|
|
Poco dopo il mio rientro dal Salone di Milano sento di voler scrivere rispetto a un argomento che ho recentemente condiviso con molti altri designer, e che riguarda il contesto economico in cui noi progettisti ci troviamo spesso a lavorare.
Justin McGuirk, editorialista del Guardian, scriveva qualche giorno fa rispetto a questo tema, titolando un suo editoriale Designs for life won’t make you a living. L’articolo, che invito tutti a leggere, tratta in breve della relazione tra il lavoro del progettista e il suo guadagno economico, mettendo effettivamente in evidenza come questo sistema, così gestito, si stia ammalando a vista d’occhio.
Personalmente, credo che gli esempi più significativi ed eclatanti della metodologia adottata dalle aziende operanti nel settore design trovino piena evidenza durante le fiere. La maggior parte delle aziende concepiscono la fiera milanese come uno strumento pubblicitario di notevole efficienza, consapevoli dell’attenzione mediatica richiamata dall’evento. La fiera è diventata oggi un evento per cui si progetta specificamente, per cui si lavora con quasi un anno di anticipo, poco importa se le proposte diventeranno dei veri e propri prodotti o se si fermeranno allo stato di prototipi. Ciò che è diventato importante è proporre, stupire, guadagnare spazio e attenzione mediatica in un territorio di estrema competitività. Spesso le aziende contattano noi progettisti chiedendo progetti che verrebbero lanciati durante il Salone dell’anno successivo, pretendendo tempo e idee in cambio di royalties incerte e future.
Il dato di fatto, sorprendentemente attuale e difficile da obiettare, è che il lavoro di molti progettisti, anche professionisti, riesce oggi a sostenersi a malapena, traballa tra emozioni soddisfacenti e stress da prestazione, ponendo l’attenzione sulla necessità di cambiare radicalmente le radici del sistema. Allora, io credo fermamente che debba cambiare prima di tutto il modo di vedere il design, di valorizzarlo. Oggi progettare significa farsi pubblicità, e in tutti i modi è diventato evidente che così non può funzionare, sia per molte realtà produttive sia, in primis, per i progettisti.
Progettare deve ritornare a diventare per l’azienda un’investimento, una dichiarazione d’amore verso una personale visione del futuro. Chiedere a un designer di collaborare a vitalizzare questa visione è un intimo atto di fiducia, significa investire economicamente nelle capacità di un progettista di costruire un’idea. Il sistema “royalties”, per la struttura di cui si compone soprattutto oggi, demolisce pezzo per pezzo questa professione, sminuisce il nostro lavoro svalutandone le geniali possibilità. Se non iniziamo oggi a confrontarci su questo, a chiedere di più ai nostri interlocutori e, a volte, anche a rifiutare proposte francamente inaccettabili, continueremo a progettare l’agonia di questo lavoro e a proclamarne la sua inutilità.
Fiduciosamente, Gionata Gatto
/
Just after my return from Milan furniture fair, I feel I want to write about a topic that I’ve recently shared with many other designers. That concerns the economic context in which we designers often work.
Justin McGuirk, a columnist for the Guardian, wrote a few days ago regarding to this subject, titling his editorial Designs for life will not make you a living. The article, which I invite everyone to read, is about the relationship between the designer’s work and his financial gain, focusing on how this system is visibly getting ill.
Personally, I think the most significant and egregious examples of the methodology adopted by design companies are fully evident during fairs. For example, most companies conceive Milan furniture fair as an advertising tool of great efficiency, aware of the media attention drawn by the event. The fair has now become an event for which companies specifically design, often with nearly a year of advance. It matters little whether the proposals will become real products or if they will stop at the state of prototypes. What has become important is to propose, surprise and gain a space with media attention in a field of extreme competitiveness. Companies often contact designers asking for projects that would be launched during the fair of the following year, claiming time and ideas in exchange for uncertain royalties in a future time.
The state of situation, surprisingly actual and difficult to object, is that the work of many designers (including professionals) is nowadays economically unsustainable. Indeed, it often wobbles between satisfaction and stress from performance, putting emphasis on the need to radically change the system’s roots. Therefore, I firmly believe that the first thing that needs to change is the whole way of looking at this profession, of enhancing it. Design means nowadays almost only to get press and publicity, and in all the ways it has become clear to many companies and designers that it cannot work.
Design has to return to become an investment for a company, a declaration of love for a personal vision of the future. Asking a designer to cooperate to deepen this vision is an intimate act of faith, it means to economically invest in the designer’s skills to physically “form” an idea. The current “royalties” system, because of the previously mentioned marketing strategy, demolishes piece by piece this profession, it diminishes our job by devaluating its brilliant possibilities. If we do not begin now to discuss this, to ask more to our clients and sometimes even to refuse unacceptable proposals, we will continue to design the agony of this job and to proclaim its uselessness.
Confidently, Gionata Gatto
RSS feed for comments on this post. TrackBack URL
| previous posts... |
sono completamente daccordo con te.
In più aggiungo che il filo logico che lega il tuo discorso vale per tanti altri settori lavorativi – compreso il mio, quello di chi lavora sul web.
Oramai ci si orienta sul non voler spendere troppi soldi, oppure a proporre progetti a %.
Si naviga a vista, non c’è possibilità alcuna di creare una struttura seria … a meno che, ovviamente, non sei “figlio di”
Comment by Francesco Biacca — May 9, 2011 @ 10:25 am
[...] Letter to Designers by Gionata Gatto on Klat Magazine [...]
Comment by A Mini #MilanUncut Reader « Object Thinking — May 9, 2011 @ 1:09 pm
tornato dopo 24 ore da un cliente trovo una mail dell’amministrazione di un un altro cliente che in ritardo di un pagamento importante a 4 zeri ridimensiona l’offerta per altro ancora da discutere ad un sesto! testimonio i complimenti da parte di tutti i commerciali e unitò produttiva per il lavoro da me svolto.
quanto lavorano gli avvocati!se mi metto a ristudiare mi sa che recupero poi…
Comment by mamama — May 13, 2011 @ 12:10 am
E’ tutto vero, ma finchè chi progetta (e ci metto tutti, dallo studente quasi laureato che sta iniziando al professionista con attività avviata) non la smette di accettare qualsiasi cosa pur di lavorare, questa situazione non si cambia.
Ragazzi, io ho un mio studio con partita iva e non ho stagisti, ma se un giorno devessi mai aver voglia/necessità di ingrandirmi, chi me lo fa fare di assumere qualcuno a tempo indeterminato se tanto trovo un sacco di gente che a rotazione è disposta a lavorare un po’ di tempo da me gratis o con minimo rimborso spese?
lo stesso discorso vale per le aziende.
Non sarà moralmente corretto, ma iniziamo magari a pensare che il lavoro è fatto anche da persone la cui moralità è sempre seconda al business; e in tempi di crisi, ho l’impressione che queste persone aumentino!
Io mi sbatto per trovare clienti, tratto sui compensi e non sempre la spunto io, ma quando la retribuzione non mi sta bene, non faccio il lavoro.
Non sempre, ma il coltello dalla parte del manico molto spesso ce l’abbiamo noi e non ce ne accorgiamo neppure!
Comment by manfredo — May 24, 2011 @ 2:25 pm
superlative book you receive
Comment by Shanice Whalen — June 10, 2011 @ 8:48 pm
Excellent Job
Comment by Wheel Covers — June 20, 2011 @ 2:46 pm