Lorenzo Palmeri
Design e trasversalità

10 dicembre 2013

“Specializzato nel non essere specializzato”: così si definisce l’architetto, designer e musicista milanese Lorenzo Palmeri. In mancanza di specializzazione, Palmeri ha dato prova della sua polivalenza disegnando la chitarra Paraffina Slapster, che ha accompagnato Lou Reed in uno dei suoi ultimi tour mondiali; suonando con Franco Battiato e il bassista Saturnino nel suo album d’esordio Preparativi per la pioggia; e progettando oggetti di ogni genere: dall’asciugamani elettrico alla lampada Promenade, con cui nel 2005 ha vinto il Good Design Award. Ieri studiava al Politecnico di Milano e assimilava l’insegnamento del grande Bruno Munari, oggi si divide tra la prototipazione dell’ultimo prodotto e l’uscita del nuovo disco, Erbamatta (ancora con Saturnino). Lo abbiamo incontrato la scorsa estate, in un momento di pausa tra viaggi reali e mentali da una disciplina all’altra.

Lorenzo Palmeri, Preparativi per la pioggia.

Lorenzo Palmeri, Preparativi per la pioggia, cover.

Da dove arrivi?

Da un interessantissimo workshop nel paese di Troia, in Puglia, dove abbiamo ridisegnato la forma del pane. È stato molto interessante perché il pane è un alimento quotidiano e veicola un mondo di significati sui quali non sempre ci si sofferma. A Troia, per esempio, ho incontrato delle signore novantenni che tutti i giorni escono di casa alle cinque del mattino per acquistare il pane appena sfornato. Quello di assicurarsi il pane a ore antelucane è un uso che deriva dalle penurie del tempo di guerra: settant’anni dopo il panettiere ha ancora il picco di clientela tra le cinque e le otto del mattino.

E questo cosa c’entra con il design?

C’entra con la mia idea attuale di design, perché in questo momento più che il prodotto mi interessa il principio, il modello che implica e il movimento che genera. Questo per me è diventato il vero oggetto della progettazione: la relazione, nelle sue varie declinazioni, tra oggetto e persona, produzione e vita, progetto e filiera, azienda e azienda.

Il tema della relazione influenza solo il designer o anche il musicista?

Ovviamente entrambi, e proprio in Puglia ho avuto una fantastica esperienza con una banda di paese. Rientrando a Milano in treno mi è capitato di leggere un’intervista in cui Riccardo Muti parlava del patrimonio straordinario costituito dalle bande locali del nostro paese. Per molti ragazzi la banda è l’ambiente di iniziazione alla musica, che avviene attraverso un suono molto particolare, naïf, pieno di elementi crescenti o calanti, mai precisissimo, sempre con una vaga ma suggestiva stortura. E la banda diventa a sua volta una modalità di relazione per l’intero paese.

Avverti un’analogia tra bande di paese e artigianato locale?

Certo, anzi ben più di un’analogia, poiché gli artigiani sono la banda. A Troia tutti i suonatori sono artigiani, perché smettono tutti insieme di lavorare nel tardo pomeriggio e tutti insieme si dedicano a quest’attività serale. Nella banda ho ritrovato il fornaio, il fabbro, il falegname…

Lorenzo Palmeri, workshop, Troia, Puglia

Lorenzo Palmeri, workshop, Troia, Puglia

Quest’attenzione alle piccole comunità locali non è uno dei sintomi della crisi?

Penso che la crisi che stiamo attraversando abbia due componenti. La prima è il disastro finanziario e politico, che metterei sullo stesso piano della follia umana. Oltre a questo, però, c’è un tema di cui si parla raramente, forse per paura di apparire poco in sintonia con lo spirito dei tempi. Mi riferisco alla diffusione dei computer, di Internet e alla democratizzazione dei saperi che ne è seguita. I sistemi creativi (la grafica, la fotografia, la musica, ora il design) sono caduti uno dopo l’altro: oggi tutti pensano di saper fare una cosa che in realtà non sanno fare. Ovviamente, la maggiore facilità di accesso a certe professioni produce anche punte di eccellenza che altrimenti non sarebbero mai emerse. Ma le eccezioni non sono un sistema, nonostante molti continuino a raccontarle come fossero punte di non si sa bene quale iceberg.

In Italia, i benefici che la tecnologia ha apportato al sistema design non sono ancora così evidenti. Da noi, per esempio, il commercio elettronico non è ancora decollato.

Credo ci voglia tempo. Anche perché, perlomeno nel nostro paese, la vendita ha ancora bisogno della relazione. Ho letto di un fenomeno interessante che sta diventando un problema molto serio per i punti vendita: la gente va nei negozi per vedere fisicamente i prodotti e poi li acquista, scontati, online. Il problema è che alla fine chi ha fatto lo spettacolo raccontandoti qualità e prestazioni del prodotto è l’unico a non guadagnarci. Ne beneficia un altro, che non ha avuto nessuna parte attiva nella relazione di vendita.

Cosa vorresti progettare che non hai ancora progettato? Quali sono i desideri professionali che non hai ancora indagato?

Ne ho una marea: occhiali, scarpe, un vestito, un orologio. Molte cose da indossare, quindi. Poi altri strumenti musicali. Ma vorrei soprattutto comporre un’opera lirica.

Lorenzo Palmeri, Corista

Corista, design di Lorenzo Palmeri, per Caimi Brevetti, 2013. Schizzo.

E cosa preferiresti non progettare o, addirittura, ti rifiuteresti di progettare?

Un’arma. Perché non credo all’innocenza dello strumento.

Tornando agli effetti della democratizzazione delle competenze. Non è paradossale che una figura ibrida come te ne parli in termini così critici?

Io penso che tutti noi, ogni giorno, ci occupiamo di cento cose contemporaneamente. Siamo tutti multitasking e in grado di gestire dimensioni molto distanti tra loro. Accade quando facciamo la spesa, paghiamo le tasse, scegliamo cosa mangiare, come educare i figli. Tutti noi siamo multidisciplinari per definizione. L’unica differenza è che io di alcune di queste discipline ho fatto la mia professione, le gestisco come lavoro remunerativo. Ogni volta che mi immergo in un progetto lo faccio in maniera totale, non ne esco finché non ne ho sviscerato tutti gli aspetti. Di tutto, poi, mi interessa soprattutto il metodo.

Non a caso sei un docente molto appassionato. Uno dei tuoi maestri, Bruno Munari, si trovò in difficoltà di fronte alla voce Creatività nel suo celebre schema metodologico: è quella alla quale ha dedicato meno spiegazioni. Secondo te, cosa si può realmente insegnare di un mestiere creativo come il tuo?

Non nego di avere qualche dubbio sull’utilità dell’insegnamento, ma non sono un fanatico del talento. In sé, il talento è una qualità innata di cui non si ha alcun merito, come la statura o il colore dei capelli. Lo ammiro e lo osservo con stupore, ma la mia stima va al lavoro che segue, ovvero alla capacità di sviluppare competenze grazie all’esercizio quotidiano. Per quanto riguarda Munari, penso che insegnasse in modo “diretto” ed è per questo che non cita certi passaggi nella sua formula. Il suo era un insegnamento di pancia, non studiato: amava la tradizione orale e prediligeva i sistemi didattici antichi delle scuole esoteriche e misteriche dell’Oriente, la trasmissione del sapere mediante favole e storie che utilizzano allegorie e simboli. Da parte mia, penso che queste allegorie possano essere anche molto quotidiane, come il pane di cui si parlava prima. O come il racconto di un fallimento, di un incontro, di una relazione. Sono molti gli strumenti per riuscire a insegnare senza essere didascalici e teorici in senso accademico. Questo perché l’allegoria ha il potere di generare un’esperienza, tanto più intensa quanto più suscita immedesimazione.

Lorenzo Palmeri, Moroso

Traces, design di Lorenzo Palmeri per Moroso.

Hai fatto della trasversalità il tuo mestiere, parliamone.

Sì, ho capito che la mia specializzazione è la trasversalità. Penso che l’attività settoriale abbia fatto il suo tempo, e per quanto mi riguarda la cosa è sempre più evidente: alla fine vengo riconosciuto per la mia specializzazione nel non essere specializzato.

Non hai paura che sia un approccio troppo frammentario?

Sono felice di essere un progettista, ovvero di appartenere a una categoria che sa unire discipline diverse. Eppure solo recentemente ho fatto pace con questa mia natura: c’è stato un periodo in cui preferivo non parlare di tutto questo, perché sentivo molto forte la spinta ad affermarmi tramite una specializzazione. Adesso, invece, sono ricercato proprio per la mia natura così inguaribilmente trasversale.

Per Stone Italiana, al Salone del Mobile di quest’anno, hai realizzato un progetto che ha coinvolto molte aziende diverse in quello che è sembrato un inno alla trasversalità. Il risultato è stata una serie di prodotti decisamente sorprendenti: una superficie d’appoggio che ingloba pezzi di tessuto, insieme a Moroso; un nuovo materiale composito di pietra e legno d’intesa con Alpi; e, addirittura, una collaborazione con un diretto competitor come Brix. Come sei riuscito a mettere insieme tutti questi player?

Innanzitutto perché, prima che i prodotti, ho cercato di progettare un nuovo modello produttivo non competitivo. O meglio, un modello competitivo in senso costruttivo, che evitasse la rivalità distruttiva. L’esigenza nasceva dal fatto che da tempo si sente dire che sta “cambiando il paradigma”. Ci sono tante ipotesi aperte e sistemi in stallo, a partire dalla politica, ma nessuno sa veramente cosa stia accadendo. Allora mi sono chiesto come cambiare le cose, e sono partito da quello che non vorrei vedere nel nuovo paradigma. In realtà, non vorrei vedere tantissime cose, ma ne ho scelta una: la competizione negativa.

Lorenzo Palmeri, Confessions

Confessions, design di Lorenzo Palmeri per Alpi. Schizzo.

Cosa intendi precisamente per competizione negativa?

Penso che sia la causa di molti fallimenti, e purtroppo ci viene inculcata sin dagli anni di scuola. Il sistema dei voti scolastici è tutt’altro che un sistema di apprendimento e insegnamento naturale. Non a caso, le scuole più avanzate hanno eliminato i voti in quanto griglia di valutazione che non tiene conto delle diversità e delle caratteristiche di ciascuno. Semplificando, nella competizione negativa se uno è più bravo di me, voglio eliminarlo. Al contrario, se la competizione è positiva, il più bravo è ammirato dagli altri che cercano di imparare da lui, non di farlo fuori. La competizione allora diventa uno stimolo al miglioramento. Le aziende per loro natura devono competere, e mi sembra che lo facciano guidate dall’idea di combattere una piccola guerra, senza esclusione di colpi.

Qual è l’alternativa?

A me è venuta voglia di progettare un sistema basato su un diverso modello di competizione, diciamo positivo. Per farlo ho lavorato su due livelli: uno è quello dell’interesse, che può essere soddisfatto grazie all’opportunità di arricchire il proprio mondo con esperienze alle quali altrimenti non si avrebbe accesso. Il secondo livello è quello della neutralità, nel senso che io non entro a casa tua e tu non entri a casa mia, ma insieme costruiamo una casa nuova nella quale convivere, che è tua e mia sin dall’inizio. Questa nuova casa è un progetto che soddisfa il mio interesse e quello di altri.

Personalmente, che rapporto hai con la competizione? Penso, per esempio, ai tuoi tanti amici designer: Iacchetti, Ragni, Fioravanti, tra gli altri.

Ti risponderò con quello che mi ha detto Andrea Branzi a un dibattito sulle differenze generazionali: “Alla fine, ognuno di noi fa quello che può fare, come lo può fare, quando lo può fare”.

Lorenzo Palmeri, Confessions

Confessions, design di Lorenzo Palmeri per Alpi.

A proposito di generazioni, non credi che rispetto sia alla generazione dei maestri sia a quella cosiddetta di mezzo, voi abbiate in comune, in più, un’attenzione all’utilità dell’oggetto da un punto di vista sociale, etico, politico – anche se non ideologico, come capitava, appunto, ai maestri?

Sì, sono d’accordo sul fatto che il nostro sia un atteggiamento più politico e meno ideologico. Ma aggiungo che vanno registrate alcune differenze. La prima è che quando noi ci siamo affacciati al mondo del design era diffusa la sensazione che il settore fosse saturo, che tutto quello che c’era da dire e da fare fosse già stato detto e fatto. La seconda è che tutti i designer che conosco sono fondamentalmente degli individualisti, ma ognuno a suo modo si è costruito un piccolo sistema in cui muoversi. Spesso ci invitiamo reciprocamente a realizzare progetti, a volte passiamo semplicemente la palla pensando che l’altro sia più adatto a una determinata azienda. La terza considerazione è che per quanto mi riguarda io perseguo l’idea di un design di servizio. Certo, nell’oggetto di design, come nelle canzoni, emerge spesso quella che possiamo definire un’espressione personale. Ma, al di là di questo, a me interessa la sensazione di fornire un servizio, che sia funzionale, espressivo o di pensiero.

Anche quando fai musica hai in mente la prestazione di un servizio?

Certamente. Per esempio, il mio ultimo album, Erbamatta, che uscirà nei primi mesi del 2014, è un ponte tra musica e design, ed è concepito come un modello di servizio. Essendo il “disco” uno di quei modelli in crisi di cui parlavamo prima, mi è venuta voglia di affrontarlo nel suo complesso, non limitandomi quindi a comporre e suonare. Fatto salvo il contenuto musicale, l’oggetto “disco” passa infatti per una serie di processi produttivi in cui si avverte spesso un’assenza progettuale. Erbamatta cerca di colmarla attraverso un programma articolato e innovativo di distribuzione e promozione.

In particolare cos’hai ideato?

Ho coinvolto varie aziende in un unico progetto. Ci saranno tanti prodotti Erbamatta, uno per azienda, che usciranno sul mercato nel giro di un anno, ognuno nel suo specifico circuito. Ogni prodotto sarà veicolato attraverso il disco e viceversa. È previsto un giro di presentazione negli showroom delle aziende coinvolte e in alcuni templi del design; un minitour che solo in seguito toccherà i circuiti tipici della musica. A parte questo, ci saranno degli oggetti in serie limitata, una app e altre idee curiose. Del resto, Erbamatta vuole essere una sorta di metafora-manifesto: le erbe matte crescono anche sul cemento, tra le rotaie, sui marciapiedi. Si diffondono liberamente, in modo imprevedibile, grazie al vento o al passaggio casuale di un uccello. L’erba matta è spesso curativa e appare invasiva solo agli ordini rigidi e artificiali.

Lorenzo Palmeri, Erbamatta, Wallpaper

Erbamatta, design di Lorenzo Palmeri, wallpaper.

Quali sono le differenze sostanziali tra il mondo musicale e quello della produzione di oggetti?

La musica ha un sistema produttivo e industriale che attualmente se la passa veramente male. La possibilità di scaricare con gli mp3 un prodotto per definizione immateriale sta decretando uno stato di crisi molto grave del settore. Inoltre, mentre nel mondo del design è facile trovare persone innamorate del prodotto, nell’industria musicale questo avviene molto meno, ed è decisamente più difficile trovare una figura assimilabile al capitano di industria che vuole seguire tutto il processo. Poi, come nel design, esistono  musicisti sperimentali che riescono a sopravvivere con piccole produzioni e circuiti di concerti alternativi. Ma la vera differenza tra industria della musica e del design secondo me sta ai vertici, nelle figure dei proprietari di azienda, che nel design seguono ancora con passione le cose che producono.

Lorenzo Palmeri

Lorenzo Palmeri

Un’ultima domanda: che rapporto hai con la fama e il successo?

Io penso che il successo sia importante nella misura in cui sono io progettista a determinare il mio personale successo. Ma non credo che questo piano sia necessariamente legato alla fama. La fama è un altro tema e può non essere in relazione con l’idea di successo, con la sensazione di aver centrato l’obiettivo. Troppo spesso, invece, le due cose si confondono.

Non pensi che quel tipo di fama possa dare una libertà di scelta nella costruzione dei propri percorsi?

Non posso parlare per tutti, ovviamente, ma credo che la fama assoluta, quella che genera fanatismi, possa anche uccidere. C’è chi ha avuto equilibrio sufficiente per trarne giovamento, ma non si può dire che la fama sia un bene o un male in sé.

Quale consideri allora il tuo personale successo?

Seguire e costruire una sorta di epica personale. Una storia, un progetto che possa essere di aiuto anche agli altri.

Lorenzo Palmeri, workshop, Troia, Puglia

Lorenzo Palmeri, workshop, Troia, Puglia

Lorenzo Palmeri, workshop, Troia, Puglia

Lorenzo Palmeri, workshop, Troia, Puglia

Lorenzo Palmeri, Corista

Corista, design di Lorenzo Palmeri, per Caimi Brevetti, 2013.

Lorenzo Palmeri per Nodus

Design di Lorenzo Palmeri per Nodus.

Lorenzo Palmeri, Erbamatta, Wallpaper

Erbamatta, design di Lorenzo Palmeri, wallpaper.


Domitilla Dardi

Indecisa tra la storia dell’arte e quella dell’architettura, incontra alla fine del secolo scorso il design e da allora non lo molla più. Ama avere a che fare con tutto ciò che prevede l’uso di ingredienti, la loro scelta, miscelazione, trasformazione: dalla scrittura alla cucina, dalla maglia al progetto, dai profumi ai colori. È curatore per il design al MAXXI e docente di Storia del Design allo IED.


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