiche”. Il secondo scava nella fascinazione per la letteratura: “C’è una forte relazione tra libri e cinema, e questo ci riporta a Truffaut. Quasi tutti i suoi film sono adattamenti di testi che lui ha amato. Proust mi ha conquistato con Dalla parte di Swann, perché è la perfetta combinazione di atmosfere e momenti che riguardano il processo dell’addormentarsi. Il modo in cui Proust accosta quel processo a un comportamento sotterraneo, psicologico – qualcosa che fa parte della nostra natura, ma che diamo per scontato – è piuttosto poetico”.

Grand Budapest Hotel di Wes Anderson

Grand Budapest Hotel, 2013.

Che Wes sia un prestigiatore dell’immagine (e dell’immaginario) lo dimostra il suo modo di concepire il set: “Detesto dire cut agli attori, mi spiace interromperli quando la loro scena è terminata, vorrei farli proseguire, lasciarli andare altrove. Troncare la sequenza in atto è rischioso, ti porta a spezzare l’incantesimo che si è creato sin lì. Quello che preferisco, allora, è dire agli interpreti che sto ancora girando: Still rolling, camera rolling! Poi i macchinisti tagliano, ma noi tutti sappiamo che l’azione prosegue fuori campo. Come una specie di patto, di tensione permanente”.

Uno dei punti di contagio filmico imperanti nei lavori di Anderson è l’amore che egli nutre per i singoli ruoli che ritaglia e disegna. E in Grand Budapest Hotel non sembra d’esser poi così distanti dai notes (gli appunti di creazione) lasciati da Wes in Bottle Rocket, corto in bianco e nero di 12 minuti, girato in 16mm, recensito per la prima volta da Matt Zoller Seitz (ora biografo di Anderson e autore dello straordinario The Wes Anderson Collection). È bastato un passaggio al Sundance Film Festival del 1993 per attirare su di sé l’attenzione del marché e, in particolare, della Columbia Pictures, che ne ha voluto fare una versione lunga mantenendo intatta la coppia Anderson e Owen Wilson, co-sceneggiatore e attore. La commedia (in italiano: Un colpo da dilettanti) ha al centro due fratelli senza meta: uno uscito dal reparto psichiatrico, Anthony (Luke Wilson), l’altro, Dignan (Owen Wilson), intenzionato a mettere a segno un colpo per coprire i maledetti debiti. Il film, fintamente innocuo, ha gettato le basi del team di scrittori Wilson-Anderson, per lo meno lungo altre due pellicole (I Tenenbaum ha ottenuto anche una nomination all’Oscar per la miglior sceneggiatura). Il metodo Anderson è rimasto identico sin dal debutto cinematografico (“È tutto scritto nei miei taccuini”) e il suo stile ha affascinato da subito anche Martin Scorsese: “Il primo lavoro di Anderson mi ha colto di sorpresa. Non sapevo chi fosse il regista. Mi trovavo semplicemente davanti a un’opera senza la benché minima traccia di cinismo, capace di far sentire e di far crescere l’affetto che l’autore mostra nei confronti dei suoi personaggi e delle persone in generale”.

Il treno per Darjeeling di Wes Anderson

The Darjeeling Limited, 2007.

“Il primo film che devo aver visto – rammenta Anderson – è stato La Pantera Rosa. Mi ricordo un mucchio di cartoni animati Disney, anche se per un certo periodo della mia vita guardavo solo film in cui il protagonista fosse Kurt Russell”. Nel librone di Seitz, Anderson argomenta così l’ossessione: “Era l’uomo più forte del mondo o qualcosa del genere. Ve lo ricordate?”. A lasciare un segno, su tutti, è Alfred Hitchcock: da Nodo alla gola a L’uomo che sapeva troppo, passando per La finestra sul cortile e La congiura degli innocenti. “Quello che più mi ha colpito de La finestra sul cortile è questo stare appiccicati all’appartamento, senza spostarsi mai. E James Stewart e Grace Kelly danno il loro meglio lì”. Il grande sogno di Anderson è sempre stato quello di realizzare un lungometraggio alla Paranoid Park, ma più spensierato, con protagonisti dei ragazzini sullo skateboard: “L’ho girato, a dire il vero. Nel 1978 o giù di lì, mio padre aveva il Super 8 e me lo prestò. Anzi, si trattò di un prestito affatto temporaneo. Non ho più messo via la telecamera e ho girato il mio film. Era basato su un libro da biblioteca. Io avevo solo i personaggi in testa, la storia mancava. Ho tentato di disegnarli in uno sketchbook, comunque”.

Il momento in cui Wes Anderson si è reso conto di voler intraprendere la strada del filmmaker è frammentato e dilatato nel tempo, come accade ai personaggi (e alle loro coscienze) nei suoi film di formazione. “Non c’è stato un attimo preciso, ho sempre pensato di dedicarmi a qualcosa di artistico, ma prima è arrivata la scrittura, poi al college ho avvertito il cambio di rotta”. Nella biblioteca dell’Università del Texas, ad Austin, c’era una sterminata collezione di libri sul cinema: “Non avevo mai avuto accesso illimitato ai libri sul cinema. Ho cominciato a leggere e a fare avanti e indietro, libri-film, film-libri. C’erano tomi su Fellini, Bergman, saggi e manuali dedicati a Scorsese e a Francis Ford Coppola, oltre che una serie di collane sul cinema degli anni Settanta. Trovai anche dei volumi su John Ford e Raoul Walsh. La biblioteca aveva a disposizione anche i saggi che Peter Bogdanovich scrisse su Allan Dwan e Howard Hawks, i testi di Pauline Kael, le recensioni del New Yorker e molto altro”.

Fantastic Mr Fox di Wes Anderson

Fantastic Mr. Fox, 2009.

Uno dei primi tentativi di Anderson dietro la macchina da presa consiste in un documentario sul suo padrone di casa, Karl Hendler: lo ha fatto su commissione, così da ripagargli qualche debito in sospeso, “ma non gli è piaciuto”. L’incontro con Owen Wilson alla University of Texas (frequentavano insieme la playwriting class) e la lettura del libro Spike Lee’s Gotta Have It hanno dato la stura all’iniziativa: “Ho cominciato a guardarmi intorno, a cercare investitori. Chissà se là fuori c’è qualcuno con un po’ di soldi, mi chiedevo”. Uno c’era, un produttore di Austin. E tra stesure e revisioni, nel 1992 si comincia a girare.

Nel cinerama di Anderson le creature che popolano quel vasto continente comprendono Bill Murray, Adrien Brody, Jason Schwartzman, Anjelica Huston, Danny Glover, Gene Hackman, Ben Stiller, Tilda Swinton. Ci si sono immersi i più grandi, i volti meno ammaestrabili. Persino Gwyneth Paltrow e Jacques Cousteau in forma di ritratto sul muro (e nel sottomarino incantato di Murray col cappellino rosso, dove vibrano le fate dei Sigur Rós). I nomi su carta restano poca cosa rispetto a quello che Anderson domanda e riesce a ottenere da ognuno di loro: “Bill Murray, in Le avventure acquatiche di Steve Zissou, è riuscito a restituire uno stato di malinconia imperscrutabile. Emana parecchia tristezza, sebbene a tratti risulti quasi ilare e giocosa. Bill riesce a portare sullo schermo anche una forma di aggressività brutale, quando necessario”.

The Life Aquatic with Steve Zissou di Wes Anderson

Le avventure acquatiche di Steve Zissou, 2004.

È la stessa poesia, beata e dolente, che sprigiona il nostro paese, se guardato attraverso gli occhi fantastici di Wes Anderson, anche quando lavora su commissione. Nel cortometraggio Castello Cavalcanti, finanziato da Prada, Anderson aderisce alle ombre lunghe del cinema italiano, girando tra i detriti contorti di Cinecittà, con omaggi a Fellini. L’azione si svolge in un paesino italiano degli anni Cinquanta; protagonista, la star di Rushmore Jason Schwartzman. Si tratta di sequenze prevalentemente visive: Schwartzman strizzato in una tuta giallo-brillante, auto da corsa lanciate a razzo tra la polvere, la notte e la luna, con reminiscenze stilistiche di Fantastic Mr. Fox (la stop-motion). Il lavoro, presentato al festival di Roma 2013, ha per produttore Roman Coppola. Tra le musiche, quelle tratte da Signore e signori di Pietro Germi, che fanno da contraltare all’orchestra di balalaika scelta invece da Alexandre Desplat per The Grand Budapest Hotel. L’impronta da fashion company coincide con quella del grande schermo, tutto resta al servizio della fantasia, quella di Anderson: libera, frontale, acrobatica. E l’Italia (ri)diventa il luogo degli incantesimi, un francobollo incollato al mappamondo del cinema.

Castello Cavalcanti di Wes Anderson

Castello Cavalcanti, 2013.

Moonrise Kingdom di Wes Anderson

Moonrise Kingdom, 2012.

Fantastic Mr Fox di Wes Anderson

Fantastic Mr. Fox, 2009.

I Tenenbaum di Wes Anderson

The Royal Tenenbaums, 2001.


Filippo Brunamonti

Giornalista professionista, ha lavorato presso la Rai Corporation di New York in qualità di producer (Tg1). Si occupa di cultura, finanza e diritti umani. Scrive per il Gruppo Espresso, Il Sole 24 Ore, Condé Nast, e The Huffington Post (Italia, USA, Francia). Ha pubblicato un romanzetto epistolare dal titolo Il primo latte (Acquaviva Edizioni), con le illustrazioni di Mauro Cicarè.


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