Ada Kokosar
“Non siamo mai la stessa donna”

21 gennaio 2016

Ada o ardore, uno dei più bei romanzi di Vladimir Nabokov, è ambientato in un mondo parallelo chiamato Anti-Terra. L’eroina extraterrestre, Ada, è romantica e sensuale, ha capelli scuri e carnagione chiara: “Mia madre si era affezionata alla protagonista del romanzo e per questo, insieme a mio padre, ha scelto di chiamarmi così. Immagini una ragazzina che a Vimercate, in Brianza, non solo ha il nome di un romanzo e un cognome di origine slovena, ma è anche bionda platino e non è mai stata battezzata. Una di un altro pianeta, insomma”. In effetti Ada Kokosar, 36 anni e un loft nel quartiere di Tribeca a New York, è un personaggio fuori dal comune. Per diplomarsi all’Istituto di Moda di Milano (ora chiuso) presenta una tesi sulla rilevanza psicologica delle scarpe. Dopo aver lavorato come stylist per MTV, inizia a collaborare con Vogue Russia, Glamour Italia e W Magazine. Oggi è fashion consultant per una serie di brand, alberghi e designer di successo. Protagonista dello street style newyorchese, è perennemente preda dei paparazzi che la inseguono soprattutto per quel suo modo di portare i cappotti. Tre anni fa il Telegraph l’ha celebrata nella rubrica Who’s that girl, mentre Dla Repubblica l’ha recentemente inclusa fra le trentenni d’assalto da tenere d’occhio, accanto a Taylor Swift e Scarlett Johansson.

Ada Kokosar

È stato un trauma essere considerata “diversa”?

Al contrario, sono cresciuta facendomi forte di questo, cercando di mettere a fuoco la mia personalità. Sono sempre stata una figura antagonista, anziché sentirmi a disagio ho trasformato la mia diversità in un punto di forza.

Da ragazzina ribelle in Brianza a donna super glam a New York. Come sei arrivata fin qua?

Vivo a New York da tre anni e mezzo, avevo un paio di clienti importanti, mi sono ritrovata a passare più tempo qui che in Italia e così ho deciso di trasferirmi. Ma tutto è iniziato molto tempo prima, all’Istituto di Moda di Milano. Durante la scuola ho avuto la possibilità di fare uno stage a MTV Italia, occupandomi degli abiti dei vj Giorgia Surina, Marco Maccarini e Kris & Kris. Dovevo restarci un mese, ma quasi subito mi hanno fatto un’offerta di assunzione.

Ada Kokosar

Avere vent’anni all’alba del millennio e lavorare per MTV: era il sogno di molti coetanei.

È stato un periodo molto bello, eravamo tutti molto giovani, anche l’amministratore delegato aveva meno di quarant’anni. Era un ambiente stimolante, dove ho imparato tanto, soprattutto a lavorare sull’immagine. Si può dire che a decretare il successo di MTV sia stata la capacità di fermare lo zapping con un’immagine.

Come si costruisce l’immagine di un personaggio?

Devi creare uno stile unico, riconoscibile, compatibile con il fisico e anche con la personalità. Ma non si può imporre uno stile, è necessario far interagire diversi elementi.

Quindi bisogna conoscere a fondo le persone per cui si lavora?

Per me è stato importante sviluppare una capacità interpretativa e lavorare sulla costruzione dell’identità. Perché ciò che contraddistingue un look da un altro è semplicemente l’unicità. Anche se è difficile da raggiungere, perché siamo tutti alla ricerca di un’identità, soprattutto i grandi brand.

Tu hai trovato la tua identità?

Come tutte, anche la mia identità è in perenne movimento, si costruisce grazie alle esperienze. So però di avere un centro, attorno al quale si modulano vari elementi e stati emotivi. Lo stile cambia, l’identità resta.

Com’è far parte del mondo della moda?

Da dentro, non te ne rendi veramente conto. L’ambiente della moda è affascinante, fatto di idee, di condivisione, di stile e di grandissima fatica. Soprattutto all’inizio, quando devi costruirti una carriera e in molti ti chiudono le porte in faccia.

E adesso?

Sono sempre in viaggio, incontro parecchie persone e mi confronto di volta in volta con un nuovo CEO, un nuovo lifestyle o una nuova filosofia. È tutto molto stimolante. Ovviamente, c’è anche il rovescio della medaglia: non ho punti fermi.

Cos’ha New York rispetto a un’altra città?

Un’energia incredibile. Ha assolutamente ragione chi dice che New York crea possibilità che altrimenti non avresti. Ti chiede tanto, ma ti rende moltissimo. Devi avere coraggio, e a me non è mai mancato perché non avevo nessuna certezza.

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Perché non Parigi?

Ci ho vissuto per un anno, ma era troppo chiusa. I francesi si sostengono tra loro, mentre in Italia siamo più esterofili, pensiamo sempre che lo straniero sia più bravo, che valga di più. Io stessa ho acquisito molto più prestigio all’estero che in Italia.

Colpa di un paese che non riconosce il talento?

C’è un certo pregiudizio, ci consideriamo provinciali e magari non lo siamo.

Mancanza di autostima?

Direi proprio di sì. Più persone conosco a livello internazionale, e più mi rendo conto del valore degli italiani. Siamo veramente bravi. Coltiviamo l’idea che tutto sia possibile, che ce la possiamo fare. E poi abbiamo un’incredibile preparazione culturale. Io sono molto orgogliosa di essere italiana. Vedo che a parità di preparazione l’italiano ha sempre una marcia in più.

Cosa consigli a quelli che stanno per partire?

Alla fine qualcuno deve crederci e farlo, e quel qualcuno siete voi. In quanto italiani, siamo investiti di una grande responsabilità. Credeteci e portate avanti solo il buono del nostro paese.

Nemmeno una critica all’Italia?

C’è molto egoismo, abbiamo perso il senso della comunità. Si guarda al proprio orticello invece di osservare il campo nel suo insieme. Si condivide molto poco.

Introducendo i pantaloni nel guardaroba femminile, Coco Chanel inventò la donna moderna. La rivoluzione femminile può partire ancora una volta dalla moda?

Credo nella donna forte e sicura di sé, che si sente a suo agio e decide di non sottostare a limiti e pregiudizi. Oggi noi donne siamo multitasking e abbiamo più dimensioni. Ecco, quando lavoro sullo stile, cerco di rappresentare le diverse dimensioni di una donna.

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Un esempio su tutti?

Quando ho creato la capsule collection per il marchio svedese & Other Stories, ho cercato di agevolare la donna con delle divise urbane capaci di dare un colpo di personalità e di disinvoltura. Una donna sicura e piena di stile, senza troppi orpelli. Quando lavoro a una collezione cerco sempre di delineare un’identità con molte sfumature. Non siamo mai la stessa donna, abbiamo dimensioni diverse ed è giusto rappresentarle, mantenendo sempre l’idea di una sensualità celata.

Ti imbarazza essere fotografata?

All’inizio vedevo tutte queste paginate di Google piene di mie foto e mi sentivo un po’ mortificata. Mi dicevo, hai lavorato tanto e a emergere non è il tuo lavoro, ma come sei tu. Quindi ho cercato di prendere un po’ le distanze da chi voleva fotografarmi, c’è stato un periodo in cui addirittura scappavo dai fotografi. Ma a un certo punto ho capito l’importanza di tutte queste immagini.

Hai capito che potevano essere un punto di forza.

Esatto. Il mio stile non è così appariscente, sono piuttosto minimal, sofisticata il giusto. Mi piace uno stile che combina cose semplici senza tanti esibizionismi e ho cercato di riversare quest’idea nel mio lavoro: semplicità, ma con un tocco deciso di personalità. Poca apparenza, più realtà e contenuto.

La strada ha sempre fatto scuola?

Oggi lo street style è molto rilevante e modifica la stessa percezione della moda. La gente vuole vedere quello che succede in giro, e io potrei essere uno strumento di questo cambiamento.

Ada Kokosar

Come ti viene un’idea?

Il mondo delle idee è un mondo liquido. Mi sono posta spesso questa domanda. Un’idea si presenta come una sorta di epifania, come una lampadina, ma in realtà ad accendersi è un network che nasce guardando, ascoltando, mettendo insieme delle cose in modo organico. Crei delle cornici entro le quali le cose si uniscono e interagiscono. Poi prendono un altro corso o un’altra corrente, è un continuo rimescolare. Ma il processo è tutt’altro che casuale: è l’istinto ad assemblare tutte queste informazioni prese dall’arte, dalla letteratura, dall’architettura, dal cinema. È come avere tante scatole i cui contenuti vengono messi in relazione dall’istinto.

Come immagini la donna fra trent’anni?
Si utilizzeranno tessuti più tecnologici, la moda si dedicherà alla ricerca di materiali ergonomici che si modelleranno a seconda della temperatura corporea. La tecnologia avanzerà e inciderà sullo stile. Il tessuto sarà il protagonista, la silhouette si dovrà adattare, gli abiti saranno comodi per seguire tanti spostamenti.

Madri in carriera felici?

Anche oggi la donna che lavora è molto abile nel combinare la funzione di mamma. In futuro, alle donne sarà sicuramente riservato un ruolo ancora più importante.

Hillary Clinton potrebbe diventare Presidente degli Stati Uniti. Qualcosa sta cambiando?

A livello socio-antropologico il cambiamento fondamentale è la condivisione. Tramite Facebook condividiamo contenuti, tramite Instagram la nostra vita, con Car2go le macchine, con il bikesharing le biciclette, con Airbnb le case. Tra non molto condivideremo molte più cose, compresi i vestiti.

Ada Kokosar

Come nelle comuni, torniamo agli anni Settanta.

Magari sì, perché no.

A proposito di sessantottini, Miuccia Prada ti piace?

È una delle maggiori stiliste al mondo, ha la straordinaria capacità di creare immaginari diversi. Una grandissima influencer, in grado di imporre un’idea della moda. È un’innovatrice, pioniera su tantissimi fronti.

Altri stilisti di riferimento?

Marc Jacobs lavora con la moda da stylist, e per questo lo sento molto vicino. Reinterpreta anche il vintage e ha sensibilità per le novità. Poi ammiro Helmut Lang, e soprattutto Martin Margiela per la rottura che è riuscito a imporre negli anni Novanta.

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Cosa pensi delle fashion blogger?

Qualche tempo fa parlavo con una mia collega di New York che si lamentava di aver messo da parte ogni ambizione per colpa delle fashion blogger. Diceva che si improvvisano esperte di moda da un giorno all’altro, si siedono in prima fila alle sfilate, diventano influencer.

E tu cosa le hai risposto?

Che mi sembrava di sentire i tassisti che si lamentano di Uber. È vero, molti autisti di Uber non conoscono la strada, ma con il Gps ti portano comunque a destinazione. È importante capire in che momento storico viviamo, oggi la comunicazione sui social media è fondamentale. Se te ne rendi conto cavalchi l’onda, altrimenti rimani indietro. Per la collaborazione con & Other Stories ho aperto un profilo Instagram rivelando con piccoli post la collezione e i riferimenti sottostanti. Oggi la moda deve sapere raccontare una storia. Secondo me è fondamentale perché ci sono montagne di vestiti che nemmeno la Caritas sa cosa farsene, per cui più che la quantità è importante la qualità.

Progetti futuri?

La catena Four Seasons Hotels mi ha appena chiesto di disegnare le divise per un albergo fashion oriented. Poi sto lavorando con un brand per creare una mia capsule collection, e nel frattempo continuo le mie consulenze.

Un’anticipazione da extraterrestre: che colori indosseremo nel 2016?

I miei colori preferiti sono il camel e il bianco, in ogni declinazione. In questo momento sento il rosso, hai presente quel rosso che arriva al vermiglio?

Quello del cambiamento?


Francesca Esposito

Giornalista, collabora per diverse testate, scrivendo di design, architettura, donne, teatro, arte, costume, economia e città. Vive a Milano, di fianco a un mercato dell’usato, dopo aver vissuto a Shenzhen, in Cina, in un palazzo al 17° piano, vicino a un orto botanico (a Roma), sopra a una copisteria (a Parma), accanto a un negozio di vinili (a Londra) e su una barca (a Parigi). Sta programmando una fuga.


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