Humanistic Design

Alcuni giorni fa ho presenziato a un bell'evento tenuto da Magis presso il proprio showroom milanese, durante il quale si è discusso di design partendo dalla poltrona Proust, rieditata in polietilene rotazionale da Magis nel 2011. Presente ovviamente Eugenio Perazza, ospite speciale Alessandro Mendini, Vanni Pasca a moderare il dibattito.

Durante il dialogo, Mendini ha ricordato come la condizione di designer parta da una concezione utopica della realtà, che si vuole plasmare e migliorare attraverso il prodotto: per questo motivo si assiste recentemente a un grande ritorno dell'auto-produzione vista come genuino slancio creativo, svincolata da qualsivoglia costrizione commerciale (quando non utilizzata quale facile scappatoia dal poco premiante sistema-azienda). Un ritorno alle auto-produzioni del design anni '60 e '70, ma con una considerevole differenza, secondo Mendini: anche osservando esposizioni e mostre, appare chiaro come i giovani designer abbiano perso la tendenza a lavorare insieme a un comune progetto/programma, abbracciando invece un modello solista, o comunque di limitato interscambio. Dal pubblico, qualcuno ha anche notato come questo isolamento sia ancor più grave vista la quantità di designer che ogni anno vengono formati dalle università, evidenza confermata anche dal trio sul palco.

Io mi sono permesso di fare una domanda a Mendini e idealmente a tutti i presenti: “La creazione della Proust originale, ossia il tentativo di fermare quasi in maniera sinestetica l'essenza dell'artista in un oggetto, è stato un gesto fortemente umanistico, e anche la trasposizione di quella poltrona così unica (in quanto espressione artistica) in un prodotto democratico lo è, in un certo senso. Dunque, fermo restante il sovrannumero di aspiranti professionisti che ogni anno vengono abilitati, mi chiedo se il malanno vero della nostra professione non sia in primis l'abbondanza di designer, quanto invece la assoluta scarsità di designer in possesso di una cultura umanistica. Le scuole di formazione impostano la professione in modo troppo tecnico-scientifico, e non consentono lo sviluppo di un corpus di nozioni umanistiche che invece erano il punto di partenza per quelli che oggi definiamo i Maestri”.

Devo aver esagerato: Mendini mi ha guardato e lanciando una breve occhiata ai presenti ha risposto: "A questa domanda non riesco a rispondere!". Quindi giro il tutto ai lettori: non ci stiamo forse dimenticando di trasmettere ai neo-laureati una passione antropocentrica che ne amplifichi e innalzi le motivazioni progettuali? Senza eliminare, beninteso, l'accezione puramente tecnica che il design ultimamente sembra avere.



3 July 2012 / 1 comment
From Forms/Functions/Behaviours by Giorgio Biscaro in Design
  • http://www.designconsultant.it/ Stefano Caggiano
    Il termine "antropocentrico" mi sembra un po' scivoloso; però penso anch'io che la cultura del design sia cultura in primo luogo umanistica. In senso, per così dire, "originario".  Fu infatti nel Seicento che gli oggetti divennero solo degli oggetti. Prima, le sedie e i tavoli con cui gli uomini convivevano erano gli involucri sensibili di anime oscure che vitalizzavano fantasie e timori della quotidianità. Poi, menti incredibilmente acuminate come quelle di Galileo, Cartesio, Bacone, fecero la tara tra ciò che di lì in poi sarebbe stato “scienza” e ciò che, come la magia, sarebbe stato escluso dalle stanze della verità. La poesia e la tecnica presero vie separate, scindendo il grande fiume dello scibile che saliva lento dal mondo antico.  Fu per recuperare il lato umano degli oggetti (prodotti da un′industria immemore del fondo poetico dell′esistenza) e il lato oggettuale delle persone (vezzeggiate da proclami umanistici immemori del fondo terribile dell′esistenza) che nacque il design, inteso come pratica specifica che si prende cura delle persone attraverso i loro oggetti-sensazioni.    Nel XXI secolo (quindi anche oltre Mendini), il campo d'azione del design torna ad essere fortemente "umanistico". Superato l′apartheid tra reale e virtuale, e tra natura e cultura, il mondo in cui viviamo non è più fatto di “cose” ma di flussi di progetto allo stato liquido che generano, più che "oggetti", delle temporanee aggregazioni di segni il cui valore sta meno nella looro resistenza alla durata che nella loro disponibilità al cambiamento. E se la realtà in cui viviamo è questa, il pensiero in grado di comprenderla è quello stesso che la genera e la tiene accesa, e che tratta le cose non per ciò che sono ma per ciò che potrebbero essere: e questo è, appunto, il design. 

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Dal 2009, un vivace punto di osservazione sulla creatività: design, architettura, arte contemporanea, fotografia.

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