Andrea Zittel
Interview

Intervista di / Interview by Silvia Franceschini
(english text below)


Avete ancora tempo fino a questo sabato, 10 settembre, per vedere la nuova serie di lavori di Andrea Zittel nella galleria Sprüth Magers a Berlino. Il titolo della personale è Pattern of Habit. Abbiamo intervistato l’artista sul senso di questi ultimi lavori di grande scala che arrivano a occupare completamente la grande sala al piano terra della galleria. In una installazione divisa in quattro parti (Aggregated Stacks, Pattern of Habit, Tellus Interdum e Single Strand: Forward Motion), Andrea Zittel enfatizza il contrasto tra la materialità della società dei consumi e la virtualità del nostro modo di comunicare e di interagire con la realtà. Vi invitiamo a leggere l’intervista immaginando di essere guidati da Andrea Zittel attraverso gli spazi della galleria.

Iniziamo dalla cosa che colpisce di più di questa esposizione: la dimensione, la scala.
La misura di questa installazione è principalmente dettata dalla grandezza dello spazio della galleria. Questi lavori erano stati inizialmente disegnati per essere dei mobili adatti a uno spazio domestico più intimo. Poi, quando ho visto lo spazio della galleria ho deciso di costruire un’installazione che collocasse questi lavori in una più ampia scala architettonica. Nessuno dei lavori in sé è particolarmente grande: è la somma delle diverse parti che costituisce la misura dell’installazione.

Parlami di quella parte dell’installazione che hai chiamato Aggregated Stacks.
Da quando vivo nel deserto, cerco di integrare il più possibile la vita quotidiana con il mio processo di produzione, facendo in modo che diventino una cosa sola. Dal momento che ci sono solo pochi store dove vivo, ordino praticamente tutto on-line e mi arrivano un sacco di scatole in cartone. Pensavo che queste scatole fossero interessanti come tracce di un’esistenza che si rivela attraverso il consumo. Ad ogni modo, avevo un muro molto grande in cucina dove pensavo di installare alcune mensole, ma non ho mai avuto il tempo di farlo. Così, un giorno, ho iniziato a sistemare queste scatole contro un muro. Ho subito amato la geometria imperfetta che si creava dall’aggregazione delle scatole e così ho pensato di unirle in un unico sistema di mensole, stuccandole assieme. Questo era un anno fa. Le scatole e i materiali d’impacchettamento che da quel momento in poi sono entrati nella mia casa e nel mio studio sono diventati il lavoro che tu vedi.

Andrea Zittel, Aggregated Stacks, 2011
Andrea Zittel, Aggregated Stacks, 2011. Courtesy: Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London

Cosa mi puoi dire della struttura di queste costruzioni?
Mi sono chiesta più volte quale tipo di struttura fosse maggiormente sintomatica della realtà. È nella natura umana cercare di creare un sistema rappresentabile come una griglia perfetta (Donald Judd docet). Ma poi la vita ti mostra che anche nei sistemi perfetti a un certo punto qualcosa collassa e tutto cambia. Con questo lavoro mi sono interessata molto al concetto di griglia imperfetta. Nella storia dell’arte c’è sempre stata una tensione tra l’organico (che rappresenta la soggettività emotiva) e il geometrico (che esprime il formalismo empirico). Per me questa struttura è uno scenario realistico tra i due estremi, il desiderio di un ordine organizzato in cui alcune parti a un certo punto scivolano nel caos, creando una forma in parte geometrica e in parte organica.

Andrea Zittel, Aggregated Stacks, 2011
Andrea Zittel, Aggregated Stacks, 2011. Courtesy: Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London

Cosa sono gli oggetti sulle mensole? Da dove vengono?
Gli oggetti erano stati in principio disposti sulle mensole per mostrare come queste strutture potessero essere usate una volta inserite in uno spazio domestico. Non volevo usare degli oggetti che fossero troppo personali, per non indurre a pensare che ci fosse qualcosa di autobiografico. L’idea di questo lavoro e di molti miei lavori in generale è che se tu li compri li devi poter usare nel modo che preferisci. Nell’installazione sono presenti degli oggetti, ma solo ad altezza uomo. Quando l’installazione supera l’altezza delle persone non può essere usata come piano funzionale, e diviene dunque pura scultura, con chiari riferimenti alla scultura minimalista di Sol LeWitt e Donald Judd.

È il colore bianco in qualche modo legato ai cubi di Sol LeWitt?
Sono stata molto influenzata da Sol LeWitt, in diversi modi. Agli inizi degli anni Novanta ho prodotto un’intera serie di lavori dal titolo Purity. Quei lavori erano uno studio della linea sottile che separa il nostro desiderio spirituale e filosofico di purezza da un autoritario bisogno di controllo. Mi piace il modo in cui il bianco ricopre entrambi i campi semantici. Il bianco rimanda alla pulizia e all’igiene, è il colore dei camici che s’indossano in un laboratorio, ma è anche il colore che vestono le spose per dichiarare la loro verginità. Quando ho iniziato a lavorare con il bianco era per i suoi richiami politici, ma in questa serie di lavori il riferimento è alla scultura minimalista.

Parliamo ora dei giornali e di questo lavoro chiamato Tellus Interdum?
Mentre lavoravo ad Aggregated Stacks, ragionavo sulla flessibilità della griglia e ho cominciato a interessarmi al format del giornale. In un giornale, i contenuti si adattano alla forma di una griglia più o meno rigida. Quello che ho utilizzato nell’esposizione è un quotidiano locale. Mi pare interessante come qualsiasi evento, non importa quanto drammatico sia, venga inquadrato in uno schema grafico. Ho chiesto ai designer di sostituire il testo del giornale con il riempimento “Lorem Ipsum”. In questo modo, le persone non leggono il testo e si concentrano sul format.

Andrea Zittel, Tellus interdum, 2011
Andrea Zittel, Tellus interdum, 2011. Courtesy Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London

Sui giornali hai poi sovrapposto un altro lavoro chiamato Single Strand: Forward Motion. Ci puoi parlare di questa complessa struttura di linee?
Quasi tutti i miei lavori, in un modo o nell’altro, riflettono sulla nozione di libertà o sulla sua negazione. La totale libertà, a volte, può farti sentire oppresso. Al contrario, molte limitazioni nella nostra vita ci fanno sentire più liberi. Quando vivi in una società molto burocratica, in cui tutto viene dettato dalla legge, il solo modo per sentirti libero è quello di creare un ordine proprio di regole. Quelle regole, rispetto al sistema, ti rendono libero. Così, ho cominciato a creare dei lavori all’uncinetto senza avere un’idea precisa di quale sarebbe stato il risultato finale. Quando guardi l’oggetto finito, puoi riconoscere il sistema di regole che è stato utilizzato: in alcuni sistemi puoi solo andare diritto e ottenere degli angoli retti, in altri puoi generare delle forme organiche meno rigide.

Quante persone hanno lavorato su questo lavoro?
Solo io… l’uncinetto richiede molto tempo!

Puoi ora raccontarmi qualcosa di più su quest’ultimo lavoro, Pattern of Habit, che dà anche il nome all’esposizione?
In questo lavoro, ho guardato al calendario come a un altro sistema di regole. Ogni settimana organizzo un piano delle mie giornate. Ho molta corrispondenza da sbrigare, assieme ad altri lavori amministrativi e pratici. Sulla tabella vedi dei blocchi neri, come dei buchi, che indicano il tempo in cui sono al computer. Si tratta di una sorta di modello architettonico che vuole evocare un’idea di “spazio altro”, quello in cui entri quando sei on-line. Circa vent’anni fa, nell’era pre-internet, lavoravo in una galleria. La maggior parte delle nostre comunicazioni avveniva via lettera. Quando scrivi una lettera, sei sempre molto ancorato alla realtà fisica: devi attendere a lungo prima di ricevere un feedback dal tuo destinatario. Il computer fa qualcosa di molto interessante: ti trasporta in un’altra realtà per un determinato periodo di tempo. È una vera e propria esperienza cognitiva differente, un modo diverso per sperimentare il tempo e lo spazio.

Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011
Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011. Courtesy Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London. Photo: © Jens Ziehe

Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011
Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011. Courtesy Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London. Photo: © Jens Ziehe

Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011
Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011. Courtesy Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London. Photo: © Jens Ziehe

Per concludere, ci tenevo a dirti che trovo molto interessante il modo in cui nei tuoi lavori riesci a integrare i piani dell’arte, dell’architettura, del design e della moda.
Penso che sia qualcosa che faccio senza esserne veramente consapevole. Sono interessata a tutte queste cose, hanno un ruolo sociale importante nella nostra vita e nella nostra cultura.

Hai mai pensato di muoverti verso il campo del design?
Come artista, posso essere spontanea e sperimentale. E questo mi piace. Potrei fare del vero design, ma la mia impressione è che il design sia qualcosa che risponde a un sistema più complesso di regole, più autoritario. Ho pensato spesso a prodotti che le persone potessero usare, ma non ho mai voluto rinunciare al mio modo di operare. Magari in futuro troverò la chiave giusta per andare in quella direzione.


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You have until next Saturday, September 10, to see the new series of works by Andrea Zittel at the Sprüth Magers gallery in Berlin. The title of her solo exhibition is Pattern of Habit. We have interviewed the artist about the meaning of these latest large-scale works which take up the whole of the big room on the ground floor of the gallery. In an installation divided into four parts (Aggregated Stacks, Pattern of Habit, Tellus Interdum and Single Strand: Forward Motion), Andrea Zittel emphasizes the contrast between the materiality of the society of consumption and the virtual nature of our way of communicating and interacting with reality. We invite you to imagine you are being guided around the spaces of the gallery by Andrea Zittel as you read the interview.

Let’s start with the most striking thing about this exhibition: its size, its scale.
The dimensions of this installation are dictated principally by the large size of the space in the gallery. These works had initially been designed to be movable pieces suited to a more intimate domestic space. Then, when I saw the space of the gallery I decided to construct an installation that would set these works on a larger, architectural scale. None of the works is particularly big in itself: it is the sum of the different parts that gives the installation its size.

Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011
Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011. Courtesy Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London. Photo: © Jens Ziehe

Talk to me about the part of the installation you have called Aggregated Stacks.
Ever since I went to live in the desert, I have been trying to integrate daily life as much as possible with my process of production, so that they can become one and the same thing. As there are only a few stores where I live, I order practically everything online and I get sent a lot of cardboard boxes. I thought these boxes were interesting as traces of an existence that is revealed through the consumption. In any case, I had a very large wall in the kitchen where I was thinking of putting up some shelves, but I’ve never had the time to do it. So one day I started to stack these boxes against a wall. I immediately liked the imperfect geometry that was created by the aggregation of boxes and so I decided to make them into a single set of shelves, by joining them together with stucco. That was a year ago. The boxes and the packing materials that have entered my house and my studio since that moment have become the work that you see.

What can you tell me about the structure of these constructions?
I’ve asked myself many times what kind of structure was most revealing of reality. It is human nature to try to create a system that can be represented as a perfect grid (as Donald Judd teaches). But then life shows you that even in perfect systems at a certain point something collapses and everything changes. With this work I became very interested in the concept of the imperfect grid. In the history of art there has always been a tension between the organic (which represents emotional subjectivity) and the geometric (which expresses empirical formalism). For me this structure is a realistic scenario between the two extremes, the desire for an organized order in which some parts at a certain point slip into chaos, creating a form that is in part geometric and in part organic.

Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011
Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011. Courtesy Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London. Photo: © Jens Ziehe

What are the objects on the shelves? Where do they come from?
The objects were originally put on the shelves to show how these structures could be used once inserted in a domestic space. I didn’t want to use objects that were too personal, so as not to make people think there was something autobiographical. The idea of this work and of many of my works in general is that if you buy them you should use them in whatever way you like. In the installation objects are present, but only at man height. When the installation exceeds people’s height it can’t be used as a functional surface, and so it becomes pure sculpture, with clear references to the minimalist sculpture of Sol LeWitt and Donald Judd.

IS the color white linked in some way to the cubes of Sol LeWitt?
Sol LeWitt has had a great influence on me, in a variety of ways. At the beginning of the nineties I produced a whole series of works with the title Purity. Those works were a study of the narrow line that separates our spiritual and philosophical desire for purity from an authoritarian need for control. I like the way in which white covers both semantic fields. White alludes to purity and cleanliness, it’s the color of the coats that are worn in a laboratory, but it’s also the color that brides wear to declare their virginity. When I started to work with white it was for its political connotations, but in this series of works the reference is to minimalist sculpture.

Can we talk about newspapers now and this work called Tellus Interdum?
While I was working on Aggregated Stacks, I was thinking about the flexibility of the grid and I started to take an interest in the format of the newspaper. In a newspaper, the contents are adapted to fit the shape of a more or less rigid grid. The one I used in the exhibition is a local paper. I find it interesting the way any event, however dramatic it may be, is framed in a graphic scheme. I asked the designers to replace the text of the newspaper with the placeholder text known as lorem ipsum. In this way, people don’t read the text and concentrate on the format.

Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011
Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011. Courtesy Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London. Photo: © Jens Ziehe

You have overlaid the newspapers with another work called Single Strand: Forward Motion. Can you talk to us about this complex structure of lines?
Almost all my works, in one way or another, reflect on the notion of freedom or its denial. Total freedom can, at times, make you feel oppressed. On the contrary, many limitations in our life make us feel more free. When you live in a very bureaucratic society, in which everything is laid down by law, the only way to feel free is to create your own set of rules. Those rules, with respect to the system, make you free. So I started to create crocheted works without having a clear idea of what the end result would be. When you see the finished object, you can recognize the set of rules that has been used: in some systems you can only go straight and obtain right angles, in others you can generate less rigid organic forms.

How many people worked on this?
Just me... crocheting takes up a lot of time!

Now can you tell me something more about the last work, Pattern of Habit, which gives the exhibition its name?
In this work, I looked at the calendar as another set of rules. Every week I draw up a plan for the coming days. I have a lot of correspondence to deal with, along with other paperwork and practical matters. On the table you see black blocks, like holes, that indicate the time I spend at the computer. It’s a sort of architectural model that aims to evoke an idea of “other space,” the one you enter when you are online. About twenty years ago, in the pre-internet era, I worked in a gallery. The greater part of our communication was by letter. When you write a letter, you’re still very anchored to physical reality: you have to wait a long time before you get a feedback from the person you are writing to. The computer does something very interesting: it transports you into another reality for a certain amount of time. It is a genuinely different cognitive experience, a different way of experiencing time and space.

Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011
Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011. Courtesy Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London. Photo: © Jens Ziehe

To conclude, I wanted to tell you that I find it really interesting the way in which you are able to integrate the planes of art, architecture, design and fashion in your works.
I think it’s something I do without really being conscious of it. I’m interested in all these things. They have an important social role in our life and our culture.

Have you ever thought of moving into the field of design?
As an artist, I can be spontaneous and experimental. And I like that. I could do real design, but my impression is that design is something that answers to a more complicated, more authoritarian set of rules. I’ve often thought of products that people could use, but I’ve never wanted to give up my mode of operation. Perhaps in the future I’ll find the right angle to go in that direction.

7 September 2011 / 1 comment
From Klat by Klat Blog in Art, Interviews

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