Carlo Mollino
Giappone 1970

14 giugno 2016

Armato di Leica e Polaroid, il 21 maggio 1970 Carlo Mollino – a sessantacinque anni, tre prima della sua scomparsa – si imbarca su un DC-8 dell’Alitalia e vola verso Oriente. La destinazione (dopo scali ad Atene, Karachi e Bangkok) è il Giappone, in particolare Osaka, dove si sta svolgendo l’Expo. Si tratta ovviamente di un pretesto per viaggiare e incontrare quella cultura che ha fatto innamorare stuoli di architetti e designer, da Christopher Dresser – uno dei primi a visitare il paese in epoca moderna, nel 1876 – a Carlo Scarpa. Carlo Mollino, Giappone 1970, pubblicato da Humboldt Books, ci restituisce questo incontro attraverso le istantanee che l’architetto scattò nelle due settimane passate lontane da Torino. Al centro, quindi, c’è la sua attività fotografica, ma da un punto di vista inconsueto: fuori dai suoi onirici boudoirs, senza demoiselles (a dire il vero qualcuna c’è, ma è vestita) e senza le acrobazie sciistiche che era solito ritrarre sulle vette alpine. Si parte con un’inquadratura rubata dalla cabina dell’aereo e si procede con la gente comune, ritratta da sola (spesso imbarazzata dal voyerismo molliniano), in coppia o come massa brulicante. Poi arrivano dettagli di architetture, tipici paesaggi zen e l’anonimo landscape della megalopoli nipponica, ma troviamo anche una signora in kimono con l’immancabile tazza di tè. Non è un reportage ordinato. Non ci sono scatti eccezionali, né momenti indimenticabili. “È un uomo freddo che compone”, scrive Fulvio Ferrari in uno dei testi di accompagnamento (gli altri sono di Claudio Giunta e di Corrado Levi, quest’ultimo scritto nel 1989): per esempio, nella foto dall’aereo troviamo una costruzione geometrica che rivela l’occhio architettonico e la dinamicità futurista, tra prospettive d’ali, turbine e fusoliera. Lo schema del libro, con una immagine in bianco e nero per ogni pagina, crea accostamenti spesso efficaci: la megastruttura metallica ideata da Kenzō Tange per ospitare l’Expo si abbina a un dettaglio dei tetti tradizionali, svelando la continuità e gli attriti nel dialogo tra modernità e tradizione. Sempre di Tange è la Cattedrale di Santa Maria di Tokyo, strana creatura emersa dal terreno che Mollino, catturato dalla bianca sinuosità delle sue curve, fotografa in diverse posizioni. Un’appendice aggiunge altre tappe orientali che appartengono alla biografia dell’autore, in particolare quattro foto della Chandigarh di Le Corbusier. Il volume si chiude con un autoritratto del maestro torinese davanti a un tempio indiano: l’inquadratura è leggermente storta, e la solidità del monumento, intatto nei secoli, sembra quasi tendere verso una vorticosa rotazione, mentre lui sorride col suo volto aguzzo e baffuto. Verrebbe voglia di approfondirlo un po’ di più, questo legame di Mollino col Giappone. Perché nel buio scintillante delle sue camere da letto, tra collezioni di farfalle e allusioni barocche, surrealismi e natiche scoperte, non manca l’eco di un japonisme variamente interpretato, che da Hokusai passa per le fantasie di Henry van de Velde e per mille altri luoghi, giungendo infine a Torino, dopo aver attraversato le misteriose vie dell’arte.

Giappone 1970 di Carlo Mollino.

Giappone 1970 di Carlo Mollino.

Giappone 1970 di Carlo Mollino.

Giappone 1970 di Carlo Mollino.

Giappone 1970 di Carlo Mollino.

Giappone 1970 di Carlo Mollino.

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Giappone 1970 di Carlo Mollino.

Giappone 1970 di Carlo Mollino.

Giappone 1970 di Carlo Mollino.

Giappone 1970 di Carlo Mollino.

Giappone 1970 di Carlo Mollino.

Giappone 1970 di Carlo Mollino.


Gabriele Neri

Architetto e PhD, insegna storia del design a Milano e a Mendrisio. Collabora con Domenica del Sole 24 Ore e con la rivista svizzera Archi. Dopo alcuni libri su Pier Luigi Nervi, ha pubblicato Caricature architettoniche. Satira e critica del progetto moderno (Quodlibet, 2015), di cui va molto fiero. Ha una figlia bellissima soprannominata Attila.


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