Cesare Pietroiusti

(english text below)


Domani, sabato 21 maggio, al Festival dell’arte Contemporanea di Faenza, Cesare Pietroiusti parlerà (con Lorenzo Giusti) del Museo dell’Arte italiana contemporanea in esilio, un progetto che nasce con l’obiettivo di raccogliere opere, documenti e testimonianze su esperienze artistiche volutamente marginali o non riconosciute dal sistema museale. Abbiamo chiesto a Cesare Pietroiusti qualcosa in più sul progetto.

Com’è nata l’idea di fondare il Museo dell’Arte italiana contemporanea in esilio, inteso come piattaforma di ricerca alternativa nella storia dell’arte in Italia?
Il Museo in esilio nasce da un forte senso d’insoddisfazione generale nei confronti della produzione artistica contemporanea in Italia, che è condizionata, oggi ancor più di ieri, dai meccanismi del mercato dell’arte (creare per vendere) e dal gusto popolare, che spesso limitano la creatività e l’originalità dell’artista, il quale si adatta a un certo stile per non restare anonimo. Questa insoddisfazione presenta sfumature, tonalità differenti, che sono alla base del progetto: da una parte si tratta di motivazioni di natura socio-politica che pongono il Museo in esilio in una posizione di netto contrasto rispetto al sistema artistico più convenzionale. Ma il Museo in esilio non è solo ribellione, è anche uno strumento di ricerca basato sulla curiosità, sulla novità, sulla conoscenza di originali esperienze artistiche intese come alternative all’odierna produzione nazionale. Ricerca, quindi, di prodotti artistici inediti, mai visti, presi dai luoghi più marginali e sconosciuti, località provinciali, paesini, e realizzati da personalità eccentriche, bizzarre, da artisti non etichettabili, estranei alle normative del sistema dell’arte, i quali hanno scelto volontariamente di non appartenere a questo universo politico.

Qual è il ruolo della committenza all’interno del Museo in esilio? Come si sviluppa, in un contesto così innovativo, il rapporto tra il committente e il soggetto commissionato? Puoi farci alcuni esempi?
La committenza varia caso per caso, cambia a seconda dell’artista o del personaggio coinvolto. Anche le modalità di ricerca sono fuori dalle comuni committenze del settore artistico. Un primo livello di committenza è quello che nasce dai workshop all’interno del Museo, laboratori sperimentali a cui partecipano gruppi di “ricercatori”, composti da studenti, artisti o da chiunque sia interessato all’individuazione di nuovi talenti, artisti emarginati ripescati nella propria località di appartenenza, soprattutto in quei piccoli paesi ai margini della società. Come dire, arte ovunque per chiunque: anche, per esempio, una collezione di lumache di un albergatore in una piccola città di provincia. C’è anche un’altra forma di committenza su cui lavora il Museo in esilio: quella del rapporto diretto tra il museo e l’artista, dove per “pigrizia mentale” il collezionismo viene associato alla sola vendita dell’opera d’arte. Noi, invece, cerchiamo di riformulare i meccanismi del mercato dell’arte, sperimentando un sistema di scambio che non è solo monetario, ma prima di tutto di intenzioni, di idee, di motivazioni, che l’artista desidera comunicare attraverso la propria opera.

Pensi che questo progetto possa cambiare in qualche modo la ricerca artistica contemporanea in Italia, e in che modo? Quali sono le tue aspettative in merito?
È difficile che una ricerca sperimentale, come quella del Museo in esilio, possa oggi modificare o rivoluzionare un sistema artistico contemporaneo così radicato come quello italiano. L’idea del progetto è di favorire, facilitare e soprattutto incoraggiare una riflessione critica aperta alle nuove esperienze artistiche considerate marginali, anticonvenzionali, non classificabili, sfruttando, appunto, la collaborazione di gruppi di lavoro, a livello locale, che hanno l’obiettivo di valorizzare persone e cose appartenenti a un contesto folcloristico.

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Tomorrow, at 5 pm at the Faenza Contemporary Art Festival, Cesare Pietroiusti  (and Lorenzo Giusti) will talk about The Museum of exiled Italian contemporary art, a project for the collection of works, documentation, and records on artistic experiences that are deliberately marginal or non acknowledged by the museum system. We’ve asked Cesare Pietroiusti to tell us something more about the project.

How the idea of founding the Museo dell’Arte italiana contemporanea in esilio (The museum of Italian contemporary art in exile, ed), understood as an alternative research platform in the history of art in Italy, has been developed?
The Museo in esilio comes from a strong sense of dissatisfaction towards the production of contemporary art in Italy, which is today, more than yesterday, influenced by the mechanisms of the art market (to create only for selling) and by popular taste. Often, this fact limits the creativity and originality of the artist, which decides to follow these schemes to not remain anonymous. This dissatisfaction has shades, different tones, that are behind the project: on one hand are socio-political reasons designing the Museum in Exile as a total rejection of more conventional art system. But the Museo in esilio is not only rebellion, it is also a research tool, based on curiosity, on the news, on the knowledge of original artistic experiences designed as alternatives to today’s domestic production. Thus, we would like to research these artistic works that are unknown, unseen, taken from the most marginal and unknown places, provincial town, villages, and inspired by quirky personalities, or by artists or groups of artist unrelated to the regulations of the art system, who have voluntarily chosen not to belong to this political universe.

What is the role of patronage in the Museum in Exile? How does the relationship between the client and the subject commissioned develop in this innovative framework? Could you give us some examples?
The patronage changes case by case, depending on the artist or character got involved, and also the research structure is outside the joint patronage of the arts. A first level of patronage arises from the workshop in the Museum in Exile, experimental workshops involving groups of “researchers”, made up of students, artists or anyone interested in identifying new talents, marginalized artists, rescued in his own place of belonging, especially in those marginal society. As to say art for anyone and anywhere: for example, we could say art also a collection of snails owned by a hotelier, in a small provincial town. There is also another form of patronage that guides the Museum in Exile, which is the one that rules the relationship between the Museum and the artist, where, because of “mental laziness”, the collection is associated only with the merchandizing of artworks. We try to revise the mechanisms of the art market, experiencing a trading system not only money based, but, first of all, exchange of intentions, ideas, motivations, which the artist wants to communicate through his work.

Do you think this project will change in some way the contemporary artistic research in Italy, and, if it is, could you tell us in which way and what are your expectations?
It is difficult that an experimental research, such as the Museum in Exile project, can nowadays change or revolutionize a contemporary art system that is so deeply rooted, like the Italian one. The project idea is to encourage, facilitate, and most importantly, encourage a critical reflection, open to new artistic experiences considered marginal, unconventional, unclassifiable; using precisely the collaboration of local working groups, which have the aim to valorize people and things, belonging to a folk context.

20 May 2011 / 0 comments
From Klat by Klat Blog in Art, Interviews
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